Coda che Suona

“Non puoi, Coda che Suona, perché gli spiriti hanno già deciso che il tempo del sangue è venuto…”


Poi vide il sangue, il foro di una ferita sulla parte destra del torace, appena sotto le costole.
“Chi ti ha ferita?”
“Pindah lickoyee malvagi. Ho bisogno di te, Coda che Suona…”
“Ma tu sei al sicuro, sei al forte.”
La vide scuotere la testa.
“Aiutami, Coda che Suona, aiutami…”
David si svegliò al suono dei nitriti disperati di Snow. Fu in piedi, la pistola in pugno, prima ancora di essere del tutto cosciente. E dubitò di esserlo quando capì perché lo stallone era spaventato: un’aquila, un uccello maestoso con un’apertura alare tanto ampia da oscurare il sole mentre girava su di loro, lanciando alte strida dal becco affilato. Era vicina. David riusciva a distinguerne gli artigli e gli occhi, grandi e dalle iridi dorate. Aveva la pistola in mano, ma non pensò di sparare. L’aquila girò su di loro, poi si abbassò fin quasi al suolo e puntò dritta contro di lui. David alzò le braccia per ripararsi gli occhi e sentì le ali enormi sbattergli addosso. Indietreggiò, ma i bassi cespugli lo tradirono e cadde, esponendosi all’attacco del rapace. Gli artigli gli piombarono sullo stomaco, attraversando facilmente la casacca. La pistola gli era sfuggita di mano e adesso giaceva inerme davanti al becco adunco. L’aquila raccolse le ali dalle lucide remiganti brune e lo fissò. Poi lanciò un altro dei versi stridenti e si levò in volo, puntando verso sud.


La vegetazione a ridosso del fiume era tutta un canto di uccelli e un frullio di ali. Il rosa dell’alba aveva invaso il cielo e faceva scintillare la rugiada sui fiori appena schiusi. L’aria profumava e David si chiese dove fosse Shenandoah. Non aveva mai smesso di pensare a lei, a loro, al futuro; posto che ce ne fosse uno. Amava Shenandoah, così come amava vestirsi da tinde. Amava l’odore della sua pelle, il gioioso abbandono con cui faceva l’amore, la sfida nei suoi occhi dai riflessi dorati. La amava come amava la parte di sé che rispondeva al nome di Coda che Suona. Ma lui non era Coda che Suona, era David Cassidy e non immaginava la propria vita in un tepee stagliato contro gli sconfinati orizzonti della prateria. I tinde, i chiricahua, i mescaleros, i navajo avevano già perso il loro posto nel mondo. Erano vivi, eppure assumevano i contorni evanescenti di fantasmi. Fantasmi di ciò che era stata quella parte di mondo prima che gli uomini bianchi vi arrivassero.
Gettò sul fuoco ciò che restava del caffè e si tirò in piedi. Strinse tra i denti il sigaro, poi recuperò Snow e lo sellò. La sua meta, una baracca di legno su una collina alle spalle di San Miguel del Vado, non era distante e costituiva uno dei pilastri della sua rete di informatori. Essere un agente del Bureau of Indian Affairs voleva dire anche quello: avere gente come Meoquanee in grado di percepire da che parte sarebbe girato il vento.
Meoquanee era un berdache, una donna imprigionata nel corpo di un uomo. E per i pellerossa era un essere sacro. La vecchiaia aveva cancellato l’incongruenza di un corpo e di una voce da uomo con i modi e lo sguardo di una donna. Meoquanee era un essere antico, dalla pelle di cuoio percorsa da rughe, dai capelli lunghi e argentei. Viveva in una hogan, una capanna di legno rivestita di fango, meta di tutti coloro che avessero bisogno di un consiglio, una cura, un incantesimo.
«Coda che Suona ha ritrovato la strada per l’umile dimora di Meoquanee» lo salutò restando seduta sulla stuoia. «Era tempo.»
David prese posto sulla stuoia. Le mani, grandi e maschili, tintinnarono di monili mentre gli porgevano una ciotola.
«Ho bisogno del tuo aiuto» disse David dopo aver sorseggiato il liquido caldo e piccante. Meoquanee sorrise.
«Tutti coloro che siedono su quella stuoia hanno bisogno di aiuto» rispose accendendo un grosso sigaro.
«Ximenes Carreras, il bandito messicano, è in questa zona.»
Meoquanee annuì.
«Ha messo il campo a Mesa de Plata, ma si sposterà. Troppi lunghi coltelli e troppi be’-xai sul piede di guerra.»
David riconobbe la parola navajo per indicare i tinde.
«Perché si è spinto così a nord?»
«Cerca armi per la rivoluzione dei messicani. E ha fretta di trovarle. Sono armi che fanno gola ai be’-xai. I capi stanno per tenere consiglio.»
«Quali capi?»
«Cervo Nero li ha chiamati a raccolta: Cinghiale Rosso, Orso Grigio, Lupo Feroce, Aquila Azzurra e Grande Albero. Scorrerà molto sangue.»
«Dove si terrà il consiglio?»
Gli occhi di Meoquanee attraversarono il fumo del sigaro.
«Chi lo chiede? Coda che Suona o l’uomo bianco?»
«Siamo la stessa persona, Meoquanee.»
Il berdache scosse la testa, facendo oscillare le trecce d’argento.
«So cosa vuol dire avere due anime nello stesso corpo. È una fortuna e un grande dolore allo stesso tempo. Ti arricchisce e ti distrugge.»
«Voglio evitare una nuova guerra.»
«Non puoi. La guerra è scritta nel destino dei be’-xai e Coda che Suona può solo decidere da che parte stare.»
David abbassò gli occhi. Doveva comunicare la notizia al capitano Canby e doveva farlo al più presto. Ma soprattutto doveva intercettare Ximenes Carreras e recuperare le armi prima che ai tinde venisse la stessa idea.
«Quanti uomini ha Carreras?»
Meoquanee tornò a sorridere.
«Due volte dieci, uomo bianco.»
Non mise disprezzo nella voce senza sesso, ma David lo percepì.
«Tu non capisci» si giustificò. «Senza quelle armi sarà più facile far ragionare i tinde.»
«Senza le armi, uomo bianco, sarà più facile massacrare i be’-xai. A lei che dirai?»
«A lei?»
«Aquila che Grida, altre due anime racchiuse in un unico corpo.»
«Gli uomini bianchi sono numerosi, molto più numerosi dei pellerossa. Se tu sai che la guerra è scritta nel destino dei tinde, sai anche che è scritto che la perderanno. Io voglio salvare le loro donne, i loro bambini. Meglio prigionieri che morti.»
«Meglio per chi, uomo bianco? Questi occhi hanno visto molte guerre perse. Ogni volta l’uomo bianco ha gridato vittoria e ha dato per spacciati i miei fratelli. Ma siamo ancora qui.»
David si alzò, ma indugiò a voltarle le spalle.
«Ho perso un amico, Meoquanee?»
Il berdache alzò la testa a guardarlo.
«No, Coda che Suona. Ma ciò che conta è che tu non perda te stesso.»


«Gli spiriti sussurrano nell’orecchio di Shenandoah. Tutto è confuso, come le perle di legno sparse sulla stuoia, prima che la squaw cominci a cucirle. Ma da loro nascono disegni. Le piste di Aquila che Grida, di Pelle di Luna, di Coda che Suona e di Occhi d’Inverno nascono lontane, come le fibre di agave. È venuto il tempo che si uniscano a formare un’unica fune.»


CHE LIBRO È?


Il destino attende a Canyon Apache è un romanzo storico di Laura Costantini e Loredana Falcone nato sul portale EFP Fan Fiction e poi pubblicato da Las Vegas Edizioni nel 2012. Per saperne di più e acquistarlo, visita il sito dell’editore.

Per leggere gli estratti sugli altri tre protagonisti, clicca qui.


RECENSIONE


Usurpatori. Barbari. Pindah lickoyee. Da che mondo è mondo, dall’antica Età del Bronzo al lontano pianeta Pandora di Avatar, ci sono sempre stati invasori, diavoli stranieri venuti dal mare o da oltre le montagne, uomini senza Dio e senza onore: vandali, vichinghi, gaijin, conquistadores. Sì, per quanto possa sembrare strano molti tra gli invasori più celebri della storia venivano dall’Europa. Mossi dall’avidità, dall’imperialismo coloniale,  dalle persecuzioni religiose e politiche, dalla pura e semplice fame, attraversarono il mare per giungere in terre più fertili, piene di metalli preziosi e di culture sconosciute. E i bianchi, con il loro progresso tecnologico e le loro stabili strutture politiche, non possono che alterare, trasformare tutto a loro immagine, terraformare, prendendosi tutto per sé.

Anche il cinema e la letteratura western, all’inizio, era un’epopea di bianchi, in cui l’unico indiano buono è un indiano morto, epopea che si è poi in qualche modo addolcita con libri e film come Piccolo Grande Uomo, Balla Coi Lupi, L’Ultimo Dei Mohicani, opere in cui torna sempre il tema dell’orfanello bianco adottato dagli indiani, che si sposerà poi con un altro bianco facendolo entrare a sua volta nella tribù. Insomma, i bianchi continuano ad essere al centro della scena, ma ora rispettano i fratelli rossi, anzi, li ammirano.

I nativi americani sono modelli di saggezza, di libertà, di vicinanza alla natura. Questo ovviamente non li rende automaticamente buoni o giusti, ma riesce a dare alle loro azioni un senso a dir poco assoluto, una consapevolezza senza precedenti del proprio ruolo nel mondo e del proprio destino immutabile.

Costantini e Falcone hanno avuto il coraggio di guidarci ancora una volta in quel mondo, nei territori aridi e soleggiati del New Mexico, sulla diligenza che porta Miss Kerry Roderyck di Richmond, Virginia, una principessina del Sud decaduta che ci ricorda quasi Rossella O’Hara, verso un matrimonio combinato con un ufficiale dell’esercito. Kerry è una tenderfoot (così i gringos chiamavano i damerini di città) in bilico tra il rassicurante mondo civile della Virginia, dove ha lasciato la sua casa, la sua famiglia, il suo passato, e quello del selvaggio West, in cui prima si spara e poi si fanno le domande, una terra che la renderà fin da subito vittima di violenze e umiliazioni di ogni tipo, anche sessuale.

Ma Kerry sopravviverà grazie all’aiuto provvidenziale di tre persone, tre sconosciuti i cui destini sono intrecciati al suo come i nastri di cuoio nei capelli di una squaw, e diventerà un’eroina pronta a rischiare tutto, anche la vita, per amicizia e per amore.  I tre sconosciuti, questi tre alleati di Kerry sono tutti legati in qualche modo gli apache, ai tinde, come si chiamano tra loro, e sono in bilico tra quel mondo di uomini liberi e saggi e il mondo di ottuso progresso dell’Uomo Bianco. Perché  l’intelligenza è una cosa diversa dalla saggezza.

Solo un pindah lickoyee, un viso pallido, legherebbe un’aquila fuori dal suo tepee, recita un antico detto. I cosiddetti selvaggi vedono i bianchi come inferiori in tutto, gente senza onore che parla con la lingua biforcuta, si lascia comandare da un solo capo per vigliaccheria e non è in grado di sopravvivere all’aria aperta. Come a dire, sono loro, gli Stati Uniti d’America, i veri selvaggi, i barbari venuti a usurpare le nostre terre e a uccidere i nostri bisonti.

Eppure Shenandoah, Aquila Che Grida, è figlia di un capotribù e di una donna bianca. Ha grandi poteri magici ma l’anziano sciamano Dente Stridente la odia, la chiama Strega Due Pelli. Shenandoah disprezza i bianchi, ma non capisce che in questo modo disprezza metà di sé stessa, e non accettando pienamente sé stessa, pur riuscendo a parlare con gli spiriti, non è in grado di incontrare la madre morta. Vedrà in Kerry, prigioniera della sua tribù, un’ombra della madre, da custodire e accompagnare per arrivare a sapere la verità su sé stessa.

Invece Daniel “Occhi d’Inverno” Pinkerton è un bounty killer massacratore d’indiani. Come Kerry non ha piu una famiglia, e come Shenandoah non ha mai conosciuto sua madre. Il padre violento l’ha ucciso lui stesso per riscattarne la taglia, e quello ha fatto nella sua vita da quel momento. Quello e nient’altro. Prenderà Kerry e Shenandoah come prigioniere aspettandosi un lauto riscatto, ma finirà invece per conoscere il suo passato e trovare finalmente una famiglia.

Ma chi è più in bilico tra i due mondi se non David “Coda Che Suona” Cassidy, un agente diplomatico che cura i rapporti tra il governo americano e i numerosi capitribù apache? Due nomi e due diversi modi di vestirsi rivelano la sua identità divisa tra il senso del dovere e il suo personale senso della giustizia. Considera lo stile di vita tinde come un sogno destinato a svanire presto, ma è un sogno che gli piace a tal punto da rischiare tutto. Accoglierà Kerry e Shenandoah nel forte in cui presta servizio, in un primo momento salvandole da Occhi d’Inverno, ma poi alleandosi con lui pur di soccorrerle da altri rapitori ben più malvagi, fino a dover andare in aiuto dello stesso bounty killer, sequestrato da un rivoluzionario messicano per ritrovare un enorme carico di fucili rubati. A forza di non scegliere da che parte stare, rischierà che siano gli altri a farlo per lui, e forse sarà meglio così.

Il destino attende a Canyon Apache è un’Avventura con la A maiuscola, ricca d’azione, sentimenti, violenza e colpi di scena, con una trama, un intreccio degno di un wampum indiano in cui ogni filo fa un preciso percorso per arrivare esattamente al suo posto e comporre un’armonia più grande. Anche se sono presenti archi narrativi ben definiti, non c’è divisione in capitoli a rallentare la lettura e il romanzo, nonostante la lunghezza, si legge tutto d’un fiato. L’importanza data alle emozioni e ai legami familiari e sentimentali fa da contraltare alla violenza fisica e psicologica tipica dell’ambientazione western, che diventa ancora più sgradevole e spaventosa del solito quando percepita dal punto di vista della damsel-in-distress Kerry, debole e indifesa.

La sensibilità ricorda quella di Isabel Allende, l’approccio originale al West riprende Piccolo Grande Uomo, il gusto romantico per l’avventura ci riporta a Emilio Salgari. Il ritmo narrativo incalzante, la crudezza di certi particolari, la precisione nei dettagli storici è quella dei grandi scrittori di best seller. Ken Follett, per dirne uno. Ma dove Follett mette stereotipi Costantini e Falcone mettono archetipi: la damsell-in-distress è orgogliosa e dimostra di avere un grande coraggio, la saggia guida indiana ha dei grandissimi tormenti interiori, il white hat è un tutore dell’ordine riluttante, quasi passivo, e il black hat è tutt’altro che cattivo, anzi, tra i quattro è forse il personaggio con l’arco più interessante e ricco di sorprese.

Mi auguro, anche se a distanza di anni dalla pubblicazione, che questo romanzo possa diventare un caso letterario da milioni di copie. Le autrici se lo meriterebbero. Le protagoniste, anche.

Per questo ho deciso di premiare quest’opera come Libro dell’Estate 2017. Provate a leggere Il destino attende a Canyon Apache sotto l’ombrellone: la sabbia del mare si trasformerà in quella del deserto del New Mexico e farete un viaggio magnifico nel tempo e nello spazio.

Cosa pensate di questo personaggio? Si coglie la differenza tra archetipo e stereotipo? Cosa vi aspettate da questo western al femminile? La parola ai commenti!

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