Pelle di Luna

«Il Grande Spirito ha messo Kerry sulla strada di Shenandoah, di Coda che Suona, di Occhi d’Inverno. Tutto è destinato a cambiare, per tutti. E il cambiamento passa attraverso il dolore. Il cuore di Shenandoah piange per ciò che ha dovuto lasciare.»


Era stato suo zio, preoccupato per quella bocca in più da sfamare, a trovarle un marito che si accontentasse di prenderla per quello che era: una donna senza dote che aveva già compiuto vent’anni. Non era importante che conoscesse il francese, che sapesse suonare il piano, dipingere acquerelli e ricamare. Non contava che sarebbe stata in grado di dirigere la servitù di una grande casa, di allestire un impeccabile ricevimento, di non far sfigurare il proprio marito. Non contava neanche che avesse la pelle candida e morbida e capelli come matasse di seta scura. Suo zio l’aveva ceduta al primo disposto a prendersela. Reginald adesso vestiva la divisa blu dell’esercito, ma era nato a Richmond e Kerry lo rammentava: un ragazzotto grasso che dava una mano nei magazzini della piantagione, che giocava volentieri con i negri e che per questo era lo zimbello di tutti. A questo era servita la Guerra Civile, a ribaltare il mondo: quelli che erano stati servi, ora erano padroni. E chi un tempo era una “principessa”, attraversava lande desolate per andare a consegnarsi a un uomo che non conosceva, non stimava e non amava, ma al quale doveva essere grata.


Gli occhi le si riempirono di lacrime e la gola della voglia di urlare. Non poteva finire così. Non per Kerry Roderyck di Richmond, Virginia. Non per la bella bambina, orgoglio di Mr Ryan, cui era stata promessa una vita da principessa. Ma quale principessa sarebbe morta arsa viva da una tribù di selvaggi? Nelle fiabe che suo padre le raccontava c’era sempre un cavaliere valoroso che arrivava a salvare la bella in pericolo, un cavaliere senza paura e senza macchia. Non un assassino prezzolato dal sangue impuro e dagli occhi senza colore che l’aveva abbandonata al proprio destino.


Di sua madre Kerry aveva un ritratto, di suo padre lo zio Howard a Richmond aveva un dagherrotipo. Ma Daniel non aveva lasciato traccia di sé, neanche un brutto disegno che lo indicasse come ricercato, perché era lui a dare la caccia. Del suo viso, che aveva cercato di nascondere sotto la tesa del cappello come fosse deforme, nessuno avrebbe avuto memoria. Nessuno avrebbe potuto ricordare lo splendore di quegli occhi. Nessuno, tranne lei.


«Gli spiriti sussurrano nell’orecchio di Shenandoah. Tutto è confuso, come le perle di legno sparse sulla stuoia, prima che la squaw cominci a cucirle. Ma da loro nascono disegni. Le piste di Aquila che Grida, di Pelle di Luna, di Coda che Suona e di Occhi d’Inverno nascono lontane, come le fibre di agave. È venuto il tempo che si uniscano a formare un’unica fune.»


CHE LIBRO È?


Il destino attende a Canyon Apache è un romanzo storico di Laura Costantini e Loredana Falcone nato sul portale EFP Fan Fiction e poi pubblicato da Las Vegas Edizioni nel 2012. Per saperne di più e acquistarlo, visita il sito dell’editore.

Per leggere gli estratti sugli altri tre protagonisti, clicca qui.


RECENSIONE


Usurpatori. Barbari. Pindah lickoyee. Da che mondo è mondo, dall’antica Età del Bronzo al lontano pianeta Pandora di Avatar, ci sono sempre stati invasori, diavoli stranieri venuti dal mare o da oltre le montagne, uomini senza Dio e senza onore: vandali, vichinghi, gaijin, conquistadores. Sì, per quanto possa sembrare strano molti tra gli invasori più celebri della storia venivano dall’Europa. Mossi dall’avidità, dall’imperialismo coloniale,  dalle persecuzioni religiose e politiche, dalla pura e semplice fame, attraversarono il mare per giungere in terre più fertili, piene di metalli preziosi e di culture sconosciute. E i bianchi, con il loro progresso tecnologico e le loro stabili strutture politiche, non possono che alterare, trasformare tutto a loro immagine, terraformare, prendendosi tutto per sé.

Anche il cinema e la letteratura western, all’inizio, era un’epopea di bianchi, in cui l’unico indiano buono è un indiano morto, epopea che si è poi in qualche modo addolcita con libri e film come Piccolo Grande Uomo, Balla Coi Lupi, L’Ultimo Dei Mohicani, opere in cui torna sempre il tema dell’orfanello bianco adottato dagli indiani, che si sposerà poi con un altro bianco facendolo entrare a sua volta nella tribù. Insomma, i bianchi continuano ad essere al centro della scena, ma ora rispettano i fratelli rossi, anzi, li ammirano.

I nativi americani sono modelli di saggezza, di libertà, di vicinanza alla natura. Questo ovviamente non li rende automaticamente buoni o giusti, ma riesce a dare alle loro azioni un senso a dir poco assoluto, una consapevolezza senza precedenti del proprio ruolo nel mondo e del proprio destino immutabile.

Costantini e Falcone hanno avuto il coraggio di guidarci ancora una volta in quel mondo, nei territori aridi e soleggiati del New Mexico, sulla diligenza che porta Miss Kerry Roderyck di Richmond, Virginia, una principessina del Sud decaduta che ci ricorda quasi Rossella O’Hara, verso un matrimonio combinato con un ufficiale dell’esercito. Kerry è una tenderfoot (così i gringos chiamavano i damerini di città) in bilico tra il rassicurante mondo civile della Virginia, dove ha lasciato la sua casa, la sua famiglia, il suo passato, e quello del selvaggio West, in cui prima si spara e poi si fanno le domande, una terra che la renderà fin da subito vittima di violenze e umiliazioni di ogni tipo, anche sessuale.

Ma Kerry sopravviverà grazie all’aiuto provvidenziale di tre persone, tre sconosciuti i cui destini sono intrecciati al suo come i nastri di cuoio nei capelli di una squaw, e diventerà un’eroina pronta a rischiare tutto, anche la vita, per amicizia e per amore.  I tre sconosciuti, questi tre alleati di Kerry sono tutti legati in qualche modo gli apache, ai tinde, come si chiamano tra loro, e sono in bilico tra quel mondo di uomini liberi e saggi e il mondo di ottuso progresso dell’Uomo Bianco. Perché  l’intelligenza è una cosa diversa dalla saggezza.

Solo un pindah lickoyee, un viso pallido, legherebbe un’aquila fuori dal suo tepee, recita un antico detto. I cosiddetti selvaggi vedono i bianchi come inferiori in tutto, gente senza onore che parla con la lingua biforcuta, si lascia comandare da un solo capo per vigliaccheria e non è in grado di sopravvivere all’aria aperta. Come a dire, sono loro, gli Stati Uniti d’America, i veri selvaggi, i barbari venuti a usurpare le nostre terre e a uccidere i nostri bisonti.

Eppure Shenandoah, Aquila Che Grida, è figlia di un capotribù e di una donna bianca. Ha grandi poteri magici ma l’anziano sciamano Dente Stridente la odia, la chiama Strega Due Pelli. Shenandoah disprezza i bianchi, ma non capisce che in questo modo disprezza metà di sé stessa, e non accettando pienamente sé stessa, pur riuscendo a parlare con gli spiriti, non è in grado di incontrare la madre morta. Vedrà in Kerry, prigioniera della sua tribù, un’ombra della madre, da custodire e accompagnare per arrivare a sapere la verità su sé stessa.

Invece Daniel “Occhi d’Inverno” Pinkerton è un bounty killer massacratore d’indiani. Come Kerry non ha piu una famiglia, e come Shenandoah non ha mai conosciuto sua madre. Il padre violento l’ha ucciso lui stesso per riscattarne la taglia, e quello ha fatto nella sua vita da quel momento. Quello e nient’altro. Prenderà Kerry e Shenandoah come prigioniere aspettandosi un lauto riscatto, ma finirà invece per conoscere il suo passato e trovare finalmente una famiglia.

Ma chi è più in bilico tra i due mondi se non David “Coda Che Suona” Cassidy, un agente diplomatico che cura i rapporti tra il governo americano e i numerosi capitribù apache? Due nomi e due diversi modi di vestirsi rivelano la sua identità divisa tra il senso del dovere e il suo personale senso della giustizia. Considera lo stile di vita tinde come un sogno destinato a svanire presto, ma è un sogno che gli piace a tal punto da rischiare tutto. Accoglierà Kerry e Shenandoah nel forte in cui presta servizio, in un primo momento salvandole da Occhi d’Inverno, ma poi alleandosi con lui pur di soccorrerle da altri rapitori ben più malvagi, fino a dover andare in aiuto dello stesso bounty killer, sequestrato da un rivoluzionario messicano per ritrovare un enorme carico di fucili rubati. A forza di non scegliere da che parte stare, rischierà che siano gli altri a farlo per lui, e forse sarà meglio così.

Il destino attende a Canyon Apache è un’Avventura con la A maiuscola, ricca d’azione, sentimenti, violenza e colpi di scena, con una trama, un intreccio degno di un wampum indiano in cui ogni filo fa un preciso percorso per arrivare esattamente al suo posto e comporre un’armonia più grande. Anche se sono presenti archi narrativi ben definiti, non c’è divisione in capitoli a rallentare la lettura e il romanzo, nonostante la lunghezza, si legge tutto d’un fiato. L’importanza data alle emozioni e ai legami familiari e sentimentali fa da contraltare alla violenza fisica e psicologica tipica dell’ambientazione western, che diventa ancora più sgradevole e spaventosa del solito quando percepita dal punto di vista della damsel-in-distress Kerry, debole e indifesa.

La sensibilità ricorda quella di Isabel Allende, l’approccio originale al West riprende Piccolo Grande Uomo, il gusto romantico per l’avventura ci riporta a Emilio Salgari. Il ritmo narrativo incalzante, la crudezza di certi particolari, la precisione nei dettagli storici è quella dei grandi scrittori di best seller. Ken Follett, per dirne uno. Ma dove Follett mette stereotipi Costantini e Falcone mettono archetipi: la damsell-in-distress è orgogliosa e dimostra di avere un grande coraggio, la saggia guida indiana ha dei grandissimi tormenti interiori, il white hat è un tutore dell’ordine riluttante, quasi passivo, e il black hat è tutt’altro che cattivo, anzi, tra i quattro è forse il personaggio con l’arco più interessante e ricco di sorprese.

Mi auguro, anche se a distanza di anni dalla pubblicazione, che questo romanzo possa diventare un caso letterario da milioni di copie. Le autrici se lo meriterebbero. Le protagoniste, anche.

Per questo ho deciso di premiare quest’opera come Libro dell’Estate 2017. Provate a leggere Il destino attende a Canyon Apache sotto l’ombrellone: la sabbia del mare si trasformerà in quella del deserto del New Mexico e farete un viaggio magnifico nel tempo e nello spazio.

Cosa pensate di questo personaggio? Si coglie la differenza tra archetipo e stereotipo? Cosa vi aspettate da questo western al femminile? La parola ai commenti!

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