Di purezza e impenetrabilità

Troppi anni fa per contarli tutti, decise di rincorrere i gesti ed amarli con tutto se stesso, per un manichino vestito bene.
Si trovava proprio sullo stesso marciapiede ma con occhi ed acciacchi più piccoli.
Eretto e pulito, aveva una mezz’ora di pausa prima di ritornare in ufficio: era il suo primo giorno di lavoro da contabile, avvocato, notaio o vai a capire cosa, adesso. Non l’avreste potuto indovinare dalla ventiquattrore e dalla camicia stirata, non l’avreste capito neppure ascoltando i suoi discorsi su viaggi, calcio e politica, non avreste potuto perché neanche il Jacques con la ventiquattrore sapeva cosa era stato spinto a fare nella vita. Aspettava qualcuno, qualcosa, che glielo spiegasse. Jacques con la ventiquattrore era in attesa.
Tentennante e rivolto verso il terreno, notò Chez Louise, una minuscola trattoria che lo attrasse. Sarebbe dovuta essere la sua follia della giornata; magari, per un istante, avrebbe avuto un posto nel mondo e qualcuno gli avrebbe sorriso, magari.
Entrò come si entra in chiesa, accolto da un affascinante squallore d’altri tempi.
Una signora procace posò i propri seni sul bancone di compensato non appena lo vide avvicinarsi.
«Uno bello tavolo per il dottore» ordinò alla cameriera scheletrica che faceva da trottola nella sala.
Il dottor Jacques con la ventiquattrore non c’era però, era alle spalle della signora, tra le fotografie ingiallite di bambini col gelato, donne con i fianchi larghi e soldati seri.
La procace, per avere risposta, gli schioccò le dita in faccia.
«Sì, grazie» disse Jacques con la ventiquattrore, rivolgendosi alla fotografia di un uomo elegante col cappello. Chi era? Perché non poteva accoglierlo lui?
Venne spinto dalla cameriera fino ad un tavolo incastrato tra due porte cigolanti, lo fece accomodare tirandogli le spalle verso la sedia e schizzò via.
La sala era quasi vuota.
In realtà, non lo sembrava perché al centro c’era un uomo misterioso, vestito di tutto punto, che riempiva l’ambiente. Solo lui. E pareva che tutta la trattoria ruotasse attorno alla sua sedia.
Le due devote, coordinate insieme, gli portarono un enorme piatto di polpettone.
La donna lo guardava come si guardano le cose rare, come se fosse la felicità.
Sembrava facesse l’amore, con gli occhi che non potevano fare a meno di mostrare tutta la pienezza che raggiungeva grazie a lui.
Solo quando gli aggiustò il papillon, Jacques riuscì a guardarlo in faccia, per accorgersi che non era una faccia.
Un manichino.
Al centro della stanza, un manichino distinto sedeva con il suo cappello in testa e il polpettone fumante di fronte.
Avrebbe voluto chiedere ma avrebbe rovinato tutta la bellezza macabra che permeava l’ambiente.
Si ricordò della fotografia a cui aveva parlato: l’uomo elegante aveva rubato il cappello al manichino. Aspettò solo un secondo per cogliere il senso intimo del tutto. Poi non aspettò più.
Il senso di quell’attimo non lo avrebbe colto mai ma sentì il cuore chiedere il permesso di uscire alle costole.
Cambiò tutto.
Fu nudo e bagnato davanti a tutti, senza più cordone, e quasi volle piangere per essere venuto al mondo.
Sentì di essere il manichino, la signora e, per la prima volta, Jacques, stavolta senza ventiquattrore.
Aprì la valigetta che racchiudeva dover essere e dover sembrare; dall’interno, tenendola socchiusa, ne strappò qualche foglio e lo nascose nella suola.
Lasciò il resto al manichino, insieme alla più grande riconoscenza.
Era amore, era redenzione. I suoi istanti non sarebbero mai più stati diversi.
Più forte della politica, dei viaggi, dello studio, del teatro, del calcio, dell’amicizia, della serenità, più forte della sopravvivenza, sentiva il bisogno di vivere di questo, di purezza e impenetrabilità. Come Giovanna d’Arco, avrebbe intrapreso la guerra contro il già visto, contro la morte.
Manichino elegante
Jacques proclamò così l’inizio, macchiando per la prima volta i fogli immacolati che gli avrebbero coperto la pianta del piede a lungo.

 


CHE LIBRO È?


Un manichino elegante è una raccolta di racconti di Eleonora Santamaria pubblicata da L’Erudita nel 2017. Per saperne di più e acquistarlo online, visita il sito dell’editore.

 


ABSTRACT


Jacques è un uomo vecchio, così vecchio che non ha un volto. Per via del suo passo claudicante in paese tutti lo conoscono, quasi una lancetta che scandisce il ritmo di un tempo lento, in cui i contorni delle cose e delle persone si confondono e, nel passaggio dal presente della cronaca alla memoria, sfumano fino a svanire. Quando Jacques si innamora scrive qualcosa su un foglio, un gesto, un nome, un suono, poi piega più volte il cartiglio e lo infila nella scarpa della gamba più corta.

Si innamora spesso il vecchio Jacques, ogni volta che incrocia qualcosa abbastanza bella da non poter essere dimenticata, eppure, foglio dopo foglio, la differenza tra le due gambe non diminuisce. Chissà, forse perché la distanza che separa le cose dal loro oblio non può essere cancellata. Ma è meglio cominciare dall’inizio, quando il dottor Jacques, una sera, lasciò la sua ventiquattrore ai piedi di un manichino. Con questa raccolta di racconti, legata dal fil rouge del rapporto violento tra tempo e memoria e dalla figura archetipica del suo custode, qui incarnato dal personaggio di Jacques, Eleonora Santamaria s’inscrive a pieno titolo nella tradizione della narrativa surreale italiana, dove agli interrogativi sulla storia s’intrecciano quelli sul senso e il valore della scrittura.

 


RECENSIONE


Un libro deve per forza avere una trama? Le “storie senza storia” possono emozionare e trasmettere bellezza? Questi sono i grandi interrogativi, le provocazioni che lancia al lettore Eleonora Santamaria con questa raccolta di racconti che sembra un romanzo breve.
E il sottoscritto, innamorato perso del surrealismo e dell’ermetismo, cresciuto dall’adolescenza all’età adulta con T.S. Eliot, Ezra Pound e David Lynch, non può che essere d’accordo con quest’esperimento, con questa volontà di provocare e stupire.

Un manichino elegante è un libro inaccessibile, fatto di simboli e immagini, giochi di parole spiazzanti, con uno stile proteiforme che sorprende, schizza, scivola via, trasformandosi continuamente.
Trovo inappropriato parlare di trama o struttura narrativa davanti a un’opera del genere. Sembra quasi una bande dessinée del geniale Moebius, una galleria di ritratti impressionanti, character studies micidiali. Saremmo tentati dal dire che Jacques il clochard sia il protagonista, visto che la sua presenza lega buona parte delle vicende narrate, ma non sarebbe esatto. Jacques è il narratore che ci guida per mano in questo mondo di pazzi, il Virgilio di questo nostro personalissimo inferno in terra. Jacques non è il protagonista. Il protagonista non è nemmeno una persona. È un’emozione, una sensazione, quel senso di perdita, di morte, di abbandono. Lasciar andare le cose e imparare a dire addio: eccolo il protagonista. Tutti i personaggi, dai divini Crono e Plutone alla teoria umana troppo umana di bambine, ubriaconi, segretarie coi superpoteri, cannibali e stupratori lo sa, combatte contro il destino, parla d’immortalità, di eroi, di edera, mille volti, mille maschere dietro cui si cela un’infinita, insaziabile, inarrestabile volontà di vita (e di potenza, aggiungerebbe Nietzsche). Ogni pagina cerca di comunicare questa sensazione inesprimibile, questa tristezza, questo male di esistere, e i personaggi stessi, tra sintassi vorticose e contraddizioni poetiche, si preoccupano del feedback di chi li sta leggendo, di chi li sta ascoltando.

Un manichino elegante è così, come la sceneggiatura di un cortometraggio visionario, scritto e mai girato. Mancherebbe giusto qualche nota di regia firmata, per dire, da Buñuel. Difficile, quasi impossibile affidare immagini e sensazioni del genere alle sole parole. Ma in questo brilla la grande abilità tecnica, stilistica, formale dell’autrice: era impossibile ma ce l’ha fatta, ha trovato un modo, il suo modo.
Aspetto con curiosità le sue prossime opere, augurandomi di ritrovare il suo stile inconfondibile abbinato però a una trama più articolata. Ma non che debba per forza avere un senso, eh. A volte è meglio restare nel mistero e, rileggendo, cercare, tra le mille possibili interpretazioni, quella che ci piace di più.

Cosa pensi di queste immagini, di questi simboli, di queste metafore? L’idea di un libro surreale, puro e impenetrabile ti affascina o ti allontana? La parola ai commenti!

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