Occhi d’Inverno

«Il cuore dei maschi è arido come la prateria sotto il sole di Shawnodese e loro pensano che anche quello delle squaw sia così. Ma il cuore di una donna è grande e fertile e umido, e i semi dell’amore germogliano in fretta e crescono saldi e robusti. Più saldi e robusti delle leggi dei maschi.»


«Che vuoi sapere dei miei occhi?» chiese a sua volta.

«Non hanno più colore. Perché?»

Lo domandava, semplicemente. Come suo nonno, la piccola Gertrud non aveva paura di lui. Non sapeva che doveva averne. Daniel ricambiò il sorriso.

«Quando sono nato» esordì «qualcuno mi ha abbandonato in una cesta, avvolto in una coperta. Era inverno, quel giorno, e nevicava. Tu sai cos’è la neve?»

Gertrud annuì.

«E non avevi freddo?»

«Avevo molto freddo e molta paura. Cominciai a piangere. Piansi per ore, forse per giorni. La neve continuava a cadere, coprendomi la faccia. Quando, alla fine, mi hanno trovato, il colore dei miei occhi non c’era più. Tutta quella neve e tutte quelle lacrime lo avevano lavato via.»

La bambina lo guardava a bocca aperta. Si avvicinò e tese una mano.

«Ti ha fatto male?» domandò sfiorandogli le ciglia scure.

Daniel si ritrasse.

«Forse» rispose «ma è passato tanto tempo. Non lo ricordo più.»


Aveva giurato di non urlare mai più. Lo aveva fatto quando la voce gli si era spezzata. Era un bambino allora, ostaggio di un padre che non lo aveva voluto e non ne aveva mai fatto mistero.

Caleb Pinkerton era un balordo. Uno che campava di truffe, furti, partite di poker truccate, barili di alcool da spacciare agli indiani. Uno che vendeva la sorella ai cow-boys di passaggio e che correva a bersi il pagamento anticipato di una sveltina. Uno che, da un giorno all’altro, si era ritrovato padre.

Caleb aveva odiato quel figlio dagli occhi troppo chiari e i capelli troppo scuri. Lo aveva odiato perché Emily si era ostinata a volerlo crescere, dopo averlo salvato dalla morte per assideramento. Lo aveva odiato perché non era una femmina e non poteva portargli un guadagno. L’infanzia di Daniel era stata un calvario segnato dal tentativo di rendersi invisibile agli occhi di quell’orco che l’aveva generato, e da una tempesta di cinghiate ogni volta che non ci riusciva. Era stato così, mentre la schiena gli si riempiva di cicatrici e il cuore di odio, che Daniel aveva imparato a urlare in silenzio; a serrare i denti mentre il dolore gli esplodeva dentro; a sfogare la sofferenza maledicendo colei che l’aveva messo al mondo e poi lo aveva lasciato in una cesta davanti alla porta della baracca dove vivevano Caleb e sua sorella Emily. Lo aveva fatto in una delle notti più fredde di quell’inverno, mentre infuriava una tormenta di neve come se ne ricordavano poche nel New Mexico. Era stato quello il suo benvenuto alla vita: il gelo e la consapevolezza dell’abbandono.

Lo stesso gelo che lo circondava adesso, mentre solo il battito del cuore contro i timpani e l’intensità del dolore scandivano un tempo che sembrava eterno. Aveva desiderato morire ogni giorno della sua vita. E ogni giorno la voglia di rivalsa contro quella vita che non aveva chiesto lo aveva spinto ad andare avanti.


La prima taglia che aveva incassato era stata quella che lo sceriffo di Trinidad aveva messo sulla testa di suo padre. C’era stata una rissa. Il cliente della giovane puttana con cui Caleb Pinkerton aveva sostituito zia Emily si rifiutava di pagare. Caleb lo aveva massacrato di botte prima di rendersi conto di aver ucciso il figlio del più ricco allevatore della zona. All’improvviso suo padre valeva cinquanta dollari, vivo o morto. Daniel aveva quattordici anni allora e una cattiva fama. La pelle troppo abbronzata, i capelli troppo scuri, il viso troppo liscio, lo sguardo troppo freddo per avere amici. Quando scaricò il cadavere di suo padre davanti all’ufficio dello sceriffo, l’uomo con la stella gli mise in mano cinquanta pezzi d’argento e gli ordinò di non farsi più vedere in città. Era cominciata così. Dieci anni in allerta, senza mai concedersi una debolezza, un goccio di troppo, una donna per più di una notte, un amico.


Di nuovo una parola indistinta sfuggì dalle labbra del cacciatore di taglie. E stavolta le parve di capire: chiamava sua madre.

Diceva di avere un ranch, era ricco. Eppure era solo quanto lei, odiato e temuto da tutti. E se fosse morto nessuno avrebbe sentito la sua mancanza. Una pietà dolorosa la convinse a muoversi. Gli si stese accanto, lo abbracciò ignorando l’odore di sangue e sudore che entrambi emanavano, e si tirò addosso lo spolverino perché li riparasse dal vento. Pinkerton le si strinse contro come un naufrago, cercandone il calore. Bastarono pochi minuti perché smettesse di tremare e perché il delirio che lo agitava si placasse in un sonno tranquillo. Kerry ci mise di più. Gli occhi aperti contro il cielo spolverato di stelle, lasciò che le lacrime le si seccassero, ancora una volta, sul viso. Non aveva altro al mondo ed era talmente stanca da concedersi di godere di quel momento di pace, della sensazione che, almeno per quella notte, la sua esistenza trovava uno scopo.


«Gli spiriti sussurrano nell’orecchio di Shenandoah. Tutto è confuso, come le perle di legno sparse sulla stuoia, prima che la squaw cominci a cucirle. Ma da loro nascono disegni. Le piste di Aquila che Grida, di Pelle di Luna, di Coda che Suona e di Occhi d’Inverno nascono lontane, come le fibre di agave. È venuto il tempo che si uniscano a formare un’unica fune.»


CHE LIBRO È?


Il destino attende a Canyon Apache è un romanzo storico di Laura Costantini e Loredana Falcone nato sul portale EFP Fan Fiction e poi pubblicato da Las Vegas Edizioni nel 2012. Per saperne di più e acquistarlo, visita il sito dell’editore.

Per leggere gli estratti sugli altri tre protagonisti, clicca qui.


RECENSIONE


Usurpatori. Barbari. Pindah lickoyee. Da che mondo è mondo, dall’antica Età del Bronzo al lontano pianeta Pandora di Avatar, ci sono sempre stati invasori, diavoli stranieri venuti dal mare o da oltre le montagne, uomini senza Dio e senza onore: vandali, vichinghi, gaijin, conquistadores. Sì, per quanto possa sembrare strano molti tra gli invasori più celebri della storia venivano dall’Europa. Mossi dall’avidità, dall’imperialismo coloniale,  dalle persecuzioni religiose e politiche, dalla pura e semplice fame, attraversarono il mare per giungere in terre più fertili, piene di metalli preziosi e di culture sconosciute. E i bianchi, con il loro progresso tecnologico e le loro stabili strutture politiche, non possono che alterare, trasformare tutto a loro immagine, terraformare, prendendosi tutto per sé.

Anche il cinema e la letteratura western, all’inizio, era un’epopea di bianchi, in cui l’unico indiano buono è un indiano morto, epopea che si è poi in qualche modo addolcita con libri e film come Piccolo Grande Uomo, Balla Coi Lupi, L’Ultimo Dei Mohicani, opere in cui torna sempre il tema dell’orfanello bianco adottato dagli indiani, che si sposerà poi con un altro bianco facendolo entrare a sua volta nella tribù. Insomma, i bianchi continuano ad essere al centro della scena, ma ora rispettano i fratelli rossi, anzi, li ammirano.

I nativi americani sono modelli di saggezza, di libertà, di vicinanza alla natura. Questo ovviamente non li rende automaticamente buoni o giusti, ma riesce a dare alle loro azioni un senso a dir poco assoluto, una consapevolezza senza precedenti del proprio ruolo nel mondo e del proprio destino immutabile.

Costantini e Falcone hanno avuto il coraggio di guidarci ancora una volta in quel mondo, nei territori aridi e soleggiati del New Mexico, sulla diligenza che porta Miss Kerry Roderyck di Richmond, Virginia, una principessina del Sud decaduta che ci ricorda quasi Rossella O’Hara, verso un matrimonio combinato con un ufficiale dell’esercito. Kerry è una tenderfoot (così i gringos chiamavano i damerini di città) in bilico tra il rassicurante mondo civile della Virginia, dove ha lasciato la sua casa, la sua famiglia, il suo passato, e quello del selvaggio West, in cui prima si spara e poi si fanno le domande, una terra che la renderà fin da subito vittima di violenze e umiliazioni di ogni tipo, anche sessuale.

Ma Kerry sopravviverà grazie all’aiuto provvidenziale di tre persone, tre sconosciuti i cui destini sono intrecciati al suo come i nastri di cuoio nei capelli di una squaw, e diventerà un’eroina pronta a rischiare tutto, anche la vita, per amicizia e per amore.  I tre sconosciuti, questi tre alleati di Kerry sono tutti legati in qualche modo gli apache, ai tinde, come si chiamano tra loro, e sono in bilico tra quel mondo di uomini liberi e saggi e il mondo di ottuso progresso dell’Uomo Bianco. Perché  l’intelligenza è una cosa diversa dalla saggezza.

Solo un pindah lickoyee, un viso pallido, legherebbe un’aquila fuori dal suo tepee, recita un antico detto. I cosiddetti selvaggi vedono i bianchi come inferiori in tutto, gente senza onore che parla con la lingua biforcuta, si lascia comandare da un solo capo per vigliaccheria e non è in grado di sopravvivere all’aria aperta. Come a dire, sono loro, gli Stati Uniti d’America, i veri selvaggi, i barbari venuti a usurpare le nostre terre e a uccidere i nostri bisonti.

Eppure Shenandoah, Aquila Che Grida, è figlia di un capotribù e di una donna bianca. Ha grandi poteri magici ma l’anziano sciamano Dente Stridente la odia, la chiama Strega Due Pelli. Shenandoah disprezza i bianchi, ma non capisce che in questo modo disprezza metà di sé stessa, e non accettando pienamente sé stessa, pur riuscendo a parlare con gli spiriti, non è in grado di incontrare la madre morta. Vedrà in Kerry, prigioniera della sua tribù, un’ombra della madre, da custodire e accompagnare per arrivare a sapere la verità su sé stessa.

Invece Daniel “Occhi d’Inverno” Pinkerton è un bounty killer massacratore d’indiani. Come Kerry non ha piu una famiglia, e come Shenandoah non ha mai conosciuto sua madre. Il padre violento l’ha ucciso lui stesso per riscattarne la taglia, e quello ha fatto nella sua vita da quel momento. Quello e nient’altro. Prenderà Kerry e Shenandoah come prigioniere aspettandosi un lauto riscatto, ma finirà invece per conoscere il suo passato e trovare finalmente una famiglia.

Ma chi è più in bilico tra i due mondi se non David “Coda Che Suona” Cassidy, un agente diplomatico che cura i rapporti tra il governo americano e i numerosi capitribù apache? Due nomi e due diversi modi di vestirsi rivelano la sua identità divisa tra il senso del dovere e il suo personale senso della giustizia. Considera lo stile di vita tinde come un sogno destinato a svanire presto, ma è un sogno che gli piace a tal punto da rischiare tutto. Accoglierà Kerry e Shenandoah nel forte in cui presta servizio, in un primo momento salvandole da Occhi d’Inverno, ma poi alleandosi con lui pur di soccorrerle da altri rapitori ben più malvagi, fino a dover andare in aiuto dello stesso bounty killer, sequestrato da un rivoluzionario messicano per ritrovare un enorme carico di fucili rubati. A forza di non scegliere da che parte stare, rischierà che siano gli altri a farlo per lui, e forse sarà meglio così.

Il destino attende a Canyon Apache è un’Avventura con la A maiuscola, ricca d’azione, sentimenti, violenza e colpi di scena, con una trama, un intreccio degno di un wampum indiano in cui ogni filo fa un preciso percorso per arrivare esattamente al suo posto e comporre un’armonia più grande. Anche se sono presenti archi narrativi ben definiti, non c’è divisione in capitoli a rallentare la lettura e il romanzo, nonostante la lunghezza, si legge tutto d’un fiato. L’importanza data alle emozioni e ai legami familiari e sentimentali fa da contraltare alla violenza fisica e psicologica tipica dell’ambientazione western, che diventa ancora più sgradevole e spaventosa del solito quando percepita dal punto di vista della damsel-in-distress Kerry, debole e indifesa.

La sensibilità ricorda quella di Isabel Allende, l’approccio originale al West riprende Piccolo Grande Uomo, il gusto romantico per l’avventura ci riporta a Emilio Salgari. Il ritmo narrativo incalzante, la crudezza di certi particolari, la precisione nei dettagli storici è quella dei grandi scrittori di best seller. Ken Follett, per dirne uno. Ma dove Follett mette stereotipi Costantini e Falcone mettono archetipi: la damsell-in-distress è orgogliosa e dimostra di avere un grande coraggio, la saggia guida indiana ha dei grandissimi tormenti interiori, il white hat è un tutore dell’ordine riluttante, quasi passivo, e il black hat è tutt’altro che cattivo, anzi, tra i quattro è forse il personaggio con l’arco più interessante e ricco di sorprese.

Mi auguro, anche se a distanza di anni dalla pubblicazione, che questo romanzo possa diventare un caso letterario da milioni di copie. Le autrici se lo meriterebbero. Le protagoniste, anche.

Per questo ho deciso di premiare quest’opera come Libro dell’Estate 2017. Provate a leggere Il destino attende a Canyon Apache sotto l’ombrellone: la sabbia del mare si trasformerà in quella del deserto del New Mexico e farete un viaggio magnifico nel tempo e nello spazio.

Cosa pensate di questo personaggio? Si coglie la differenza tra archetipo e stereotipo? Cosa vi aspettate da questo western al femminile? La parola ai commenti!

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