Aquila che Grida

«Nessuno ha insegnato a Shenandoah a capire gli spiriti. Shenandoah ha imparato da sola. E forse non ha imparato bene. L’ultima volta che Shenandoah ha sudato nel tepee, gli spiriti l’hanno messa in guardia: ci sono grandi cambiamenti in arrivo, grandi dolori, grandi pericoli. Il futuro della tribù, forse di tutti i tinde, passa tra le dita e nel cuore di Shenandoah.»


Nessuna squaw si chiamava come lei e nessuno tra i tinde sapeva cosa volesse dire quella parola. Il suo vero nome, quello che gli spiriti avevano voluto per lei, era Aquila che Grida. Ma suo padre per primo, quando era solo una bimba, aveva cominciato a chiamarla Shenandoah. Non aveva saputo spiegarle cosa significasse, sapeva solo che era qualcosa di caro a sua madre. E adesso la prigioniera aveva detto che Shenandoah non era un nome, ma un luogo. Forse il luogo dove era nata Capelli di Sole.

Il sole stava tramontando e lei uscì a guardare la sfera rossa e perfetta che calava verso lo spirito dell’ovest. Lasciò che la luce le riempisse gli occhi, chiedendo allo spirito della riflessione un chiarimento sulle visioni del giorno prima. Lei sapeva curare ferite, somministrare erbe, scacciare gli spiriti maligni, ma nessuno le aveva insegnato a interpretare le visioni. Dente stridente era molto anziano e molto saggio, ma la sua saggezza non era stata sufficiente a spingerlo a condividere con lei la conoscenza. Per Dente stridente, Shenandoah era uno scherzo della natura, qualcosa che andava rispettato, ma anche temuto. Non aveva mai fatto mistero di considerarla uno spirito maligno, mandato a maledire la tribù. Per questo aveva circondato il proprio tepee di amuleti, collane di turchese e tutto ciò che fosse in grado di tenere la stregoneria lontana dalla tribù. Quello che sapeva, Shenandoah aveva dovuto impararlo da sola. E la sensazione di essere destinata alla solitudine, che le era stata risparmiata durante l’infanzia, le era ricaduta addosso non appena aveva raggiunto la pubertà. Lo spirito Aquila che aveva vegliato sulla sua nascita l’aveva voluta così, a mezza via. I tinde la accettavano, ma non la sentivano come una di loro. I bianchi, se mai li avesse raggiunti, avrebbero rifiutato il suo sangue misto. Era sola, e le visioni non erano confortanti.

Il sole era ormai scomparso oltre l’orizzonte e la volta del cielo sfumava dal rosso al viola, al blu profondo, al nero. Le stelle si erano accese, brillanti e numerose come le mandrie di bisonti che percorrevano le praterie, numerose come si diceva che fossero gli uomini bianchi, pronti a riversarsi sulle loro terre. Shenandoah sospirò e rientrò nella tenda. Forse gli spiriti avrebbero approfittato del suo sonno per aiutarla a capire perché aveva l’impressione che la squaw bianca addormentata sulle stuoie fosse destinata a cambiare la vita di tutti loro.


Shenandoah si era svegliata al sorgere del sole ed era uscita dal tepee per guardare i guerrieri che toglievano il campo, efficaci e rapidi come sempre. Solo il cerchio sacro, nel deserto villaggio degli Antichi, avrebbe testimoniato che lì si era consumato il consiglio dei capi. Almeno fino a quando il vento e la pioggia non lo avessero cancellato. Quel pensiero gliene portò un altro. Niente di tutto ciò che i tinde facevano lasciava una traccia duratura. Le loro vite scorrevano via e il ricordo sopravviveva soltanto nella memoria degli anziani. Di sua madre, Capelli di Sole, restava il libro delle parole scritte. Di lei, Aquila che Grida, non sarebbe rimasto neanche quello. A meno che non avesse deciso di attraversare il limite che divideva la sua vita e fosse diventata ciò che in parte, una piccola parte, era: una pindah lickoyee.


«Gli spiriti sussurrano nell’orecchio di Shenandoah. Tutto è confuso, come le perle di legno sparse sulla stuoia, prima che la squaw cominci a cucirle. Ma da loro nascono disegni. Le piste di Aquila che Grida, di Pelle di Luna, di Coda che Suona e di Occhi d’Inverno nascono lontane, come le fibre di agave. È venuto il tempo che si uniscano a formare un’unica fune.»


CHE LIBRO È?


Il destino attende a Canyon Apache è un romanzo storico di Laura Costantini e Loredana Falcone nato sul portale EFP Fan Fiction e poi pubblicato da Las Vegas Edizioni nel 2012. Per saperne di più e acquistarlo, visita il sito dell’editore.

Per leggere gli estratti sugli altri tre protagonisti, clicca qui.


RECENSIONE


Usurpatori. Barbari. Pindah lickoyee. Da che mondo è mondo, dall’antica Età del Bronzo al lontano pianeta Pandora di Avatar, ci sono sempre stati invasori, diavoli stranieri venuti dal mare o da oltre le montagne, uomini senza Dio e senza onore: vandali, vichinghi, gaijin, conquistadores. Sì, per quanto possa sembrare strano molti tra gli invasori più celebri della storia venivano dall’Europa. Mossi dall’avidità, dall’imperialismo coloniale,  dalle persecuzioni religiose e politiche, dalla pura e semplice fame, attraversarono il mare per giungere in terre più fertili, piene di metalli preziosi e di culture sconosciute. E i bianchi, con il loro progresso tecnologico e le loro stabili strutture politiche, non possono che alterare, trasformare tutto a loro immagine, terraformare, prendendosi tutto per sé.

Anche il cinema e la letteratura western, all’inizio, era un’epopea di bianchi, in cui l’unico indiano buono è un indiano morto, epopea che si è poi in qualche modo addolcita con libri e film come Piccolo Grande Uomo, Balla Coi Lupi, L’Ultimo Dei Mohicani, opere in cui torna sempre il tema dell’orfanello bianco adottato dagli indiani, che si sposerà poi con un altro bianco facendolo entrare a sua volta nella tribù. Insomma, i bianchi continuano ad essere al centro della scena, ma ora rispettano i fratelli rossi, anzi, li ammirano.

I nativi americani sono modelli di saggezza, di libertà, di vicinanza alla natura. Questo ovviamente non li rende automaticamente buoni o giusti, ma riesce a dare alle loro azioni un senso a dir poco assoluto, una consapevolezza senza precedenti del proprio ruolo nel mondo e del proprio destino immutabile.

Costantini e Falcone hanno avuto il coraggio di guidarci ancora una volta in quel mondo, nei territori aridi e soleggiati del New Mexico, sulla diligenza che porta Miss Kerry Roderyck di Richmond, Virginia, una principessina del Sud decaduta che ci ricorda quasi Rossella O’Hara, verso un matrimonio combinato con un ufficiale dell’esercito. Kerry è una tenderfoot (così i gringos chiamavano i damerini di città) in bilico tra il rassicurante mondo civile della Virginia, dove ha lasciato la sua casa, la sua famiglia, il suo passato, e quello del selvaggio West, in cui prima si spara e poi si fanno le domande, una terra che la renderà fin da subito vittima di violenze e umiliazioni di ogni tipo, anche sessuale.

Ma Kerry sopravviverà grazie all’aiuto provvidenziale di tre persone, tre sconosciuti i cui destini sono intrecciati al suo come i nastri di cuoio nei capelli di una squaw, e diventerà un’eroina pronta a rischiare tutto, anche la vita, per amicizia e per amore.  I tre sconosciuti, questi tre alleati di Kerry sono tutti legati in qualche modo gli apache, ai tinde, come si chiamano tra loro, e sono in bilico tra quel mondo di uomini liberi e saggi e il mondo di ottuso progresso dell’Uomo Bianco. Perché  l’intelligenza è una cosa diversa dalla saggezza.

Solo un pindah lickoyee, un viso pallido, legherebbe un’aquila fuori dal suo tepee, recita un antico detto. I cosiddetti selvaggi vedono i bianchi come inferiori in tutto, gente senza onore che parla con la lingua biforcuta, si lascia comandare da un solo capo per vigliaccheria e non è in grado di sopravvivere all’aria aperta. Come a dire, sono loro, gli Stati Uniti d’America, i veri selvaggi, i barbari venuti a usurpare le nostre terre e a uccidere i nostri bisonti.

Eppure Shenandoah, Aquila Che Grida, è figlia di un capotribù e di una donna bianca. Ha grandi poteri magici ma l’anziano sciamano Dente Stridente la odia, la chiama Strega Due Pelli. Shenandoah disprezza i bianchi, ma non capisce che in questo modo disprezza metà di sé stessa, e non accettando pienamente sé stessa, pur riuscendo a parlare con gli spiriti, non è in grado di incontrare la madre morta. Vedrà in Kerry, prigioniera della sua tribù, un’ombra della madre, da custodire e accompagnare per arrivare a sapere la verità su sé stessa.

Invece Daniel “Occhi d’Inverno” Pinkerton è un bounty killer massacratore d’indiani. Come Kerry non ha piu una famiglia, e come Shenandoah non ha mai conosciuto sua madre. Il padre violento l’ha ucciso lui stesso per riscattarne la taglia, e quello ha fatto nella sua vita da quel momento. Quello e nient’altro. Prenderà Kerry e Shenandoah come prigioniere aspettandosi un lauto riscatto, ma finirà invece per conoscere il suo passato e trovare finalmente una famiglia.

Ma chi è più in bilico tra i due mondi se non David “Coda Che Suona” Cassidy, un agente diplomatico che cura i rapporti tra il governo americano e i numerosi capitribù apache? Due nomi e due diversi modi di vestirsi rivelano la sua identità divisa tra il senso del dovere e il suo personale senso della giustizia. Considera lo stile di vita tinde come un sogno destinato a svanire presto, ma è un sogno che gli piace a tal punto da rischiare tutto. Accoglierà Kerry e Shenandoah nel forte in cui presta servizio, in un primo momento salvandole da Occhi d’Inverno, ma poi alleandosi con lui pur di soccorrerle da altri rapitori ben più malvagi, fino a dover andare in aiuto dello stesso bounty killer, sequestrato da un rivoluzionario messicano per ritrovare un enorme carico di fucili rubati. A forza di non scegliere da che parte stare, rischierà che siano gli altri a farlo per lui, e forse sarà meglio così.

Il destino attende a Canyon Apache è un’Avventura con la A maiuscola, ricca d’azione, sentimenti, violenza e colpi di scena, con una trama, un intreccio degno di un wampum indiano in cui ogni filo fa un preciso percorso per arrivare esattamente al suo posto e comporre un’armonia più grande. Anche se sono presenti archi narrativi ben definiti, non c’è divisione in capitoli a rallentare la lettura e il romanzo, nonostante la lunghezza, si legge tutto d’un fiato. L’importanza data alle emozioni e ai legami familiari e sentimentali fa da contraltare alla violenza fisica e psicologica tipica dell’ambientazione western, che diventa ancora più sgradevole e spaventosa del solito quando percepita dal punto di vista della damsel-in-distress Kerry, debole e indifesa.

La sensibilità ricorda quella di Isabel Allende, l’approccio originale al West riprende Piccolo Grande Uomo, il gusto romantico per l’avventura ci riporta a Emilio Salgari. Il ritmo narrativo incalzante, la crudezza di certi particolari, la precisione nei dettagli storici è quella dei grandi scrittori di best seller. Ken Follett, per dirne uno. Ma dove Follett mette stereotipi Costantini e Falcone mettono archetipi: la damsell-in-distress è orgogliosa e dimostra di avere un grande coraggio, la saggia guida indiana ha dei grandissimi tormenti interiori, il white hat è un tutore dell’ordine riluttante, quasi passivo, e il black hat è tutt’altro che cattivo, anzi, tra i quattro è forse il personaggio con l’arco più interessante e ricco di sorprese.

Mi auguro, anche se a distanza di anni dalla pubblicazione, che questo romanzo possa diventare un caso letterario da milioni di copie. Le autrici se lo meriterebbero. Le protagoniste, anche.

Per questo ho deciso di premiare quest’opera come Libro dell’Estate 2017. Provate a leggere Il destino attende a Canyon Apache sotto l’ombrellone: la sabbia del mare si trasformerà in quella del deserto del New Mexico e farete un viaggio magnifico nel tempo e nello spazio.

Cosa pensate di questo personaggio? Si coglie la differenza tra archetipo e stereotipo? Cosa vi aspettate da questo western al femminile? La parola ai commenti!

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