Another day in Paradise

Smisi di cercare me stesso nel mondo.

Ero morto.

Potevi chiedermi cosa ero diventato: sapevo bene la risposta.

Ma non sarei riuscito a rispondere, se invece mi avessi chiesto chi ero diventato.

Rincorrevo affannosamente il sogno di avere un giorno un sogno; un sogno da inseguire, da completare. Steso a terra osservavo il tempo trascorrere e le lune dissiparsi in orizzonti ben lontani. Chiara era la notte.

Il giorno passò svelto, la notte tanto attesa arrivò senza lunghi preamboli, chiara. Una puttana mi guardava dalla parte opposta del marciapiede, il suo profumo era intenso anche a diversi metri di distanza. Chiusa in povere vesti consumava le poche sigarette che gli rimanevano con vorace attenzione. Fumata ritmica. Aspirava, pochi secondi, buttava fuori il fumo. Questo per i minuti che la dividevano dall’ultima sigaretta. Poi si spense, l’ultima sigaretta. Le ceneri caddero a terra e si spensero nella pozza sotto i suoi tacchi. A terra i resti esanimi di tutte le altre sigarette. La loro vita dipese da quelle golose e ritmiche aspirate. Brevi. Locali riversavano il jazz caldo dei musicisti nelle strade vuote, incuranti di quello che avveniva fuori, protetti dalla loro musica calma. Faceva davvero freddo. Immersi le mani nelle ampie tasche. Gli isolati mi sfrecciavano accanto, dovevo fermarli. Mi appoggiai ad un palo e spensi la luce. Avevo di nuovo caldo, tolsi le mani dalle tasche, afferrai il palo, era gelido. Ero in una pozza. Aveva piovuto per tutto il giorno. Aprii l’ombrello che portavo sempre dietro e me lo misi sotto i piedi, proprio tra la pozza e me. Ero all’asciutto, finalmente. Le note di un organo di una vecchia chiesa attirarono la mia attenzione. Camminai verso la fonte di quel suono, ma non velocemente: avrei potuto rompere l’ombrello.

Spesso scrivo la sera, perché riesco a liberare la mente. Sempre però, il giorno dopo rileggo, e spesso cancello tutto. Ho l’impressione che tutto sia così banalmente tragico e rimango con i ricordi di quelle parole sterili.

Presi la mia foto dal comodino. Mi capita spesso di averla fra le mani, guardarla non mi fa dimenticare chi sono. Sto attento ad un nuovo taglio di capelli, alla crescita della barba, di indossare abiti diversi, potrei non corrispondere più a quella foto, potrei perdermi. Oggi, come sempre, ero soddisfatto di riconoscermi in quella foto.
Era bella la mia vita. La amavo.

 

Sale il rischio

Te ne accorgi quando aprendo la finestra il mondo ti sbatte in faccia. Quando la immagini. Quando l’uomo forte che sei si sgretola al solo pensiero.
Non uomini. Siamo massi enormi di pietra grezza, friabile, all’apparenza forti, imponenti, nella realtà fragili.

Questa è una di quelle sere in cui le parole escono facilmente. Quando un pensiero si trasforma in una frase su carta, e tu puoi studiarlo, scomporlo e ricomporlo, alla ricerca di qualche difetto di fabbricazione. Eppure quel pensiero sembrava perfetto.

Tipicamente, aprendo una finestra, al massimo basterebbe sporgersi un po’ con il corpo e aspettare che la gravità faccia il resto, perché il mondo non ti sbatte in faccia, sei tu che sbatti in faccia a lui. Allo stesso tipico modo basta fissarsi il suo pensiero senza divagare troppo, senza perdere di vista quel poco di realtà che risiede nell’immaginazione.

Uomo fragile. Grande e forte, eppure fragile. Inaspettato si muove con disordine un muscolo. Lo chiamano cuore. Io lo chiamo disastro.

Ho scomposto il problema, osservato, studiato il pensiero. Eppure quel pensiero mi sembrava perfetto. Ancora.
Mi bastava osservarla mentre dormiva. Non serviva chiedersi nulla. Non c’erano domande adatte, ne risposte abbastanza esaustive. E allora il solo sguardo bastava e nient’altro sembrava contare davvero.

Era vicinissima. Potevo sentire i respiri che si susseguivano regolari e avrei perfino potuto sentire i leggeri battiti del suo piccolo cuore se solo avessi appoggiato l’orecchio al materasso. Bastava un sussurro. Un granello di polvere caduto troppo in fretta o un movimento improvviso dell’aria per poter mutare tutto. Mi ero promesso di doverla baciare. Oggi stesso.

Promettere è difficile in sé. Promettere a sé stessi è ancor più arduo. Ci sono in ballo le proprie aspettative, i propri sentimenti. Ma non avevo scelta.
La baciai. Fu un bacio veloce, inaspettato, oppure così era il bacio che mi sono immaginato.
Quel giorno la congedai con un timido saluto. Quello stesso giorno persi terribilmente un’occasione.

Pensavo di non avere scelte, ma averla davanti mi ha smontato e sono ricaduto paurosamente nella cerchia di quelle persone che agiscono facendosi influenzare dalla possibilità di scegliere, finendo per scegliere sempre quella più facile. Quel giorno avevo perso.

 

 

Bastasse una sola parola…

…riuscirei a dire tutto. In un attimo chiuderei il mondo in un pugno e smetterei di riversare parole su parole, nel vano tentativo di rendere questa vita, almeno in parte, effettivamente tangibile. Potrei forse sospirare, e sentire, lenta, passare l’eternità. Chiuderei gli occhi, e nel momento in cui un battito si trasforma in infinito riuscirei a sentirmi veramente vivo. Sbuffo al vento gelido e riempio i polmoni di quel freddo che logora le ossa. Sospiri. Sbuffo al vento gelido e strane nuvolette escono da esso, non avrei mai pensato di poterlo osservare, uno sbuffo. Invece era li, che lentamente si diradava nel freddo gelido di quella domenica già finita. Io con essa. Chissà perché quando fa veramente freddo alcuni pensieri si bloccano. Non lo saprò mai, forse. I muri sono diventati la mia stretta gabbia e io sbatto contro di loro nel vano tentativo di creare una via di fuga. Vedo sgretolare i miei sogni come i pezzi di intonaco che cadono sotto la mia ostentazione. È così, non potevo aspettarmi nulla di meglio dalla mia vita. Singhiozzavo nell’ombra. Nel muro i segni di quelli che credevo essere giorni e, invece, era un eternità, chiusa in un tratto di grafite su un muro bianco. Una musica. Note su note, ed io, brividi su brividi. Mai nulla di così presente quanto quelle effimere note. Dicono che la musica salvi l’uomo, lo nobiliti, a volte. Io dico che senza musica sarei un clown senza sorriso. Nessun bambino, nessuno, riderebbe, ed io rimarrei un banale clown senza sorriso. Le lacrime farebbero colare i diversi strati di trucco, metterebbero a nudo la vera persona che si nasconde grazie ad essi. Mi spoglierebbero.

Su un infinito vedrei nero. Su una vita vedrei attimi. Non so mai cosa sceglierei davvero. Il nero o l’insieme di attimi. Domani vorrei essere vivo. Perché domani ho un appuntamento con la vita. Mi preparo. Apro il guardaroba. Ho una scelta di abiti enorme, ma quale sarà quello giusto? Per domani mi vestirò di ossa, carne e sentimenti. Non potrei essere più sincero. Lo attendo, il domani. La attendo, domani.

 

Il tempo di un saluto

Ero stranamente appeso a frivoli pensieri, ubriaco, sconvolto. Non so cosa contava di più adesso. Le persone mi passavano accanto fugaci, ero tremendamente perso, un indistinto punto in lontananza, troppo, troppo lontano. Mi svegliò un urlo. Ero io stesso. Urlavo al mondo per farmi sentire ma a malapena sentivo le parole che mi uscivano con rabbia. Era più facile scappare, sentirmi finalmente vivo, solo perché ero lontano, lontano da tutto. Una chitarra risuonava nel leggero divenire di questa notte. Era quasi mezzanotte, ma dov’era Cenerentola? Non c’era la fuga veloce, non c’era nessuna scarpetta di cristallo persa. É in questi momenti che sento di essere veramente solo. I lost myself. Le parole coincidevano come gli infiniti tasselli di un puzzle e le parole fluivano tempestose, io ero la sorgente che dovevo ancora scoprire. Quando sei ubriaco ogni cosa la vivi in modo diverso. Senti il peso della lingua. La testa è persa. Persa è la ragione. Aperte sono le strade. Ci baciammo alla luce di quella che credevo essere una luna diversa. La notte era profonda. Camminavamo uno di fianco all’altra, senza chiederci per quale motivo il nostro cammino si arrestò e si spense in un bacio. Ma tutto durò il tempo di un saluto.

 

Quel posto era colmo di ricordi

Sui muri le scritte quasi del tutto cancellate, reduci di vecchie storie d’amore. L’odore dei pini e il gracchiare delle cicale era sempre lo stesso. Nulla sembrava davvero cambiato.

Io ero cambiato.

Ero più vecchio di tre anni, ma nulla sembrava davvero così diverso. Perfino la musica. Paradise City dei Guns risuonava ancora trionfante. Mi riportava a quando il rock smuoveva il mio leggero essere, quando l’assolo di una chitarra mi rapiva più di un libro di scuola, quando la grancassa di una batteria mi faceva vibrare l’anima.

 


Another day in Paradise – Diario di un pensatore è una raccolta di brevi pensieri di PCS.

 

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