Macellati davanti agli occhi di una bambina

Parlare di mia madre non mi è facile. Parlare della sua vita equivale a farle un’aggressione, per lei che ha sempre cercato di dimenticare le nefandezze subite nel suo passato.
Nacque nel 1943, la maggiore di otto figli; padre macellaio e madre casalinga.
Il padre era un uomo burbero, freddo e violento, aveva vissuto una breve esperienza da carcerato, ma ad un bieco scherzo della natura qual’era lui non poteva nuocere perché il suo cuore e la sua coscienza erano già una galera in cui regnava odio, malvagità, follia e violenza allo stato puro.
Macellava lui stesso i suoi animali, i suoi capretti, le sue mucche e i maiali, li uccideva, li spellava e li squartava davanti agli occhi atterriti di una bambina resa matura dalle responsabilità di una famiglia numerosa, ma dall’animo innocente delle sue coetanee. Strappata ad un destino migliore che solo l’ambiente scolastico avrebbe potuto
riservarle, per dedicarsi instancabilmente alla casa e al lavoro in macelleria; quella bambina era mia madre.
Mio padre, mio padre aveva un nome importante, un nome non facile da portare in un mondo in cui il fallimento è sempre in agguato, si chiamava Vittorio, nome di origine latina dall’esplicito significato: vittorioso, vincitore, che destino beffardo per colui che nella vita si ritrovò invece a perder tutto.
Pochi ricordi di lui, contrastanti sia negli eventi sia nei sentimenti. Era un uomo duro mio padre, uomo d’altri tempi.
Fondamentalmente penso che dietro a quell’uomo tanto duro si nascondesse una persona molto sola: forte, passionale, coraggiosa ma con un’immensa tristezza nel cuore. Una tristezza mai confessata, orgogliosamente taciuta, e svelata solo da un’evidente aggressività.
Il dolore ci fortifica è vero, ma la forza alle volte se incalzata dalla rabbia e dal rancore è un pericoloso mutante che da qualità si trasforma in violenza sconfinata.
A soli 16 anni dovette affrontare il suo primo grande lutto, la morte prematura della madre. Fu così che ancora adolescente, dovette assumersi doveri per cui non era ancora pronto.
Cimento non facile quello di prendersi cura di un genitore devastato dalla perdita della coniuge, il quale nonostante le attenzioni del figlio, decide ugualmente di lasciarsi morire giorno dopo giorno, così da riabbracciare l’amata dopo appena un anno dalla sua scomparsa.
Lasciarsi morire di solitudine, lasciarsi morir d’amore, una filosofia di vita che oggi forse si è estinta.
Comunemente e semplicisticamente siamo soliti pensare che frasi tipo “Ti amo da morire” siano solo un luogo comune o un modo di dire, ma se ci si guarda intorno nella maniera giusta, se si sa cercare ciò che non sempre si vuol trovare – diciamo che una cosa non esiste o è un’utopia solo perché paradossalmente ci è più comodo credere che sia così, ammettere la sua esistenza metterebbe in evidenza i nostri limiti – scopriamo che non si tratta di un romanzo romantico frutto dell’immaginazione di un poeta contemporaneo, ma che d’amore si può davvero morire ed è magico ed è rasserenante sapere che nel mondo, nel nostro mondo cinico e cruento c’è stato, e forse, c’è ancora chi sa amare profondamente, chi sa lasciarsi andare ai sentimenti tanto da giocarsi tutto, anche la propria vita.
Diciassette anni e già orfano, sarebbe stato semplice arrendersi, compiangersi, aggregarsi alla delinquenza e odiare la vita per il perfido progetto messo in atto ai suoi danni, ma lui non scelse la semplicità, questa non faceva parte di lui.
Studiò e lavorò, e divenne un abbiente commerciante. Conobbe mia madre, si innamorarono, ma contrastati dall’ignoranza di chi presume di poter decidere dell’altrui vita dovettero scappare. Così fu proprio la tipica fuga meridionale detta “fuitina” a consacrare e ufficializzare la loro breve ed intensa unione.
Un’unione fatta esclusivamente d’amore in un’epoca in cui era sovente combinare i matrimoni a proprio guadagno, il guadagno di genitori egoisti e incapaci di donare, donare ciò che di più bello, intelligente e nobile si possa regalare ai propri figli: la “libertà”. Libertà d’amare, libertà di decidere, libertà anche di sbagliare, senza per questo dover fuggire, vergognarsi o esser vittime di abbiette punizioni.


CHE LIBRO È?

 

“Lentamente” è il romanzo d’esordio di Veronike Jane, pubblicato nel 2017 in self su Amazon.


ABSTRACT

Vanessa è l’ultima di quattro figli. Nasce e vive fino all’adolescenza in una famiglia legata a uno dei più famigerati boss della malavita siciliana, per via degli stretti legami di parentela di sua madre.
Il romanzo ripercorre in prima persona le vicende familiari della protagonista, che ci accompagna per mano nel suo percorso. Grazie a una descrizione accurata dei luoghi e dei personaggi, il lettore viene calato nelle vicende di un quartiere degradato della “Vecchia Sicilia”.
Con l’evolversi degli eventi, la trama assume toni drammatici, a tratti profondamente struggenti. Ma non per tutti il destino è una linea dritta, uguale ed ineluttabile fino alla fine.

“…perché nessuna cicatrice può fermarmi bensì guidarmi, perché il mio vero io è un bagaglio che porto nel cuore…”

Un racconto cruento, surreale, violento, ai confini con la realtà, in cui il contatto con quel vissuto non può che scuotere.
Una narrativa efficace e diretta che arriva a segno: un pulp realistico raccontato da chi ha toccato con mano violente aberrazioni e le svela denunciandole al mondo.


RECENSIONE

Perché spesso i libri autobiografici si scrivono in due? Perché la storia, l’atto di narrare, il prodotto finito, è frutto di due azioni: parlare e ascoltare. Chi ha vissuto le vicende ne parla, e l’intervistatore, l’editor, il biografo ascolta, prende appunti, crea una struttura. Nei romanzi di finzione, spesso è il protagonista stesso a raccontarci la sua storia. Tra i mille che esistono, mi vengono in mente Zeno di Italo Svevo e Dolores Claiborne di Stephen King. La primissima pagina de “La coscienza di Zeno” racconta una premessa particolare: uno psicanalista che pubblica la storia di un paziente per vendicarsi di qualcosa. L’intero romanzo di King, invece, è una lunghissima testimonianza che la protagonista rilascia alla polizia. Verrebbe quasi da dire: centinaia di pagine, tutte d’un fiato. Ora, trattandosi di personaggi inventati, hanno una capacità di esprimersi eccellente, mutuata da quella dei loro creatori. Ma questa è un’epoca di reality, di documentari, di reportage. Sempre più spesso è il protagonista delle vicende a parlare senza filtro, senza un autore o un editor a migliorargli le parole. È grosso modo quello che accade in “Lentamente” di Veronike Jane. L’autrice, con uno stile da film neorealista o da documentario, ci porta nella vita di una ragazza siciliana con una famiglia molto difficile, legata ad ambienti criminali. È un romanzo di vita quotidiana, vita vissuta, con vecchi ricordi raccontati come a uno psicologo, insistendo a volte proprio su aspetti morbosi, angoscianti o sessuali. Quello che emerge da questo libro è un senso di persecuzione, in cui tutti sono contro la sventurata protagonista. Il panorama è desolato, non c’è un solo personaggio che si salvi: il grosso del cast del romanzo è composto da mafiosi, pedofili, pazzi, o comunque persone egoiste e meschine. Anche quelli che dovrebbero dare il buon esempio, gli insegnanti, i credenti, si comportano con crudeltà. La protagonista cresce nel peggiore dei mondi possibili, finendo quasi per ricordarci personaggi da dramma ottocentesco, da romanzo di Charles Dickens o da Ciclo dei Vinti di Giovanni Verga (anche lui siciliano, tra l’altro). È una protagonista che, circondata da parenti e conoscenti sgradevoli, cresce essenzialmente sola e abbandonata a sé stessa, traumatizzata. E l’affetto che la lega alle poche persone buone che conosce, come l’eroico padre Vittorio, il signor Antonio, al tempo stesso mafioso e angelo custode, e ad alcuni dolcissimi cani, ha letteralmente vita breve: sono tutti destinati a morire, mentre lo scellerato zio Gaetano si gode la vita facendo il “pentito”. Poi, all’ultima pagina, deus ex machina: dopo tutto queto schifo, viene a salvarla il principe azzurro e conosce il vero amore.

“Lentamente” non è un libro scritto bene. Presenta errori di scrittura di vario tipo, uno stile fin troppo semplice e laconico e una struttura debole. La protagonista nasce a circa metà del romanzo, dopo che è stato presentato, un capitolo per volta, il resto della famiglia con tutti i problemi annessi e connessi. Non ci sono dialoghi o scene forti, vibranti di vita, solo brevi aneddoti. In realtà, quello che è il romanzo finito purtroppo assomiglia molto agli appunti che un autore più esperto userebbe per prendere nota delle backstory dei vari personaggi coinvolti.

Ma è anche questo il bello di avere a che fare con gli esordienti, ed è questo il motivo per cui ho accettato di recensire questo libro: gli esordienti portano sempre qualcosa di assolutamente spontaneo, di totalmente loro, che può sì avere delle ingenuità, ma è senza alcun dubbio scritto col cuore e con l’anima. E così questa storia si impone sul lettore nonostante tutti i difetti che ho elencato, si impone con forza, col realismo di una vera seduta di psicanalisi o di un’intervista, e senza filtri letterari ingombranti. Abbiamo una storia drammatica, pesante, terribile. Una storia che vale infinitamente di più del modo in cui è scritta. La sostanza trionfa sulla forma. Quindi ecco il mio consiglio spassionato: se vi piacciono libri intrisi di dramma come quelli di Verga o Patrick McGrath, aprite “Lentamente”, ignorate il più possibile le ingenuità tecniche e stilistiche e buttatevi a capofitto in una storia che con tutta probabilità vi colpirà come un pugno allo stomaco e vi spezzerà il cuore.

Cosa pensi dell’estratto e dell’argomento di questo libro? Commenta! Ti piace questo libro o questa recensione? Condividi!

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