Mi è andata bene perché sono un artista

Il contatto delle dita della mia mano destra con la ceramica liscia della candela di accensione mi sta inebriando. Avrà almeno trent’anni, l’odore di grasso lubrificante e scintille è rimasto. Nella sinistra stringo una bottiglia. I polpastrelli accarezzano lenti i rilievi dorati che ne blasonano l’etichetta. Roba buona, ricevuta clandestinamente.
Quello che accadrà tra poco non rimarrà nella storia ma spero guarirà la mia coscienza. Ci saranno delle conseguenze. I miei settantasei anni mi aiuteranno ad affrontarle con quella sorta di rassegnazione virtuosa che chiamano filosofia.

Mi abituai abbastanza rapidamente al “tempo nuovo”, iniziato nel 2021. Decisero di chiamarlo così quelli che da allora comandano. Sono molto meno anziani di me. Al momento del putsch avevano dai venticinque ai trent’anni. Io cinquantasei. La nuova generazione ha imparato le loro biografie a memoria. Sono le prime parole dettate dalle maestre agli alunni. L’ultima volta che mio nipote è venuto a farmi visita con mio figlio mi ha mostrato orgoglioso il quaderno. Le telecamere del parlatorio avranno senz’altro apprezzato.

Vite dei “fondatori della rinascita” – l’informazione ufficiale, ridotta a un unico quotidiano cartaceo, li nomina usando questa formula novecentesca – raccontate nella piatta e scorrevole prosa di Stato: un esempio di “ritorno a quella virtuosa e schietta semplicità che la modernità sembrava aver dimenticato”. Nelle assemblee alle quali gli “individui consapevoli” devono obbligatoriamente partecipare, ricorrono spesso queste parole.
Mi rompevo i coglioni durante quelle aggregazioni forzate. Certo, ora darei due dita per essere lì anziché qui. Il problema è che poi me ne rimarrebbero solo sette. Nove anni fa mi hanno tolto il medio della mano sinistra. Ai destrimani quello della sinistra, ai mancini quello della destra: una forma di clemenza. “Una punizione simbolica” disse il giudice al momento di emettere la sentenza. Il medio, il gesto, tutta quella paccottiglia degli ultimi decenni del XX secolo, roba in cui non avevo mai creduto. Evidentemente per loro, per chi comanda, quello sberleffo archeologico è ancora importante, significa ribellione. Ciò nonostante l’enorme mano, con tutte le dita mozzate tranne il medio, collocata nel 2010 davanti all’edificio della Borsa di Milano, opera di un artista al tempo quotatissimo, fu rimossa per essere ricoverata in un luogo sicuro, al riparo dalle intemperie e dai vandalismi. Il potere le riserva una cura particolare. Un evidente controsenso. Uno dei tanti in questi decenni di totalitarismo.

Subito prima che il chirurgo di Stato mi asportasse il dito, l’anestesista recitò la formula che tutti qui dentro hanno dovuto ascoltare. Lo fece automaticamente, senza alcuna solennità, stancamente, perché il compito di rendere soft i ferri del boia in camice verde gli era stato imposto, non se l’era scelto. È da quando udii “in medio ne stat virtus” che sono chiuso qui, dal momento in cui sentii con le mie orecchie quel rovesciamento lapidario del proverbio latino, superficiale come tutti i proverbi.
La mia cella di vetro da venticinque metri quadri con vista sulla città è il risultato della parcellizzazione di un grande attico. Sono un privilegiato separato da pochi altri privilegiati per mezzo di pareti insonorizzate con lastre di piombo e lana di vetro. Ad altri, a chi non conta niente, toccano i buchi molto più in giù, scavati nei primi cinque piani di questo Istituto di Rieducazione per i Traditori del Giusto: quattro metri per due con le pareti in mattone faccia a vista, soluzione estetica che l’Assemblea della Bellezza Radicale ha scelto poiché metafora di un mondo da ricostruire in chiave di solida essenzialità.

Mi è andata bene perché sono un artista. Lo ero. Ero ai vertici della piramide culturale. I temi che mi assegnavano li svolgevo diligentemente. E considerando che per non restare ai margini avevo scelto di rinunciare alla mia dignità, cercai anche di convincermi che ero nel giusto. Si fa qualsiasi cosa pur di non perdere il proprio ruolo.

Ci si abitua facilmente alla propria pochezza. Forse è stato più arduo abituarsi alla mancanza del web. Sentirsi di colpo isolati da tutto, fu quello l’effetto. Le requisizioni dei pc e dei device durarono a lungo. Ci vollero un paio d’anni per farli scomparire tutti. Il giovane agente – indossava l’uniforme in fibra di canapa che negli anni successivi ci siamo abituati a vedere ovunque – venuto a sequestrare i miei dispositivi fatti per parlare col mondo, mi disse che da quel momento in poi avrei vissuto meglio.

Le due pareti esterne della mia prigione di prima classe formano un’unica grande finestra angolare. Dalla conformazione si capisce che in origine la parte superiore si poteva aprire a ribalta. Quando l’edificio fu trasformato in penitenziario, i vetri furono sigillati. Non ci sono tende. La luce invade presto al mattino la mia cella a cinque stelle; nonostante ciò mi hanno vietato di dormire bendato. “La luce oltre che un dono è un simbolo” mi hanno ripetuto più volte gli addetti alla sorveglianza, “una metafora della rinascita”. Uno di loro l’ultima volta, dopo la mia ennesima lamentela, ha accompagnato la parola “rinascita” con un gesto rotatorio della mano. Ricordo che un prete usò lo stesso gesto per porre l’accento sulla parola “conversione”. Avrò avuto otto anni. Se non altro in quel caso – lo appresi dopo – il gesto era coerente con l’etimologia del termine scelto.
Se sono finito qui a guardare il cielo tutto il giorno, è per colpa del cazzo. Non del mio, non ho fatto male a nessuna, a nessuno. Gli stupratori andrebbero neutralizzati, resi incapaci di nuocere. Non ho mai avuto problemi a dirlo, nemmeno ai miei tempi, quando ad affermare cose così, si finiva etichettati. All’umanità è sempre piaciuto incasellare le persone. Anche chi comanda oggi ha strane idee sulla questione violenza carnale. Idee sfuggenti. Ai dissidenti staccano le dita, a chi commette il più turpe dei reati invece lasciano metaforicamente attaccata quell’arma da vigliacchi.

Mi hanno rinchiuso quassù, al trentasettesimo piano, per colpa di un membro, sì, ma non di carne, disegnato. Nella mia mente. Un concetto che avrei voluto si realizzasse nel marmo. Rigorosamente in un unico blocco. La penso come Michelangelo: la forma è già nella materia, missione dello scultore è farla emergere. Adottavo scrupolosamente la sua tecnica: iniziavo a sbozzare il parallelepipedo di pietra frontalmente, facendo affiorare la figura a poco a poco, passando progressivamente dal rilievo al tutto tondo. La fatica era il premio, il sudore il suo distillato. Non esiste l’artista, esiste solo l’artefice.
Quando l’11 settembre 2031 un commando fondamentalista – una scheggia di quanto rimasto del Califfato, annientato quindici anni prima da un’azione inaspettatamente congiunta di USA e Russia – fece irruzione alla Galleria dell’Accademia di Firenze svuotando i caricatori di cinque vecchi AK47 sul David e su tredici visitatori, pensai che l’umanità e l’arte fossero finite.

I nuovi potenti esortarono a fare gli opportuni distinguo. Qualcuno trovò delle motivazioni per quel gesto. Uno storico dell’arte di apparato sentenziò che quel marmo atletico ridotto in mille pezzi in un certo senso rendeva giustizia a secoli di dominazione da parte dei modelli di perfezione. “E poi David da troppo tempo si è trasformato in aguzzino”, aggiunse con cipiglio convinto.

L’uomo che disse queste cose in televisione era lo stesso che per anni aveva deciso cosa dovessero rappresentare le mie opere di regime. Io non sono stato meglio di lui. Sono stato suo complice.

Guardando giù da queste pareti-finestre la prima cosa che vedo è l’insegna di legno del “Vegando”, una catena pubblica di fast food vegano che si finge slow esibendo sedie impagliate e recipienti per l’olio extravergine di oliva in vetro anticato. Il “tempo nuovo” ha bandito gli alimenti di origine animale. I nostri uomini di potere però la carne continuano a mangiarla. Quando sedevo ai loro banchetti, ci tenevano a farmi sapere che proveniva esclusivamente da pollame allevato a terra, secondo i buoni vecchi metodi tradizionali. Quando mi domandarono un’opinione su quel format di ristorazione statale, risposi che sarebbe stato bello chiamarlo “Las Vegan” ma non rise nessuno.
Proprio davanti al “Vegando” c’è uno dei miei primi marmi. Raffigura una ruota di legno. Una ruota di legno fatta di pietra. Vollero che riproducessi anche le venature. Realismo didattico. Si chiama “Ritorno al Tempo Nuovo”. Demenza immortalata nella materia nobile. La vergogna non mi dà tregua. È perennemente sotto i miei occhi.
Il giorno dell’attentato al David la mia vita cambiò. Non c’è un nesso preciso tra le due cose ma andò così. Fu allora che cominciai a concepire l’opera che mi ha segregato davanti a questa enorme finestra panoramica. L’idea del cazzo nacque quell’11 settembre 2031. Sorrido, la chiamo spesso così tra me e me. Quando lo dico al vetro, faccio il dito medio senza il dito medio divertendomi a guardare la mia inutile sagoma riflessa. Ai miei tempi sarebbe stata una performance da Biennale di Venezia. Ora la Biennale non c’è più. I padiglioni sono stati riconvertiti in laboratori artigianali, dove si produce in modo etico. Ci fanno lavorare solo le donne però. Lo decisero quelli che comandano, tutti maschi.
Anche in questo preciso istante mi sto accingendo a compiere un gesto che qualcuno riuscirebbe a definire artistico. Mi sto ubriacando perché da sobrio mi mancherebbe il coraggio per portarlo a termine. La bottiglia di rum me l’ha allungata di nascosto un secondino alcuni giorni fa. La fortuna è che almeno la carta, le matite e i pastelli, quando mi confinarono qui, mi permisero di tenerli. Ho anche una radio, ma l’ascolto poco perché le emittenti trasmettono solo world music e sinfonie.

La tv in prigione è vietata. Il mio giovane carceriere desiderava dei disegni erotici. È un bravo ragazzo che non ha potuto scegliere. Ho disegnato per lui una decina di tavole in bianco e nero. Ho curato i dettagli più di quanto sono solito fare. All’accuratezza lenticolare preferisco la forza risolutiva del tratto compendiario.

Gli ho chiesto di procurarmi anche una vecchia candela d’accensione. Sapevo – me lo aveva detto lui – che suo padre da giovane aveva avuto un’officina di riparazione per le automobili, poi requisita per essere trasformata in una falegnameria sostenibile. Ha accolto quella nuova richiesta con perplessità, ma è riuscito ad accontentarmi. Gli ho detto che mi sarebbe piaciuto disegnarne una. Ha senz’altro pensato che fosse il desiderio bizzarro di un anziano rimbecillito dalla solitudine forzata, ma ha provveduto. La sua priorità era portarsi a casa i miei vortici di corpi di carta.
La pornografia è stata bandita tanti anni fa. “La pornografia è sessismo” sentenziarono al tempo quelli che comandano, tutti maschi. “L’atto sessuale stesso è sessismo” rimarcarono un paio di anni dopo. “L’atto sessuale volto alla procreazione, non solo è sessismo, è anche sopraffazione, riduzione del corpo femminile a macchina per la continuazione di una specie che si è arrogata il diritto di dominare sulle altre” aggiunsero sei mesi dopo.

Sui muri iniziarono a comparire stencil che recitavano messaggi quali “In pochi è meglio!”, “Non moltiplichiamoci, sommiamoci!” e così via. Tanti punti esclamativi, ma non poetici come quello di “Ultravox!”, band che ascoltavo da ragazzo, in un’altra epoca dell’umanità, bensì festosamente lugubri. A imprimerli in grafie con pretese di avanguardia erano artisti di regime, come me, ma di rango inferiore. Giravano incappucciati. In realtà era un’uniforme il cui stile s’ispirava a uno street artist dall’identità misteriosa acclamato anni prima.
Il partito unico di quelli che comandano ha progressivamente imposto il controllo delle nascite. L’imperativo morale è “ridistribuire equamente le risorse”. Messo in pratica però in modo distorto, ridotto a “meno siamo, meglio è”. Un figlio a coppia, solo per il ristrettissimo novero di coppie ritenute degne del nuovo corso della storia. Poche, pochissime. Selezionare il meglio, proprio come i cibi di qualità. Chi ha la sfortuna di venire concepito fuori dalla cerchia degli eletti è respinto al non essere. Non sono pochi gli sfortunati. Il sacrificio per la buona causa è ammesso: il potere dal 2021 a questa parte esige consenso assoluto, cieca fedeltà.
Per questo ideai, nove anni fa, un’opera d’arte a forma di sesso maschile. E non senza pretese scenografiche. Avrebbe dovuto eiaculare un fiotto di luce, un orgasmo di fotoni sparato in cielo. Iniziò così la mia brevissima dissidenza.

La mia condizione privilegiata mi consentiva di agire quasi indisturbato. Quasi. Mi recai personalmente alle cave di Carrara a scegliere il marmo. Un blocco unico, certo, come faceva il dio Buonarroti, alto oltre tre metri e lungo circa un metro e mezzo per lato. Una volta scolpiti membro e testicoli avrei praticato un canale che consentisse il passaggio del fascio di luce emesso da un potente faro fissato a una lastra di acciaio, la stessa che avrei usato come base per la scultura. La sfida consisteva nel piazzare il marmo e un gruppo elettrogeno per fornire luce davanti al Palazzo dell’Assemblea dei Genitori Alfa, organismo formato esclusivamente da cittadini di sesso maschile cui spetta ogni decisione in materia di pianificazione delle nascite. L’azione clandestina sarebbe dovuta avvenire a notte fonda ovviamente.
Rimase tutto sulla carta. Appena giunse al mio studio, il materiale fu sequestrato. Quelli che comandano furono informati dal personale delle cave. Tecnicamente non fu delazione, seguirono con zelo un protocollo. Umanamente fu infamia. A mettermi in croce bastarono i disegni. A piantare i chiodi in profondità furono le parole. Avevo infatti già dato un titolo all’opera: “Distopia? Col cazzo!”. Faceva tanto ribellione colorata, mi piaceva. Un anziano sorvegliante mi ha riferito che lo storico dell’arte del potere, sempre lo stesso, all’epoca dei fatti definì argutamente la mia opera abortita “pietra dello scandalo”. Dissociandosene a gran voce ovviamente.
E così eccomi qui, ora, con una bottiglia di rum in una mano e una candela d’accensione nell’altra.
Il vetro temperato s’infrangerà.

Fra poco poserò la bottiglia e raccoglierò i fogli impilati sul pavimento. Una risma da cento, su tutti la stessa frase in stampatello: “Piove Dissenso”. Il mio messaggio al mondo di sotto.

Mi sento bene.

L’alcol sta cominciando a fare effetto.
Sento il bisogno di orinare ma devo trattenermi.

Ho già vuotato mezza bottiglia.
Altri due sorsi.
Questione di istanti.

L’età non mi ha rubato la forza; i muscoli si ricordano bene di quando lavoravo di mazzuolo e scalpello. Anche il superuomo Michelangelo scrisse che scolpire lo aiutava a mantenere il corpo in salute.

Allungo il braccio destro sopra la testa. Lo piego ad angolo retto.

Ora.

La frustata squarcia il silenzio.

Veloce, col piede destro, forzo la ragnatela di cristalli sbriciolati. L’aria e la vita m’investono assieme alla colonna sonora ovattata della città. Tantissime biciclette. Pochissime auto elettriche: le guidano i poteri intermedi. Andando più su le cose cambiano radicalmente. Le massime cariche il dogma della sostenibilità lo calpestano allegramente. Le loro mani guantate amano stringere volanti vintage. Sfilate di cilindri assetati di benzina. Dispongono anche di circuiti riservati, dove lanciano a tutta velocità i loro bolidi scintillanti di cromature. Gare segretissime. Andavo spesso a vederle. Potevo. Amavo le automobili sportive. Le amo ancora.

Slaccio i calzoni.

Contemporaneamente lascio precipitare la risma di A4. La vedo squinternarsi, guardo le parole planare, ebbre come me, in tutte le direzioni.
PIOVE DISSENSO. PIOVE DISSENSO. PIOVE DISSENSO.

Piove perché sto orinando dalla mia prigione al trentasettesimo piano sopra un mondo sbagliato.
Arrivano. I miei carcerieri arrivano.

L’armeggiare convulso di serrature e chiavistelli non mi tocca. Li stavo aspettando.
Erompo in una risata scema, alcolica.
Resto lì a guardare il cielo, a respirarlo. Sarà l’ultima volta.

Poi l’incantesimo.

Entra lieve nel mio campo visivo un prodigio. Vedo un neonato fluttuare leggero, leggerissimo, quasi etereo. È appeso con le mani a un palloncino bianco. È un’allucinazione, lo so, ma voglio che sia la mia illuminazione.

Piango.
Quattro braccia mi afferrano.
Di colpo mi ritrovo in bocca la polvere del pavimento.

Sa di sangue, ho le labbra rotte.

Finirò nei cubicoli dei detenuti di rango inferiore, ma non m’interessa. Sono stato un uomo da poco, merito di finire i miei giorni in basso.

Non me ne frega più un cazzo. Mentre pisciavo sul male, ho avuto una visione di beatitudine. Non conta se l’ho avuta perché sono ubriaco o perché dopo tanti anni chiuso qui sono diventato pazzo. Non m’importa.

È la mente che vede. Gli occhi riescono solo a guardare.

Nota dell’autore

La sera dell’undici settembre 2041 quattro uomini armati in uniforme fecero irruzione nell’abitazione dell’artista clandestino noto con lo pseudonimo “Zero”. Le telecamere lo avevano colto in flagrante, il mattino dello stesso giorno, nell’atto di liberare dal cassone coperto di un van cinquecento palloncini bianchi, gonfiati con l’elio, ai quali erano appese altrettante sagome di carta raffiguranti un neonato. Punito con l’amputazione del dito medio della mano destra, sta scontando dieci di anni in una cella al quarto piano dell’Istituto di Rieducazione per i Traditori del Giusto. 

Racconto di Paolo Parigi pubblicato originariamente sul blog “Colpi Singoli”.

Riproduzione riservata

 

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