Quando mi risvegliai ero qualcun altro

Quando mi risvegliai ero qualcun altro: un uomo corpulento e terribilmente spaventato. Cercai di fare mente locale non appena ebbi accesso ai ricordi dell’ospite, in cui mio malgrado mi trovavo confinato.

(…)

Alzai lo sguardo e vidi Maria Antonietta sporgersi dalla finestra della sua stanza al secondo piano. Era immobile e mi fissava, gli occhi lucidi e le mani appoggiate al parapetto per sostenersi. Quando una guardia aprì la porta della carrozza, la donna sollevò leggermente una mano, in segno di saluto.

(…)

Già a diverse centinaia di metri da Place de la Révolution, percorrendo la strada a ridosso dei Jardin des Tuileries, iniziai a percepire il brusio della folla impaziente. La piazza era letteralmente strabordante di gente, compressa fin quasi a perdere il fiato per poter assistere a quello spettacolo sanguinario e gratuito. Giunti a pochi metri dalla scala in legno che portava sul patibolo i cavalli si fermarono, rispondendo con un nitrito allo strattone deciso del cocchiere. Sentii le pulsazioni aumentare in modo incontrollabile e pensai di morire d’infarto prima ancora di salire quegli otto terrificanti gradini. Sentii nuovamente nell’aria quell’odore acido e dolciastro, lo stesso percepito durante la presa della Bastiglia.

Ad attendermi in piedi, con un’aria cupa e misteriosa, c’era un uomo che negli anni a venire sarebbe diventato una vera celebrità: il boia Charles Henry Sanson. Divenne famoso perché decapitò, solo nel periodo della rivoluzione, quasi tremila sfortunati. Magro e piuttosto alto, all’epoca aveva poco meno di cinquantaquattro anni. Mi chiese garbatamente di togliermi la giacca e il fazzoletto che portavo intorno al collo. Con sgomento, mi sembrò di riconoscere in Sanson la sagoma dell’uomo che mi aveva aggredito al rifugio subito prima di svegliarmi nel corpo di Luigi. Era buio quando subii l’aggressione, ma la sua corporatura e una spiccata asimmetria delle spalle erano indizi molto evidenti. Cercai di convincermi che si trattasse solo di suggestione, ma il terrore suscitato da quella somiglianza si fece sentire con forza nella parte bassa dell’intestino. Le ginocchia, che a fatica sorreggevano il peso della condanna, furono vicine al cedimento. Cercai di concentrarmi sul patto stretto poco prima con me stesso: qualsiasi cosa fosse successa, avrei fatto di tutto per lasciare alla storia un ricordo dignitoso del povero Luigi.

Non avevo più nulla da perdere ormai.

«Non potete giustiziarmi così come sono, signore?» risposi con fermezza.

«Sono spiacente, dovete togliere la giacca, o lo faremo noi.»

Pensai che fosse inutile opporre resistenza e obbedii. Porsi la giacca a una delle guardie e con cautela sfilai il fazzoletto dal colletto della camicia. Quel feticcio non avrebbe potuto salvarmi magicamente la vita, purtroppo.

«Ora dovrò legare le vostre mani dietro la schiena, Luigi.»

«Non morirò legato come un salame, non ce n’è alcun bisogno. Non posso fuggire e vi garantisco che non mi dimenerò. Salirò quelle scale da uomo libero» sbottai.

Sanson non rispose, ma percepii nel suo sguardo un ghigno agghiacciante. Era come se l’espressione dei suoi occhi fosse completamente separata da quella del resto del volto, che in contrasto era totalmente serafico.

(…)

Salendo lentamente al patibolo, un gradino dopo l’altro, vedevo il marchingegno letale stagliarsi sempre più imponente nel cielo grigio di gennaio. Giudicando più da vicino la dimensione della lama mi consolai, pensando che probabilmente non avrei avuto il tempo per provare alcun dolore. Potrà sembrare malsano, ma da un lato ero anche incuriosito e affascinato dall’esperienza che mi attendeva. Chiesi a Sanson se i tamburi avrebbero continuato a fare quel baccano fino alla fine. Rispose secco che non ne aveva idea. Quando giunsi in cima alla scala mi avvicinai al piccolo parapetto in legno e mi accinsi a dire qualche parola, ma il boia mi interruppe e disse che non avevo il diritto di parlare. Supportato da un silenzioso aiutante, si accinse a posizionarmi sull’asse che avrebbero poi spinto sotto alla lama. Sentii due lacci di pelle stringermi come cinture all’altezza delle scapole e delle cosce. Feci del mio meglio per mantenere la calma e dare l’impressione di essere del tutto sereno con me stesso. Era l’ultima possibilità per proclamare l’innocenza del mio ospite perché, per Dio, io sapevo meglio di chiunque altro che non aveva alcuna colpa per essere lì, se non quella di essere stato un re meno popolare di suo nonno. Luigi XVI fu solo un capro espiatorio, salito al trono nel periodo peggiore della storia di Francia per essere un monarca. L’uomo sbagliato nel momento sbagliato, proprio come me in quell’assurda situazione.

Gridai con voce ferma: «Popolo, muoio da uomo innocente!»

Il frastuono dei tamburi rese impossibile farmi sentire dagli occupanti della piazza più distanti, così decisi di lasciare le mie ultime parole a chi poteva udirle, sperando che un giorno venissero rese pubbliche. In quel modo avrei onorato, per quanto possibile, il patto che avevo fatto con me stesso. Mi voltai a fatica col capo verso Sanson ed esclamai: «Signore, muoio innocente di tutti i crimini a me imputati. Perdono i responsabili della mia morte e prego Dio che il sangue versato non ricada sulla Francia!»

Il boia non rispose, mi fissò per alcuni secondi negli occhi con il suo sguardo inquietante, poi fece cenno all’assistente di spingere l’asse in avanti per posizionarmi sotto alla ghigliottina. Quando la testa fu esposta all’incirca per metà alla linea di caduta della lama, ordinò all’altro uomo di fermarsi. La procedura per una corretta esecuzione prevedeva che il collo del condannato venisse bloccato con una gogna in una posizione precisa, per evitare sofferenze grazie a un colpo secco nel punto più fragile della spina dorsale. Mi chiesi perché gli avesse ordinato di fermarsi prima. Sanson si avvicinò al mio orecchio destro e vi sussurrò: «È giunto il tuo momento, Belial. Finalmente sarà fatta giustizia nel nome di Dio padre onnipotente, e mio fratello Samuel potrà riposare in pace. Ma non sarà una cosa indolore come speravi.»

Il sangue mi si raggelò nelle vene, i miei dubbi vennero tragicamente confermati. Non sapevo come fosse possibile, ma quell’uomo in apparenza era impossessato da Martin: la mia nemesi in persona. Il mio peggiore incubo si era materializzato ed era in piedi accanto a me. Inoltre ero sottomesso completamente al suo controllo e non potevo fare nulla per combatterlo.

Avrei voluto chiedergli come fosse possibile, chi gli avesse infuso quel potere apparentemente così simile al mio. Non feci in tempo ad aprire bocca, sentii immediatamente il rumore secco provocato dallo sgancio del fermo che teneva la lama sospesa sopra di me. Sanson aveva azionato la leva della ghigliottina.

Durante il mezzo secondo in cui la lama accelerò in caduta, lungo un’eternità, mi resi conto che avrebbe colpito una parte del cranio molto più robusta del collo. Sperai solo che tutto finisse nel più breve tempo possibile, ma purtroppo il mio inatteso nemico aveva fatto bene i suoi calcoli. Probabilmente, agendo in precedenza sui binari della lama, ne aveva rallentato la corsa quel poco che bastava per non uccidermi.

Il grosso pezzo di metallo affilato urtò la parte posteriore della testa all’altezza delle orecchie. L’impatto fu dolorosissimo ma non sufficientemente violento da farmi perdere i sensi. La vista si tinse di rosso per la grande quantità di sangue che colò sul volto. La ferita era talmente profonda da poter percepire il cranio aperto. Il dolore, atroce e acutissimo, innescò un tremore involontario di tutto il corpo ed emisi delle urla impossibili da contenere. Tuttavia, non ero in grado di sentire la mia stessa voce. Mi resi conto che l’intero sistema uditivo era stato irrimediabilmente devastato dall’impatto. La lama si alzò dalla testa e venne spinta nuovamente sulla ferita, presumibilmente da un’altezza inferiore, come se delle mani facessero forza nel tentativo di scoperchiare del tutto il cranio. Una, due, tre volte. Ad ogni colpo, invece di aumentare, il dolore andava calando. Sentii con l’ultimo barlume di lucidità il corpo del mio ospite spostarsi in avanti e la gogna calare sul collo. La lama venne probabilmente riposizionata all’altezza corretta.

Il mio inaspettato nemico aveva finalmente deciso di accontentare il volere delle guardie, che già da prima lo sollecitavano per concludere l’esecuzione senza un eccessivo spargimento di sangue. Pregai di trovare al più presto la pace. Non riuscivo più a sentire il corpo, ma percepii un vago senso di vuoto quando la testa si staccò dal collo e cadde nel cesto. È l’ultima cosa terrena che ricordo di quella infernale esperienza.

Il cervello di Luigi smise di funzionare del tutto in una decina di secondi, credo. Quello che sperimentai nel frattempo, o subito dopo, fu mistico e surreale. Ancora oggi mi chiedo se si sia trattato solo dell’allucinazione di un cervello morente o se, per un breve momento, la mia anima sia stata in grado di transitare in una dimensione senza spazio né tempo. Quello che ricordo bene è una sensazione di totale beatitudine, mai provata in precedenza nella mia vita o in quella di chiunque altro avessi abitato. Galleggiavo in una morbida luce color ambra, quando vidi una mano famigliare materializzarsi davanti a me e avvicinarsi al mio viso. La riconobbi subito, era quella di Violaine. Mi resi conto di percepire anche il suo volto, come se fosse sempre stato lì. Era bellissima e giovane, come quando mi innamorai di lei. Mi accarezzò e potei quasi sentire il suo calore.

«Dove siamo?» le chiesi comunicando col solo pensiero.

«Siamo dove ogni cosa è amore» rispose senza aprire bocca.

«Posso restare qui con te?»

«Non ancora, tesoro mio, non ancora.»

La luce ambrata calò e tutto venne lentamente avvolto dal buio. L’ultima cosa a scomparire nell’oblio fu lo sguardo della donna che avevo tanto amato.

Mi risvegliai di colpo come al termine di tutte le altre esperienze sulla roccia, al rifugio.

Potevano essere trascorsi dieci secondi o diecimila anni. In quel “non-luogo” il tempo non sembrava essere una dimensione. Scoppiai in un pianto disperato.


CHE LIBRO È?


35988108._UY2700_SS2700_

Alter Ego: Memorie di un viaggiatore ultracorporeo è un romanzo di Giuliano Golfieri nato dal blog Alter Ego e pubblicato in self-publishing su Amazon nel 2017.
Il libro è disponibile sia in cartaceo che in ebook. Per acquistarlo, clicca qui.

 


ABSTRACT


Francia, 1745. Un ragazzo si sveglia in un bosco alle porte di Parigi senza memoria del suo passato.
Tramite un fortuito incidente, scopre di possedere un inspiegabile potere in grado di farlo trasmigrare nel corpo di altre persone, smettendo di esistere e invecchiare durante la permanenza nei suoi ospiti.
Il protagonista trasformerà il suo singolare dono in una sinistra professione al servizio della massoneria e dei potenti della Francia settecentesca, grazie a questa capacità la sua vita si intreccerà con quella di famosi personaggi dell’epoca.
Un’avventura lunga più di un secolo che in un crescendo sempre più ritmato gli farà vivere in prima persona un’escalation di momenti storici, tra cui la rivoluzione francese.

Attraverso viaggi esotici, sesso, amori dannati, amicizie altolocate e nemici potenti che tramano nell’ombra, culminando in un colpo di scena finale Alter Ego racconta uno scorcio su una delle epoche più buie della storia, con un vivo retrogusto esoterico.


RECENSIONE


Impossessarsi del corpo, della mente e dei ricordi di qualcun altro non è qualcosa di naturale. È spaventoso, magico, quasi satanico. E storie di possessione da parte di demoni o sciamani sono antiche come la notte dei tempi. Molto più recente è invece l’idea di un mago o spirito buono in grado di controllare le azioni altrui per il bene comune: è quello che fanno in maniera più light i fantasmi di film come Always o Ghost e in maniera molto più invasiva gli eroi di videgiochi come Avenging Spirit, Oddworld o Messiah, che sono rispettivamente un fantasma, un mago alieno e un angelo. In tutte queste storie l’eroe è consapevole di star usando un corpo altrui e ne trae grande giovamento senza alcun effetto collaterale se non sentirsi un po’ stanco.

Anche gli innumerevoli film in cui i protagonisti si scambiano i corpi per un certo periodo danno per scontato che l’evento sia vissuto in maniera superficiale e relativamente insensibile: ci vuole un’intera settimana, corrispondente alle due ore di durata del film, perché ci si possa immedesimare realmente nell’altro, apprezzando e finalmente comprendendo il suo modo di essere.

L’eroe del romanzo di Giuliano Golfieri è l’opposto di tutto ciò. Il suo superpotere è essenzialmente una incredibile forma di empatia che gli permette di entrare nei corpi degli altri e guidarne la volontà, ma senza ridurli a meri involucri: gli ospiti di Ariel Des Anges gli trasmettono i loro desideri e il loro modo di essere, condividendo con lui i ricordi più intimi. Il protagonista è spesso sopraffatto da tutto ciò, con la mente carica di memorie non sue e imprevisti dovuti all’indole dei personaggi che sta abitando (tra cui spicca un irresistibile Giacomo Casanova).

Immedesimarsi è croce e delizia, benedizione e tormento. Ariel potrà acquisire in un lampo le esperienze e le nozioni di avvocati, artisti, vescovi e re, ma al tempo stesso dovrà affrontare grandi sofferenze fisiche e mentali, nonché l’impossibilità di avere una vita normale. Ariel non ricorda nulla di sé, non sa chi è, e anche quando, alla fine delle sue avventure, lo scoprirà, si rivelerà essere una persona qualsiasi a cui è successa una cosa strana. Non è né un cavaliere senza macchia e senza paura né un villain che si arriccia i baffi. È un opportunista che ci ricorda Dorian Gray e Bel Ami, un edonista guidato dalla smania di sesso e di possesso che vuole il mondo ai suoi piedi ma che sa anche apprezzare l’amore e l’amicizia delle poche, pochissime persone che lo stimano davvero.

E come nei più classici ribaltamenti, l’estrema sensibilità che Ariel mostra quando deve entrare nel corpo e nell’anima di qualcun altro è bilanciata da una mentalità fredda e pigra, materiale, nichilista. Non c’è una causa per cui lottare in maniera disinteressata. Non c’è una missione per cui sacrificare la propria vita. Solo incarichi, avventure alla James Bond per sentirsi vivi e accumulare quattrini. E finché abita il corpo di qualcun altro, Ariel non invecchia.

Alter Ego, in fondo, è un grandissimo sogno ad occhi aperti, una fantasia senza fine in cui l’autore e i suoi lettori vedono realizzate le loro aspirazioni: chi non vorrebbe soldi a palate, lusso, divertimenti di ogni genere, una sorta di eterna giovinezza e un superpotere che ci permette di vivere grandi avventure senza correre rischi? È chiaro che ci sia molto di più per cui vivere, ma questo “di più” al nostro viaggiatore ultracorporeo non è concesso, e ogni tentativo di Ariel di dare davvero un senso alla sua vita è destinato ad andare in fumo.

Alter Ego è una storia di opposti in cui l’incanto della magia incontra il cinismo più bieco e una grande empatia si scontra con la noia esistenziale. L’esordiente Golfieri ci fa ritrovare uno degli innumerevoli diari con le memorie del suo personaggio per farci raccontare, direttamente dalla sua voce e con le sue parole, un’avventura vivace e ricca di colpi di scena, che indugia poco in descrizioni e momenti morti per metterci sempre al centro dell’azione. Lo stile sintetico e smaliziato ammicca al lettore e lo spinge a divorare il libro e arrivare di corsa all’ultima pagina. Notevole l’impegno nella collocazione storica e geografica degli eventi, nonché la presenza di molti personaggi realmente esistiti.

Potrebbe essere l’inizio una grande saga di fiction storica alla Ken Follett, con la differenza però che i personaggi di Follett, stereotipati o meno, sanno cosa vogliono e lottano per ottenerlo. Ariel non è affatto un eroe passivo trascinato dagli eventi, ma non riuscirà mai a capire cosa vuole davvero dalla vita. Cambierà idea spesso. L’unica costante della sua lunghissima esistenza resta la sete d’avventura, che a volte vivrà anche in prima persona, col suo vero corpo. Perché forse è quella la vera identità del nostro viaggiatore ultracorporeo: potrà anche avere il nome e cognome di uno qualunque, ma è e resta l’incarnazione dell’Avventura. Con la A maiuscola, non a caso, come Ariel.

Impossessarsi di personaggi storici e vivere in diverse epoche: cosa pensate di questo espediente narrativo? Dove, quando e in chi vi piacerebbe mandare il viaggiatore ultracorporeo di questo romanzo? La parola ai commenti!

Annunci

Un commento Aggiungi il tuo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...