Quando avevo dodici anni la mia famiglia era ancora intera

Si ammalavano tutti ma noi no. Mia madre diceva che eravamo immuni ma non ci credeva neanche lei. Mio padre diceva che era per quello che mangiavamo. Per lui tutto aveva una ragione e non gli piaceva risparmiare, soprattutto sul cibo. Diceva che la gente si ammalava per quello schifo di carne in scatola.
Mio nonno diceva che quando lui era ragazzo non si ammalava nessuno.
I vecchi lo dicono sempre.
Io mi chiedevo se era solo fortuna o se era solo questione di tempo. Oppure aveva ragione mio padre e tutto aveva una spiegazione.
Mentre guardavamo la televisione, a volte, prendeva il telecomando e spegneva. Così, all’improvviso.
Hai sentito che ha detto quello là? – diceva a mia madre. Mia madre in genere rispondeva che era distratta, che non aveva sentito ma lui insisteva. Cominciava a pensarci e ripensarci. Poteva essere uno slogan pubblicitario, un politico, un presentatore, un comico.
Quello che dicono in televisione non è casuale – ripeteva – nulla è casuale, figurati quello che dicono in televisione.
E allora pensava, pensava intensamente fino a che non trovava una ragione, un collegamento, una spiegazione logica. Guai a riaccendere la televisione mentre lui pensava. Non poteva essere distratto. Poi, svelato il mistero, lo spiegava soddisfatto a tutta la famiglia.
Pensa un po’ – commentava mio nonno.
Mio padre riaccendeva la televisione.
Adesso tutti sanno che non ci sono spiegazioni quasi per nulla. Le cose vanno accettate per quello che sono.
Però non si tratta di fede.
È disinteresse piuttosto.


Tutti a fare la fila per la carne con la pelle gialla dell’ittero e gli occhi spalancati. C’è qualcosa nei loro occhi. Qualcosa di innaturale. Sembra che non sbattano mai le palpebre. Come i morti. Però camminano, come i vivi, e mangiano, cazzo come mangiano. Non fanno altro. A loro interessa solo mangiare. Quando hanno finito di fare la fila, con il loro pezzo di carne in mano, tornano in fondo e ricominciano. Non protestano, non spingono, non urlano. Fanno ordinatamente la fila, in silenzio.


La gente ci gira intorno, non sa come chiamarli. Malati, poveracci, affamati, disgraziati, animali, zombi.
Quasi nessuno sopra i vent’anni li chiama zombi.
È offensivo.
Tutti si affannano a dire che non sono morti ma nessuno afferma mai che sono sicuramente vivi. Zombi sarebbe una parola perfetta ma non la usa nessuno. È una cosa che riguarda tutti troppo da vicino.
Non si sentono troppe battute di cattivo gusto in giro su quelli là. Chiunque ha un amico, un parente, un conoscente che è diventato uno di loro.
Anche io, da molti anni.
Mio padre l’ho incontrato una volta sola da quando è andato via di casa in preda a una fame insaziabile. Avevo diciannove anni ed era sparito soltanto da sei mesi. Sono sicuro che è ancora vivo e fa la fila davanti a uno dei diciotto depositi comunali della città per un pezzo di carne, fosse anche carne in scatola.
Mia madre è morta, per fortuna. Un anno dopo è morto anche mio nonno.
Così spero di me, un giorno.
Nel mondo come era quando avevo otto anni tutti morivano, chi prima e chi dopo. Adesso nessuno è sicuro neanche di questo. Mio padre oggi ha centoventisette anni ed è ancora lì a fare la fila per mangiare.


Sento la risata di Monica avvicinarsi da lontano. Apro la mia camera finché sono ancora solo. Ho l’impressione di cercare qualcosa ma probabilmente non c’è alcun tesoro nascosto, è soltanto la camera di un bambino che è morto il giorno del suo decimo compleanno ferito da un pitone e mangiato da uno zombi, la stanza di un bambino che ha passato il resto della vita a tentare di sentirsi normale mentre intorno il mondo non era più come quando aveva otto anni.
Un bambino così non seppellisce nessun tesoro ma aspetta di diventare vecchio collezionando le vite normali di quelli che gli assomigliano (e di quelle vite non ha in mano nient’altro che qualche immagine).
Un bambino così aspetta di diventare vecchio sapendo che non sarà mai grande.


La testa si gira dall’altra parte e sbatte sull’asfalto con una violenza insopportabile. Monica si è accucciata sulle gambe e tiene la faccia tra le mani. Piange piano.
Giulio finalmente si allontana. Lo zombi è immobile ma respira ancora. Se fosse un film horror adesso il mostro si alzerebbe lentamente, rimetterebbe a posto una spalla disarticolata con un movimento secco e veloce e ci verrebbe incontro barcollando per mangiare il nostro cervello. Invece rimane immobile sull’asfalto. Ha sicuramente le gambe fratturate, forse anche le braccia.
Carezzo appena la testa di Monica e mi avvicino a Giulio. Non è il momento di fare il vecchio, adesso devo essere bravo. Gli prendo un braccio e lo tiro indietro.
Non toccarlo – gli dico piano perché Monica non senta – non toccarlo più… non li devi mai toccare.
Giulio si gira di scatto e mi guarda. Ha il terrore negli occhi.
Si sente un rumore leggerissimo. Lo zombi gira lentamente la testa verso di noi nella posizione in cui era prima che Giulio la calciasse. Ha la mandibola che pende, completamente disarticolata, il sorriso paradossale dei morti. Il resto del corpo è immobile. Si vede appena il petto alzarsi e abbassarsi in un respiro affannato. Ci guarda. C’è qualcosa di strano nel suo sguardo, qualcosa di fisso, di allucinato, di immobile, di lontano, di perso, di appuntito.


CHE LIBRO È?



La Carne è un romanzo di Cristò pubblicato nel 2015 da Intermezzi Editore. Per saperne di più e acquistarlo online, visita il sito dell’editore.


ABSTRACT


Nel mondo come era quando avevo otto anni tutti morivano, chi prima e chi dopo. Adesso nessuno è sicuro neanche di questo.

Settantadue anni fa tutto si è fermato: non c’è più niente di nuovo da assaggiare, niente da provare, si producono gli stessi modelli di elettrodomestici e la televisione trasmette gli stessi programmi.

Sono sempre di più quelli che escono di casa e si dispongono ordinatamente in fila davanti ai depositi della carne. Nel mondo come è adesso un ottantenne ricorda il mondo come era, pensa a una storia che ha per protagonista un medico e osserva le vite dei suoi sosia.


RECENSIONE


Che cos’è uno zombi? Un morto vivente senza più cervello, un uomo ipnotizzato dagli sciamani dei Caraibi, un cannibale, un mostro, un diverso. Ma agli occhi esaltatati e idealisti di uno scienziato pazzo, gli zombi possono rappresentare invece una razza superiore di ubermenschen immortali. Dominatori, tiranni, per citare il delirante Albert Wesker del videogioco Resident Evil. Dalla celebre saga di George Romero al più recente The Walking Dead, passando per riflessioni a volte drammatiche come in Dylan Dog, a volte tragicomiche come in L’Alba dei Morti Dementi di Edgar Wright e Dodici di Zerocalcare, di zombi se n’è parlato tanto. Forse anche troppo. Gli zombi sono un simbolo e come tutti i simboli possono avere molti, moltissimi significati.

Gianni Miraglia, che ho recensito qualche tempo fa, ha scelto la tematica zombie con un sottotesto satirico, per parlare di Sanremo, dell’Italia che resta uguale oppure cambia in peggio, di chi merita una seconda chance. Cristò ha scelto una strada diametralmente opposta partendo da spunti che non sono poi così diversi: il tempo sembra quasi essersi fermato, ci sono sempre gli stessi programmi in tv, sempre le stesse tv, gli stessi elettrodomestici, le stesse cose. Ci sono anche un’organizzazione razzista che vuole fare a pezzi tutti gli zombi, un amore non corrisposto, tanti riferimenti al sesso e una grande nostalgia. Cosa cambia? Tutto.

Nel libro di Miraglia erano gli zombi a subire una lunga serie di ingiustizie da parte dei vivi. Qui i confini sono più sfumati, più apocalittici, più distopici. È tutta la società a essere malata. Non c’è satira, non c’è fine umorismo. C’è dramma esistenziale, eroismo, tragedia. Gli zombi diventano un simbolo della fragilità umana e di malattie debilitanti: Parkinson, Alzheimer, ictus, tumori, accanimento terapeutico. Malattie, come direbbe il protagonista, che colpiscono i vecchi.

E in questa storia è il mondo stesso a essere vecchio, a essere invecchiato. Il progresso si è fermato. Tutto si ripete sempre uguale, meccanicamente, senza più entusiasmo. E chi se la passa meglio sono proprio gli zombi, tranquilli e pacifici, che fanno la fila in religioso silenzio per avere il loro pezzetto di carne, da una parte invidiati, dall’altra temuti dai vivi. È una società decadente in cui si spera di morire pur di non unirsi alla massa. Una società sofferente perché tutti hanno un parente o un amico che è diventato uno di loro.

Non c’è salvezza nel mondo de La Carne. C’è il peso di un fato inesorabile, di un destino a cui nessuno può sfuggire, simile alla morte ma più strano della morte (difficile dire se peggio o meglio), c’è la vendetta postuma di un filosofo medievale che comunica a distanza di secoli tramite sogni e visioni. E poi c’è lui, l’ottantenne che ricorda il mondo com’era prima, un ottantenne castrato da un pitone e da uno zombi, che va nei cinema porno perché gli permettono di fumare durante le proiezioni e vede sosia ovunque.

Il suo più grande desiderio: vorrebbe trovare un posto nel mondo e un senso alla sua vita. Ma in fondo è solo un vecchio, cosa potrebbe fare? Immaginare una storia, ad esempio un giallo, un medical thriller, dare una spiegazione di fantasia all’epidemia che ha trasformato così tanta gente in morti viventi, e così facendo affrontarla, accettarla, passare oltre e trovare veramente sé stesso, liberandosi una volta per tutte delle sue ossessioni.

C’è tanto dolore in questo libro. Dolore, memoria, aspettative deluse, vuoto esistenziale. In un mondo così tetro solo i ricordi aiutano a tirare avanti, ma è proprio staccandoci da essi che possiamo fare cose nuove, cose diverse, e dare una svolta alla nostra vita, spezzando il circolo vizioso che la rendeva sempre uguale a sé stessa. Perché mettersi al timone della propria vita e accettare l’inevitabilità della propria morte in fondo è quasi la stessa cosa. O, come direbbe il dottor Tancredi, sono entrambi simboli della stessa cosa.


L’AUTORE


Cristò

Cristò (Bari, 1976) ha pubblicato Come pescare, cucinare e suonare la trota (Florestano, 2007), L’orizzonte degli eventi (Il Grillo, 2011) e That’s (im)possible (Caratterimobili, 2013). Suoi racconti e articoli sono apparsi su Minima et Moralia e su Alfabeta2.

Cosa pensi degli estratti? Di cosa altro possono essere simbolo gli zombi? La parola ai commenti!

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