Non devi sentire le urla di mio padre

Ti butto per terra e incrocio le braccia.
Mia madre non dice nulla e ti raccoglie. Ha il volto sbiadito. Mi guarda con occhi misti di rabbia e delusione. La torta gelato si sta già sciogliendo. È agosto. Un compleanno da schifo, mi dico, mentre trattengo le lacrime.
Evito lo sguardo di mio padre. Anche lui non dice nulla. Mi aspetto una sberla. Me la merito, ma non arriva. Allora incomincio a battere i piedi, a digrignare i denti.
Volevo Optimus Prime dei Transformers, non te. Tu te ne stai lì con la copertina rovinata. Non sei nemmeno nuovo. La copertina trasuda impronte che sono appartenute ad altri e le pagine sono ingiallite. Puzzi. Mia madre ti raccoglie e sussurra: era il mio libro preferito da bambina, l’ho cercato ovunque. Quando l’ho trovato ero così contenta, pensavo ti facesse piacere. Mio padre scuote la testa. Le dice che non merito nessun regalo. Io penso che tu sia costato poco, ecco quello che penso. Che se mio padre avesse un lavoro adesso avrei il mio Optimus Prime e salverei il mondo. Salverei persino mia madre, che non è felice in questa casa, non è felice di stare con me e nemmeno con mio padre.
Stringo i pugni. Vorrei scagliarne uno contro questo giorno da dimenticare. Compio otto anni e non ho una festa di compleanno. Ho solo te, un libro usato, sporco di vecchie letture, che odora di marcio, di bagnato.
Tu non batti ciglio. Te ne stai fra le mani di mia madre e aspetti. Hai un nome impronunciabile, Ti-Koyo e il suo pescecane. Tuo papà si chiama Clèment Richer e non lo so dire. Leggo che parli di una storia d’amicizia fra un ragazzo e uno squalo. Sembra interessante, ma sono troppo deluso, voglio altro.
Mia madre ti abbandona sul tavolo vicino alla torta gelato che ormai è liquefatta. È la giornata più calda dell’anno. Lei e mio padre si spostano in cucina e parlano ad alta voce. Colpa tua. Ecco cosa rimprovera mio padre a mia madre. È un bambino disubbidiente, sfrontato. Cresce male.
Io ascolto. Vorrei gridare: è il mio compleanno. Invece mi avvicino a te e ti prendo per un orecchio. Ti dico: andiamo in camera mia. Non devi sentire le urla di mio padre. Non voglio che tu veda le lacrime di mia madre.
Inizia così la nostra amicizia. Ti porto in camera mia, sbatto la porta. Mi butto sul letto e ti spalanco, provo a vedere se racconti bugie, se parli a vanvera come tutti gli adulti. Invece mi conduci subito in un posto magico, un’isola del Sud Pacifico dove vivono pescatori di perle nere. Ti-Koyo è figlio di questa gente. È figlio dei fondali, delle onde, del silenzio sotto l’acqua. Io sono così diverso da Ti-Koyo, eppure provo lo stesso sentimento di solitudine. Lui non ha amici, io nemmeno. E tu? Hai amici? Ti chiudo dopo poche pagine, sono stremato. Ti appoggio sul cuscino. Mi addormento con te.
Il mattino dopo mi alzo presto. Vado in camera dei miei genitori. Dormono, i corpi distanti. Li lascio così, in quello stato apparente di morte. Penso che dovrei chiedere loro scusa. Non mi importa nulla di Optimus Prime, che vada a farsi fottere lui e i robot che staranno combattendo le loro battaglie con i miei coetanei. Corro in camera mia, mi vesto come mi pare e ti recupero: ce ne andiamo a fare un giro. L’alba è appena sorta e il cemento della strada già frigge sotto il tuorlo del sole. C’è una chiesetta in fondo alla strada. Lì troviamo Dio e la frescura. Mi siedo con te in braccio. Prego Gesù di darmi una vita alternativa, di restituire ai miei genitori un lembo di felicità. Poi ti sollevo, sputo sulla tua copertina e ti lucido. Mi dici: grazie. Mi dici: sarà un buon giorno. Io non so se la voce che sento è tua o è quella della fede. In questo momento ho fiducia in te e in Ti-Koyo. Mi siete vicini.
Riprendo a leggerti e in men che non si dica ti divoro. Scopro che Ti-Koyo fa davvero amicizia con un piccolo esemplare di pescecane e incontra persino una bellissima bambina di nome Diana. Mi innamoro di lei.
Di bambine che mi rivolgono la parola ce ne sono poche qui. Mi evitano. Mi sembra che mi evitino tutti in questo stupido paese. Dicono che il figlio di un disoccupato che urla contro sua moglie diventerà un uomo violento. Forse è così. Diventerò un uomo senza sogni come mio padre. Tu che ne pensi? Lo so, sei solo un libro, che ne sai del mio futuro.
Mi fissi attraverso le tue pagine e mi rassicuri: diventerai quello che vorrai. Io allora ti confesso che voglio diventare un pescatore di perle nere e voglio uno squalo per amico, uno squalo che divorerà tutte le persone che mi fanno del male e che mi porterà via da qui. Tu ridi. Ridi di me. Mi offendo. Ho la tentazione di scaraventarti di nuovo per terra, dentro la chiesa, al cospetto di Dio. Tu mi dici: non sto ridendo di te. Sto ridendo perché immagino me e te sul dorso di uno squalo in un mondo dove non c’è bisogno di mangiare nessuno, un mondo di amici e di persone che ti vogliono bene.
Anche i miei genitori mi vogliono bene? Ti domando. Tu mi rispondi di sì. Mi rispondi che sono fortunato, ma che non posso ancora capire quanto mi vogliono bene. Poi mi suggerisci di rimettermi a leggere perché Ti-Koyo mi sta aspettando, deve crescere in questa storia e diventare grande.


Un giorno andiamo al lago, l’unica vacanza che ci possiamo permettere. Tramezzini al tonno, succo di frutta, uova sode. Faccio il bagno. Non ti posso portare con me, annegheresti, anche se lo squalo di Ti-Koyo probabilmente ti salverebbe, ti prenderebbe fra le sue fauci. Ti leggo sotto l’ombra di un pino marittimo. Ti-Koyo è diventato grande e ha nuovamente incontrato Diana. Sono felice per lui. Anche Manidù, il pescecane, è diventato grande. Gli altri pescatori pensano che sia pericoloso, ma Manidù è migliore di tutti gli adulti del mondo.
Anche tu, amico mio, sei migliore dei miei genitori. Questo però non ti fa piacere sentirlo. Mi rimproveri. Mi dici: ognuno ha la sua storia, le sue colpe, la sua possibilità di essere perdonato. Io ribatto che vorrei dei genitori diversi, che non si picchiano, che non urlano. Tu mi dici di tacere, di stare zitto. Non capisci. Un giorno, quando sarai grande, capirai che non è facile diventare uomini. Mi fai rabbia. Ti lancio nell’acqua. Mia madre mi guarda stupefatta. Perché l’hai fatto? Io le dico che non voglio più avere a che fare con te. Sei cattivo, dici cose che non voglio sentirmi dire. Mia madre mi abbraccia. Piange. Scusa. Scusa. Scusa. Mi abbraccia e mi dice scusa. Io le dico che possiamo andarcene da qui. Lei mi bacia sulla fronte.
Mio padre mi viene incontro. Ti ha salvato. Sei tutto bagnato. Ti metto ad asciugare sotto il sole. Puzzi. Ti chiedo perdono. Tu tossisci, sei raffreddato, ma sei salvo. Mi chiedi di finire di leggere la storia di Ti-Koyo e del suo squalo Manidù. D’accordo, rispondo. È l’ultima volta che sento la tua voce.
Quando finisco di leggere l’ultima pagina e ti chiudo, tu muori.
Ci vorrà un altro libro per capire che voi libri non morite. Vi passate la vita come noi bambini ci passiamo la palla. E quando torniamo a casa, quando la sera volge al termine, ti metto a dormire nello scaffale che ospiterà altri libri e con i quali diventeremo amici. Io, te, loro.
Dimenticavo: sei il più bel regalo che io abbia mai ricevuto.


CHE LIBRO È?


Leggimi di te è una raccolta di racconti di Christian Mascheroni nata come rubrica sul blog Ho un libro in testa e pubblicata nel 2015 da Vanda Epublishing. Per saperne di più e acquistarla online, segui il link Amazon: Leggimi di te


ABSTRACT


Un figlio legge un libro al padre affinché la sua memoria resti viva. Un pompiere scova un romanzo fra le ceneri di una casa distrutta dalle fiamme. Un uomo solitario spia una misteriosa lettrice dalla finestra. Un bambino aspetta l’amore in una biblioteca piena di tesori. Un ragazzo trova il coraggio di raccontarsi ai genitori attraverso le pagine che lo hanno aiutato a dare un nome ai suoi sentimenti. Questi sono solo alcuni dei protagonisti di Leggimi di te, una raccolta di short stories dove i libri sono specchi nei quali si riflettono generazioni differenti. Ogni racconto è uno scatto fotografico che immortala il momento in cui ognuno di noi incontra un libro. Incontri che cambiano la vita, sempre. Christian Mascheroni, dopo Non avere paura dei libri, torna a leggere gli sguardi, a sfogliare i volti e a dare voce alle storie di coloro che, lungo il loro cammino, voltano pagina e cambiano la direzione della loro esistenza grazie al potere travolgente dei libri.


RECENSIONE


Quanto vale un libro? Non sto parlando di soldi. Qual è il valore di un racconto, di un romanzo? Che conseguenze può avere nella vita di una persona? È che a leggere una storia, ecco, quella storia diventa un po’ anche nostra, leggendo incontriamo i personaggi faccia a faccia, li seguiamo pagina dopo pagina in una lenta, silenziosa e rassicurante intimità che cinema e serie tv non avranno mai. Un libro, anche se stampato in milioni di esemplari, non è mai intrattenimento di massa. È qualcosa che si assapora da soli. E anche se c’è qualcuno che te lo legge, una mamma, un nonno, è come una sorta di segreto tra due amici. Non ci sono attori, non c’è speaker: è un passarsi le parole sottovoce, sussurrando.

Christian Mascheroni punta dritto ai sentimenti più intensi ed essenziali della vita di ognuno di noi raccontando storie di famiglie, padri e madri, bambini e anziani. Storie di incontri, di paure e di perdite. Il trauma dell’abbandono di un genitore, un fratello, una persona amata, un abbandono dovuto a scelte di vita diverse, a incidenti, a malattie, alla morte. L’innocenza dei bambini che li protegge dai mali del mondo e permette loro di guardare ogni cosa con occhi più puri. La capacità di perdonare e accudire un marito, un padre imperfetto e malato. Gesti speciali per ricordare chi non c’è più, come cercare libri rari, sfogliare un certo romanzo, bere un’aranciata amara.

E in tutte queste storie è il libro ad assumere il ruolo dell’eroe, una presenza rassicurante, come quella di un essere vivente con una sensibilità particolare. Una presenza che ti permette di capire meglio chi sei e di raccontarlo agli altri, che ti permette di esprimere il tuo amore liberamente, al di fuori delle convenzioni, delle regole, delle tradizioni. Una voce che ti ricorda che non sei il solo a soffrire, non sei il solo ad aver sofferto, non sei condannato a un futuro già scritto, a immagine e somiglianza di quello di tuo padre e di tua madre.

Le parole, le storie, le idee salvano. Ma solo quando sono vere, quando hanno la capacità di risuonare dentro di noi, di essere immagini in cui ti puoi specchiare. Come il protagonista di La lettera, che capisce di essere gay leggendo Un amico di Marcel Proust. La chiave di lettura di noi stessi e del mondo è tra le pagine, circondata da parole pronte a trasformarsi in fatti.

In un mondo invaso da mass media visivi, un mondo che ha più voglia di parlarsi addosso che non di stare in silenzio ad ascoltare, Mascheroni ha avuto il coraggio e l’onestà intellettuale di ricordarci che per stare bene con gli altri la prima regola è quella di ascoltare sempre. La perfetta armonia si raggiunge solo ascoltando tutti, non importa se in carne e ossa, o, mi verrebbe da dire, in carta e inchiostro.

Cosa pensi dell’estratto? I libri possono davvero salvare vite? La parola ai commenti!

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