Non temerò alcun male

Nel sogno ero a piedi nudi in riva al mare. Davanti a me c’era un vecchio bluesman solitario, che suonava una chitarra acustica seduto sulla sabbia, con un cappellaccio in testa. Davanti a lui c’era una grande candela accesa, e accanto un’altra quasi consumata.
“Vecchio bluesman solitario” dicevo nel sogno “che piacere incontrarti, cosa ci fai qui sulla spiaggia?”
“Devo darti un’importante lezione sull’amore, Kabra”.
“Ti ascolto, vecchio bluesman solitario”.
“Vedi la candela accesa? Questo è il tuo amore per Sarah la notte in cui è iniziato. Però, ascoltami bene: l’Amore Non Corrisposto dura due anni e mezzo. Non di più. Dopo due anni e mezzo diventa Amore Malato. Bene: siamo a gennaio, e i due anni e mezzo sono passati”.
“Allora tra poco il mio amore per Sarah finirà?”
Il bluesman aveva indicato la candela che si stava consumando. “Tra poco? No, finisce proprio adesso!”
La fiammella si era spenta.
E io mi ero svegliato libero, purificato, senza più quella maledetta ossessione per lei.
Sì, sappiatelo, succede. Uno si sveglia, ed è libero. Non c’è un motivo, non c’è una spiegazione. Se non la storia della candela. Che non è più stupida di altre.
Ero rimasto in questa beata condizione per un giorno intero.
Ma la mattina dopo, al risveglio, ero di nuovo innamorato.

La notte successiva avevo sognato ancora il bluesman solitario.
Davanti a lui la candela spenta si accendeva di colpo di una fiamma brillantissima.
E lui sghignazzava.
“Ah, ma allora è Amore Malato” mi diceva. “Benvenuto nel mio mondo!”


“E qual è la tua preferita in assoluto?”
Non temerò alcun male“.
E qui sgrano gli occhi di nuovo.
(…)
“Forse vuoi sapere perché” mi aveva chiesto il barista, leggendomi nella mente.
“Se ti va di dirmelo, sono curioso”.
“Quel disco è uscito quando è nato mio figlio. Lo ascoltavo in macchina in quel periodo, ma quella canzone, Non temerò alcun male, non mi piaceva per niente. Mi sembrava una cosa barocca, da chiesa, molto poco Despero. Ogni tanto la saltavo. Poi un giorno…”
“Sì?”
“Ero padre da poco, e avevo reagito in modo strano. I miei amici mi dicevano: vedrai quando te lo troverai davanti, così piccolo e indifeso, sarà un’emozione incredibile, non puoi capire. Per cui ero pronto a mettermi a frignare in ospedale, o a svenire per la gioia… e invece…”
“E invece?”
“Invece avevo visto mio figlio, e avevo pensato: madonna quant’è brutto. E cosa c’entro, io con lui? Ho fatto l’amore con mia moglie una sera, ed è venuto fuori questo fagiolo grinzoso che ci impedirà di dormire per i prossimi anni e ci costerà un sacco di soldi. Mi vergogno, ma ho pensato proprio questo.”
“E poi?”
“Ho passato dei giorni così, in questa strana condizione. Ero padre, e non me ne importava niente. Facevo finta con mia moglie, facevo finta con i miei amici, ma ecco, appunto, facevo finta. Non provavo nulla. Era come se avessimo portato a casa un pesce rosso vinto al Luna Park. Lo so che è assurdo… e poi, mi ricordo, era un venerdì, avevo finito di lavorare. Ero salito in macchina, con davanti un weekend pieno di cose da fare per il bambino, cose da comprare per il bambino, con l’idea ossessiva di prendersi cura dell bambino. Pioveva, e c’era traffico, la tangenziale era murata. Si andava pianissimo, e avevo nello stereo l’album dei Despero… in quei giorni ero talmente stanco da non avere nemmeno la forza di cambiare cd. A un certo punto era partita Non temerò alcun male. Stavo per saltarla come al solito, ma poi la coda si era mossa. Ero andato avanti cento metri, senza togliere quella canzone che non mi piaceva. E poi…”
“… poi?”
“… giuro, non ricordo com’è successo o in quale punto preciso del pezzo è accaduto, ma un attimo prima stavo guidando a passo d’uomo con lo sguardo fisso sul furgoncino davanti a me, un attimo dopo stavo piangendo come un bimbo. Piangevo, piangevo tantissimo, con gli automobilisti incolonnati accanto a me che mi guardavano stupiti. Un omone con la barba che frignava… E non me ne importava niente. Piangevo ed ero felice. Dentro di me qualcosa si è sciolto.”
“Per la mia canzone?”
“Sì. Perché è questo che fa, la musica.”
Avevo guardato il mio bicchiere senza dire niente. Lui aveva proseguito.
“Kabra, io non so perché hai scritto quel testo o in quale circostanza, ma ti dico l’effetto che ha fatto a me, il modo in cui l’ho sentito io. Mi sembrava che quella musica, quell’arrangiamento, quelle parole stessero parlando di me. Mi sembrava che mio figlio, il mio piccolo bambino, mi stesse dicendo delle cose… mi stesse chiedendo di proteggerlo, di accudirlo, di volergli bene. Capisci? Dopo quei giorni di blocco emotivo, avevo realizzato: sono padre. Lo sarò per sempre. E ne sono felice”.


Sei di nuovo al 1988, sei ancora un liceale dai capelli lunghi e stopposi, e sei sdraiato in un campo, vittima di un breve sonno alcolico. Lo sai che giorno è, no? Il giorno – anzi, per meglio dire, la notte – in cui la musa ti ha sorriso e ti ha regalato una canzone.
Ti è capitato solo due volte in tutta la tua carriera, direi che te lo ricordi per forza. E grazie a quel regalo hai composto Brucia e hai trasformato la tua band demenziale nei Despero, glorioso gruppo rock.
Bene: nella tua visione la musa non è una splendida fanciulla pronta a trasmetterti il suo dono con un bacio, ma un lurido e ruminante Tomas Milian.
(…)
Tu puoi fare una scelta, sta dicendo.
Io sono qui, di fianco a te che dormi su un prato, ubriaco come una scimmia. Ho in mano la melodia di Brucia: posso trasmetterla al tuo cervello con un tocco, o donarla a qualcun altro. Decidi.
Se rinunci al regalo, la tua vita sarà riscritta.
Continuerai a suonare con la tua band demenziale fino al diploma, dopodiché fonderai altri quattro o cinque gruppi di dopolavoristi, e nel frattempo conseguirai un’onesta laurea in scienze politiche. Ti sposerai, e tra più di un quarto di secolo, anziché essere nel mezzo di un’epocale, cosmica, indicibile figura di merda, sarai a pranzo con i tuoi genitori, a parlare di mutui a tasso variabile e dell’attacco sterile della tua squadra di calcio, mentre i tuoi pargoli giocano con i figli di tuo fratello. Non saprai cosa ti sei perso.
Se invece accetti il mio gentile omaggio, festeggerai i ventisei anni di carriera cadendo da una riproduzione del Titanic con un’accusa di plagio dai Genesis che ti pende ancora sulla testa.
Cosa scegli?

… Ah, lo sapevo. Dai, ti conosco.
Girati di lato mentre cadi, va’.
Così al massimo ti rompi un braccio.


CHE LIBRO È?


Confessioni di un povero imbecille è un romanzo di Gianluca Morozzi edito nel 2016 da Fernandel in occasione del quindicesimo anniversario del romanzo Despero. Al romanzo è abbinato un concept album omonimo degli Avvoltoi pubblicato da Go Down Records. Per saperne di più e acquistarlo online, visita il sito dell’editore.


ABSTRACT


«Eccomi qua. Dopo ventisei anni di carriera ho raggiunto l’equilibrio fallimentare perfetto. La fusione tra pubblico e band, con il pubblico e la band riuniti nella stessa macchina…»

A metà degli anni Ottanta un ragazzo bolognese di nome Cristian Cabra fonda con tre compagni di scuola una band di rock demenziale: nascono i Despero. Nel 1988, acquisito il nome d’arte di Kabra, si innamora dell’inconquistabile Sarah e trasforma il suo gruppo in una seria e rigorosa rock band. Nel 2016, dopo mille traversie, cambi di formazione, quattro cantanti, tanti dischi e pochi successi, Kabra e i Despero sono ancora sui palchi.
Come sempre, tante storie d’amore, di strade e di rock, con episodi ambientati nei vari momenti della carriera dei Despero: dai primi accordi alla rovinosa caduta dal ponte di un finto Titanic. Dall’impatto con l’antagonista Tex al nuovo incontro con Zanna e Sarah. Dalla formazione a cinque a quella a due, chitarra e batteria. Da Lisa, la sosia bassista, a Elettra, chitarrista dalla mente a sette dimensioni.
In allegato al libro il cd audio Confessioni di un povero imbecille, il disco inedito della storica band bolognese Gli Avvoltoi, un’opera rock omaggio a Despero in cui i personaggi e le atmosfere del romanzo acquisiscono una forma musicale.


RECENSIONE


Una macchina che brucia con dentro una chitarra, un libro di Buzzati e un pupazzo di Lupo Alberto. Un’ispirazione improvvisa che tocca il peggior chitarrista del mondo. Un amore tenuto nascosto per dodici anni. Un modo clamoroso di fallire con successo, con canzoni scritte per scherzo che finiscono al Festivalbar e grandi illuminazioni che si rivelano essere plagi involontari. C’è un solo personaggio, in Italia, che può vivere avventure così.

Quel personaggio è Cristian Kabra. Un personaggio dalla sfortuna cosmica, fantozziana, ma che a differenza di Fantozzi è un rocker, un figo, e non si arrende mai. Curiosa anche la sua storia editoriale: l’unico romanzo che lo vede protagonista assoluto fu pubblicato il 12 settembre 2001… vogliamo parlarne?

Giunto al successo qualche anno dopo con il noir Blackout, il suo creatore Gianluca Morozzi ha giustamente pensato di farlo tornare in altre storie, racconti brevi o romanzi in cui divide però la scena con altri protagonisti, dal supereroe Leviatan di Terra L in Colui che gli dei vogliono distruggere all’uomo liscio del libro omonimo (un ragazzo sfigatissimo a cui scompare il pene a causa di una misteriosa malattia chiamata Sindrome di Pipik).

Insomma, Kabra compare un po’ ovunque nelle storie firmate Morozzi. Ma c’era qualcosa che mancava, un po’ come in Twin Peaks, dove la trama è rimasta bloccata per 25 anni. E oggi, come per Twin Peaks, ma aspettano dieci anni di meno, succede ancora. Un nuovo romanzo che ha Kabra come solo e unico protagonista.

Un prequel-sequel pieno di segreti, confessioni, retroscena. Qualcosa che potrebbe anche essere difficile da concepire per un personaggio inventato di sana pianta. Ma forse l’autore conosce un portale per Terra Prima e ha incontrato Kabra in carne e ossa: mai vista una simile cura per il dettaglio, tra discografie, cambi di line up, ricordi d’infanzia e quant’altro.

La spiegazione è molto più semplice: oltre a essere il più grande fan del Bologna mai esistito, Morozzi è anche un grande fan del mondo dei fumetti. E questo non significa solo citare eroi Marvel e DC, ma anche conoscere e usare strutture e tecniche narrative particolari. Il precedente Colui che gli dei vogliono distuggere era, in gergo fumettistico, un team up, l’incontro tra più eroi. Confessioni di un povero imbecille è uno special, un preziosissimo numero celebrativo, nato anche per merito degli Avvoltoi, che da anni volevano trasformare i titoli dei Despero in canzoni vere.

Ora qualcuno si potrebbe chiedere: punta tutto sul fattore nostalgia? È un libro per i fan? Bene, è il momento che faccia una confessione anch’io: questo è il primo romanzo di Gianluca Morozzi che leggo. Lo conoscevo da due stupendi racconti pubblicati con Las Vegas Edizioni, Lesbosuore contro Daitarn 3 in Viva Las Vegas e Il futuro non è ancora scritto in Prendi La DeLorean e scappa (in cui c’è un personaggio venuto dal futuro che incide i capolavori del rock prima dei loro autori originali… che sia una versione alternativa di John Grey?)

Nonostante dunque la mia completa ignoranza verso i personaggi e il loro vissuto, non ho avuto difficoltà a seguire la storia e, anzi, mi sono appassionato. Sono diventato fan di Kabra anch’io. E sicuramente leggerò altro su di lui, anche se mi sono spoilerato quasi tutto per scrivere questo post.

Come gli sceneggiatori delle grandi serie a fumetti Morozzi sa emozionare, sa far ridere e commuovere, sa farti tifare per i suoi personaggi, sa tirar fuori il fan che è nascosto da qualche parte in ognuno di noi. E racconta per la prima volta a tutti i suoi lettori, neofiti come me o seguaci della prima ora, la nascita dei Despero, in che modo Kabra ha imparato a suonare la chitarra e a comporre le prime canzoni, e come ha conosciuto Lore e Zanna. Vedremo anche le catastrofiche conseguenze della canzone Mesmero, ideata in Colui che gli dei vogliono distruggere e accusata poi di plagio in L’uomo liscio.

Kabra impazzirà come mai prima d’ora. Mollerà tutti, si circonderà di musicisti che sembrano scappati di casa, tra cui il Tetro Carpentiere, un anziano truccato come il Pinguino di Batman che suona le tastiere usando pupazzi sagomati o lunghissime protesi, e Larry il batterista trasparente, rappresentazione vivente del trash assoluto: come altro definire uno che suona una batteria di plexiglass completamente nudo, canta mascherato da donna in un side project chiamato Le Casalingue e ama a non finire l’oscena Crepuscolo?

Ma Kabra, ed è questa la cosa bella e incredibile, attraverso queste nuove, terribili esperienze maturerà. Si renderà pienamente conto dell’amore che la gente ha per le sue canzoni, affronterà una per una tutte le sue nemesi con la forza del perdono, riuscirà a fare pace con tutti i personaggi scomodi della sua vita, quelli con cui aveva qualcosa in sospeso (non posso fare spoiler, arrivateci da voi) e in breve ritroverà il gusto di vivere, e soprattutto il gusto di avere una vita fuori dagli schemi, una vita da rocker, una vita da artista controcorrente in un mondo sempre più annoiato e banale.

Sembrerebbe tutto concluso, con un finale quasi-lieto, ma sappiamo bene che non è così. Prima o poi la sfiga tornerà a colpire e Kabra si sputtanerà ancora… ma per ora, per una volta, lasciamolo tornare a Bologna da eroe, sul van dei Despero, all’alba. È bello così.


L’AUTORE


Gianluca Morozzi

Gianluca Morozzi è nato nel 1971 a Bologna, dove vive. Autore prolifico e estremamente generoso, per Fernandel ha pubblicato la sfilza di titoli che trovate più sotto. Di libri ne ha pubblicati quasi altrettanti per l’editore Guanda, a partire da Blackout (2004) e L’era del porco (2005).
Anche se si considera il peggior chitarrista del mondo, suona e ha suonato in diverse cover band locali.
Wikipedia gli dedica una voce piuttosto dettagliata.

Conoscevi la storia dei Despero? Cosa pensi di questi inediti retroscena? La parola ai commenti!

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