Qualcuno mandava avanti il mondo, qualcuno se lo mangiava a colazione

Il palazzo, visto da vicino, da dentro, era, se possibile, ancora più vecchio e decrepito di quanto si intuiva da fuori. L’ascensore era interamente ricoperto di scritte – insulti osceni, minacce di morte, parole in arabo e in russo. E se ci fosse rimasto bloccato, là dentro? Ma l’ascensore, arrancando, era arrivato al sesto piano: le porte si erano aperte su un pianerottolo luminoso pieno di piante carnivore. Lei aveva lasciato socchiusa la porta; lui, prima di entrare, aveva controllato che non ci fosse nessuno, intorno, anche se ebbe l’impressione che qualcuno lo stesse osservando attraverso lo spioncino di una porta laterale.
L’entrata era buia, con il pavimento scuro. Chiusero la porta e lei lo abbracciò: sembrava più grande, più grassa, quasi una mamma (fuori dalla finestra della cucina, oltre le spalle di lei, avevo intravisto un campo da calcio in lontananza, scuro e sabbioso, dove dei bambini inseguivano un pallone giallo: le grida arrivavano in ritardo, come in un sogno). Si baciarono. L’alito da dentifricio, con il retrogusto ferroso della notte, da moglie. Gli tolse la giacca, metà di un gessato grigio da ottocento euro, e la appese a un attaccapanni, in un angolo ancora più buio, tra una felpa che lui le aveva già visto addosso al lavoro, e quella di un uomo molto più grosso di lui. Il contrasto tra la sua giacca e le loro felpe aveva qualcosa di brutale: quella famiglia si guadagnava da vivere lavando pavimenti e cessi, e guadagnava poco, mentre lui, che non si era mai sporcato le mani, apparteneva a una piccola cricca di privilegiati che usava i soldi degli altri per guadagnare soldi con i quali guadagnare altri soldi. Qualcuno mandava avanti il mondo, qualcuno se lo mangiava a colazione.

Lei gli mostrò la sua casa, come avrebbe fatto con un parente in visita. Ecco la cucina, con i biscotti in un vaso di vetro sul tavolo, la ciotola di un gatto invisibile, la macchina per fare il pane vicino al forno, le calamite sul frigo (Calcutta, California, Canada, Capri… uno stock da negozio tutto a un euro), le tapparelle storte, una televisione da quindici pollici accanto alla finestra; ed ecco il salotto, il divano di velluto verde, la foto firmata di una Ferrari da Formula 1 in una cornice d’argento appesa al muro, un orologio digitale, un televisore gigantesco, un lampadario di Murano imponente come un’astronave, i bicchieri del servizio buono esposti uno accanto all’altro in una vetrinetta illuminata da faretti alogeni, una minuscola libreria con i libri della Repubblica, qualche manuale di cucina… Ed ecco la camera da letto… In quante copie era stata stampata, quella vita?

Tutto intorno, la vita fremente di quel condominio lo assaliva. Da sotto, da sopra, da ogni lato, si sentivano rumori: i motori delle lavatrici, i bollitori che fischiavano, le televisioni e le radio, ognuna sintonizzata su una stazione diversa, le urla e i pianti isterici dei bambini piccoli, il raspare delle unghie di un cane su una porta, uno sciacquone, l’ascensore che saliva, l’ascensore che scendeva, le porte che sbattevano, altre urla più distanti, più feroci… E dalla strada, come dal fondo di un inferno in miniatura salivano gli inseguimenti di auto, le frenate, le sgommate, gli insulti, le minacce, e tonfi, e vetri rotti… Poco prima, entrando in quel mostruoso alveare, avevo visto una placca di un metro quadrato ricoperto di campanelli; ognuno di quei campanelli era collegato a un appartamento; e ognuno di quegli appartamenti conteneva persone, mobili, oggetti tra loro indistinguibili. Se si fosse fermato al quinto piano, o al terzo, avrebbe trovato una donna costruita con la stessa materia con la quale era stata costruita Orietta, con un marito fatto allo stesso modo, e un amante che forse gli somigliava.

La camera da letto. Il materasso depresso al centro. Due cuscini gonfi e tesi, pneumatici da notte. L’imitazione di un’icona russa sopra il letto. Un armadio a specchio che riempiva una parete. I comodini gemelli. Gli scendiletto pelosi, anche loro gemelli. Un paio di ciabatte numero quarantacinque, lasciate lì come un monito o una minaccia. Si sedettero sul bordo del letto. Lei lo guardava con occhi tristi come la morte. Gli sembrava di essere sotto acqua, o dentro a un cubo di tormalina. Ogni cosa – i suoi denti, le parole che si dicevano, la mano che gli carezzava la guancia – erano altrove. I loro baci irreali stavano ai baci dei mesi precedenti come un corpo morto sta all’uomo vivo che lo aveva abitato.

E se fosse tornato? Se il marito avesse spalancato la porta, e li avesse sorpresi in camera, distesi l’uno sopra l’altra? Lei lo rassicurava, ma aveva più paura di lui. Eppure, non potevano fermarsi. Forse entrambi sapevano, o speravano, che quella mattina fosse la sommità della collina che dovevano attraversare. Il loro amore doveva scollinare, e poi esplodere o sparire. Lei avrebbe voluto lasciare suo marito, e chiedere una nuova vita, e lui avrebbe voluto lasciare l’amante e avere indietro la vita normale di prima; in entrambi i casi, il futuro passava per quel letto, per la negazione di tutto il sesso che avevano fatto prima. Per la proclamazione ufficiale dello stato di non ritorno. Si spogliarono.

L’ultima volta, si diceva: questa è l’ultima volta. Lo squallore di quelle stanze gli aveva spiaccicato davanti una realtà che non voleva: che aveva intuito, che aveva negato, ma che ora era ineludibile. Andò avanti in silenzio, per senso del dovere, pensando alla moglie, a casa sua, a tutto ciò che aveva rischiato fino a quel momento per quel corpo che non lo interessava più. Fu solo quando finì, cinque o sei minuti dopo, che si accorse che lei era morta.


CHE LIBRO È?


Il signor Bovary è un racconto di Paolo Zardi pubblicato nel 2014 da Intermezzi Editore nella collana Ottantamila. Per saperne di più e acquistarlo online, visita il sito dell’editore.


ABSTRACT


Cosa spinge un uomo con un lavoro sicuro e una famiglia formato mulino bianco a rischiare tutto per una donna? In un nord Italia fatto di villette a schiera e desolate periferie, un direttore di filiale si imbarca in un’improbabile relazione sentimentale, forse solo per il gusto di poter dire «Ho un amante». Ma come Madame Bovary, anche lui scopre che non sono l’amore e il tradimento, ma i soldi e i debiti, a portarli alla rovina. 

Costruito come una spietata partita a scacchi, Il signor Bovary apre uno squarcio sulla più fondamentale tra le domande: che cos’è l’amore?


RECENSIONE


Differenze sociali. Giochi di potere. Smanie di possesso. Un uomo dalla vita impeccabile, con moglie e figli e un lavoro in banca, vuole per una volta qualcosa di proibito. Forse è una crisi di mezz’età, come quella di Lester (Kevin Spacey) in American Beauty, forse è un’insoddisfazione bruciante e romantica come quella di Madame Bovary, da cui il nostro anonimo protagonista prende in prestito il nome pur di trovarsi un’identità.

Forse semplicemente il gusto, lo sfizio, la soddisfazione di dire “ho un’amante”, di sottomettere una persona che arriva a fatica alla fine del mese e di lasciarsi a propria volta sottomettere da lei, di prestarle soldi che non saranno mai restituiti, di immortalare le proprie prodezze sessuali in foto e video sempre più spinti. Quello sfizio che immancabilmente porta a scandali, sextape, leak, Tiziana Cantone. Ecco, il protagonista di questo racconto non è solo Madame Bovary e Lester di American Beauty, ma anche Tiziana Cantone, come a sottolineare il labile confine tra narrativa e cronaca, finzione e realtà.

Quando si è in una posizione di potere, come ci insegna Lars Von Trier in Dogville, si diventa animali, si cerca di realizzare tutti i propri desideri più elementari, più sporchi, più segreti. Si approfitta. E come in Dogville, la situazione si ribalta radicalmente. La vittima si mette al comando. Tutto il potere del protagonista, sfoggiato con gesta erotiche, foto e filmini gli si rivolterà contro, sarà usato contro di lui come in Sesso, bugie e videotape. Quella del signor Bovary non è la perversione romantica e ammiccante, ad uso e consumo delle masse, di Cinquanta sfumature di grigio. Nessuna redenzione è possibile in una storia vera quanto un articolo di cronaca locale. E in una storia così, che sia American Beauty o Madame Bovary, Dogville o il caso Cantone, c’è un solo, possibile epilogo.

Questo racconto sarebbe certamente piaciuto agli antichi Greci. È una tragedia che scaturisce direttamente dal pathos, insoddisfazione latente del protagonista, cresce a dismisura come la sua hybris, presunzione, mania di grandezza, per poi giungere alla nemesis, la punizione e alla katastrofé… la catastrofe. Come nelle tragedie greche, abbiamo un prologo, un narratore esterno e onnisciente, che è in grado di raccontarci ogni singolo dettaglio di tutta la vicenda, e siamo coinvolti dal dramma dell’eroe tragico, lo sentiamo vicino a noi e, nonostante tutto, facciamo il tifo per lui anche se forse non se lo meriterebbe.

E l’Italia di oggi, quest’Italia a due velocità che spera in una ripresa che in pochi vedono mentre si riempie di profughi che tutti vedono, forse è proprio lo scenario più adatto per gli eroi tragici. Paolo Zardi, da fine conoscitore della natura umana, ci ha donato un dramma senza tempo gettato a capofitto nell’attualità. Riusciremo per una volta a imparare qualcosa, senza più ricadere sempre negli stessi errori?


L’AUTORE


Paolo Zardi

Paolo Zardi ha esordito con un racconto nella raccolta Giovani cosmetici (Sartorio, 2008). Ha pubblicato le raccolte di racconti Antropometria (Neo, 2010) e Il giorno che diventammo umani (Neo, 2013), il romanzo La felicità esiste (Alet, 2012) e diversi racconti in altre antologie collettive.

Leggi altre Storie Per Un Piccolo Pianeta su Paolo Zardi!

Cosa pensi degli estratti? Come cambieranno gli scandali a base di sesso e potere nell’era senza privacy degli smartphone? La parola ai commenti!

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