E poi si guardò la punta dei piedi

Il cassetto è mezzo vuoto, riempito soltanto da una ventina di buste ammassate alla rinfusa. Lui lo sa quale sta cercando. La busta che prende in mano è sigillata, ma non c’è nessun francobollo appiccicato, né timbro postale. Però c’è una scritta sul retro. C’è scritto il nome di Italia e il suo cognome, e poi via Marghera 34. Il signor Fiorentini una volta c’è andato in via Marghera: undici anni fa. Quel giorno prese un autobus per arrivare al metrò e poi si fece sballottolare tra le viscere della città per una decina di fermate, ammassato nel vagone con centinaia di pendolari. Uscì in De Angeli. Si ritrovò al centro della piazza, un rigurgito d’asfalto non molto grande e nemmeno troppo trafficato. Là riuscì soltanto a restare immobile preso dallo stesso smarrimento che accompagna un viaggiatore uscito dall’aeroporto di una città sconosciuta. Quando individuò la placca di marmo con inciso sopra via Marghera, si rese conto di una verità indiscutibile. Non poteva raggiungere il palazzo e cercare il nome di Italia tra la selva dei campanelli, accompagnando lo sguardo con l’indice sulla plancia. Non poteva fare neppure un passo. Fu in quel momento che il signor Fiorentini si voltò e se ne tornò a casa.
Italia si chiama così perché è nata il venticinque di aprile del 1945. I suoi genitori erano partigiani, certo non di quelli che si nascondevano sui monti col moschetto e correvano nella notte tra i tronchi per raggiungere un binario e renderlo monco, ma pur restando in città il loro contributo alla causa l’avevano dato. E d’altro canto, come avrebbe potuto una donna incinta vivere come una selvaggia nei boschi?, così raccontava Italia quando le chiedevi il perché di quel nome. E poi aggiungeva che i suoi genitori lo sapevano che Italia aveva ancora un sapore fascista, che richiamava un concetto di patria ormai snaturato; quel venticinque di aprile però, quando i due avevano sentito le urla e le grida di gioia provenire dalle strade e gli spari a salve che salutavano una nazione libera, e i primi vagiti della bimba ancora sporca di sangue che si confondevano con il caos della città in festa, loro quel giorno riuscirono a dirsi soltanto, Chiamiamola Italia questa piccina. Se ne pentirono ben presto però, ché Italia, si sa, non è nome che si dà a una cristiana. Quando il signor Fiorentini la vide per la prima volta lei era poco più di una ragazzina. Non era molto bella Italia, non nel senso comune del termine almeno; era piccola e magra e sembrava dovesse scomparire da un momento all’altro, inghiottita dalla gonna lunga, e spesso, quando era seduta, dava l’impressione di avere la schiena un poco curva, ingobbita. Però di quel viso ci si poteva innamorare. Aveva la pelle bianca, gli zigomi un poco sporgenti. E i capelli lunghi che nascondevano una piccola voglia scura tracciata sul collo, al di sotto dell’orecchio sinistro. Anche il signor Fiorentini era giovane allora.

Quanti anni avevo?, si chiede ogni tanto, e si risponde ora con una cifra ora con un’altra. Di quella macchia nascosta dai capelli rossi, però, se ne ricorda ancora bene. Riusciva a scorgerla soltanto quando lei era stanca e allora gettava la testa all’indietro e allungava le braccia per distendere i muscoli ma, anche quando i capelli la coprivano, lui quella voglia ce l’aveva sempre presente e ancora adesso, dopo più di quarant’anni, ogni tanto ci pensa.


Nini la stava aspettando sullo spiazzo di fronte al liceo. Era appoggiato al tronco di un albero e ogni tanto schioccava le dita, premendo con il palmo destro sulle nocche dell’altra mano, o viceversa. Lei si avvicinò e gli chiese sorridendo, Cosa ci fai qui? Come mai non sei in cantiere? Lui però non rispose, voleva dire qualcosa ma non riusciva ad articolare le parole, la gola era secca. Allora stette zitto qualche secondo. Poi prese Italia tra le braccia e le fece appoggiare il viso al suo petto, le sollevò il mento e la guardò negli occhi. La baciò delicatamente, con un gesto lento e calibrato. Lei era così gracile, Nini aveva paura di romperla. Italia restò sospesa per alcuni secondi, il suo corpo non riusciva a fare il minimo movimento, come se da quel bacio inaspettato si fosse propagato un campo d’attrazione gravitazionale oppure un incantesimo. Poi pensò al vecchio Catone, così senza alcun motivo si immaginò la barba lunga e le membra rugose e raggrinzite ricoperte soltanto da una veste lunga e candida, serrata in vita da un legaccio. Solo allora riuscì a muoversi.

Italia si ritirò all’improvviso. Fece un paio di passi all’indietro, senza staccare gli occhi da Nini. Non sapeva cosa dire e il suo sguardo poteva significare ogni cosa, o almeno così parve a lui. Anche Nini non sapeva che fare, aveva ancora in bocca il suo sapore e quella mattina, quando si era guardato allo specchio e si era detto, Sì ce la puoi fare, tutto si sarebbe aspettato tranne una situazione del genere. Poi provò a bofonchiare qualcosa, per tentare di spezzare la tensione. Voleva dire una frase buffa, farla ridere o quantomeno vederle un briciolo di luce sul volto. Stavo scherzando, era solo uno scherzo, voleva dire. Invece riuscì soltanto ad articolare qualche suono senza senso. Italia rispose lo stesso. No no no, disse. E poi si guardò la punta dei piedi, incapace di sopportare il contatto visivo e disse ancora una volta, No. Non attese nessuna risposta dopo aver lasciato risuonare l’ultimo monosillabo – Suono terribile, orrido, orripilante, pensava Nini – si voltò e si mise a camminare. I suoi passi erano lenti e l’andatura cadenzata e sicura, ma a ben guardare si riusciva a scorgere una certa incertezza in quel movimento, come se le scarpe non riuscissero bene a fare presa sul terreno e scivolassero un poco prima di abbandonare il suolo. A Nini sembrava che quelle gambe tremassero. O almeno così voleva immaginarle mentre la vedeva allontanarsi.


CHE LIBRO È?


La voglia è un racconto di Michele Turazzi pubblicato nel 2013 da Intermezzi Editore nella collana Ottantamila. Per saperne di più e acquistarlo online, visita il sito dell’editore.


ABSTRACT


La vita del signor Fiorentini è la vita di un anziano solo, che continua ad alzarsi all’alba anche se non deve più andare da nessuna parte. Una volta era diverso, una volta era Nini, un giovane immigrato che lavorava come muratore nella Milano del dopoguerra. Una volta il signor Fiorentini aveva anche amato una ragazza ma di lei oggi rimane solo una lettera in fondo a una tasca.

Il racconto di un amore perduto e di una voglia che dopo quarant’anni ancora tormenta.


RECENSIONE


Anni Sessanta, miracolo economico, spostamento verso i grandi centri. Nini è uno di quei meridionali che emigrano al Nord, muratori, manovali, discriminazione, rock’n’roll. Mancano ancora quattro anni al Sessantotto, c’è aria di novità nell’aria ma la rivoluzione sessuale e dei costumi non c’è ancora stata e tutti ricordano fin troppo bene la guerra, è tutto da ricostruire, tutto da rifare. Nini è solo, solo in un ambiente ostile, e solo nella libreria della famiglia di Italia troverà ospitalità. Ma in un perfetto rovesciamento dei cliché del romance, e in contrappunto a quella bella fiaba moderna che è Attraversami di Christian Mascheroni  qualcosa non quaglia, non c’è chimica, tra lui e lei non va, non funziona, e ritentare non potrà che peggiorare le cose. E così Nini diventa il signor Fiorentini, un anziano solo e nostalgico, ossessionato da quella voglia, da quel desiderio impellente, da quella macchia nascosta dai capelli rossi.

Michele Turazzi, classe 1986, ci porta in un 1964 fatto di sogni e ricordi. Non memorie personali, ovviamente, ma racconti di genitori, zii e nonni, vecchi giornali e dischi d’altri tempi. Una ricostruzione che segue con grande attenzione il modo di pensare e di parlare di un’epoca che non c’è più, in cui eravamo tutti più lontani, il Nord e il Sud sembravano due Stati diversi, i mass media erano quasi un lusso, e il 2000 sembrava indicare un futuro radioso in cui tutti i problemi sarebbero stati risolti dal progresso e dalle meraviglie della tecnica.


L’AUTORE


Michele Turazzi

Michele Turazzi nasce a Treviso nel 1986 e vive a Milano. Ha pubblicato racconti in riviste e antologie. È uno dei vincitori di Subway Letteratura 2010 e fa parte della redazione della rivista Follelfo. Laureato in Letterature comparate, collabora con Rizzoli, Fabbri e Corriere della Sera. Tifa Milan.

Cosa ti colpisce di questo imprevedibile romance su un amore non corrisposto? Ti sembra il tipo di storia più adatto per raccontare la nostra memoria storica? La parola ai commenti!

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