Li riconosco i kamikaze

Lucio Dalla è stato il primo ad accorrere da me dopo il colpo di pistola.
«Ciao Luigi caro. Ti stavo aspettando.»
Ogni volta mi abbraccia. Si aspetta il caldo che gli manca e che non posso dargli. Deluderlo mi fa male. È l’inadeguatezza a renderci uguali.
La tv è già accesa, e quella scatola illuminata per me sa di futuro. Ci sono tutti i programmi fino al giorno del suo addio – il primo marzo 2012 – che avvenne una bella mattina, come in quella sua canzone in cui il cielo è sereno e lui dice: «Buonanotte, anima mia, adesso spengo la luce e così sia».
Lucio mi porge il telecomando. Sono ospite d’onore perché stasera ci sarà un collegamento dal premio che porta il mio nome, organizzato da una cerchia di inetti sciacalli che si nutrono del mio mito, celebrano il monumento di ciò che avrebbero voluto essere, senza avere il coraggio del mio gran finale. Ho pagato il conto per l’anima degli altri. Io sono Luigi Tenco e disprezzo il mito postumo del Grande Luigi Tenco: avete idealizzato la mia patologia, che era pura urgenza, oltre ogni ragione e convenienza. Peggio di Sanremo: così arroganti da ergersi a palcoscenico elitario della canzone d’autore, con quegli interpreti contriti al microfono, soggiogati dalla seriosità di un evento gestito da autoproclamati vassalli della buona musica, accademici che esaminano i testi, se sono parole letterarie ad hoc, per essere percepite da quel pubblico che le considera arte per sentirsi parte di una élite di intenditori. Una grande recita, a partire dal presentatore che non presenta, tutt’al più declama con la compostezza di un becchino che teme di risultare troppo popolano.
A me invece interessava soltanto sedurre le fan, soprattutto le figlie di benestanti in crisi con la loro appartenenza e in cerca di disadattati da redimere e abbandonare. Mettevo insieme parole e temi cupi per comunicare con gli eletti delle classi sociali inviolate, gente disposta a pagare per usufruire dell’arte presunta e a emozionarsi dell’altrui tormento.
(…)
Cambio canale. È così bello abbandonare mondi, visioni e stati d’animo senza neanche alzarsi dal divano. Le lapidi in bianco e nero paralizzano la fantasia. Spero che passino i video di Miley, Rihanna o Kesha.
Ma ecco un suono fragoroso. Non più musica, ma rumore. Delle armonie sepolte che riconosco: My Way storpiata e risucchiata dalle luci dell’Olympia di Parigi. Un ragazzo dai capelli esplosi scende da un’impennata di scale sontuose, illuminate a cascata per impressionare il pubblico. A quel ragazzo manca il decoro consono a un palco, il rispetto per i fan, per la povera gente che lo segue, a cui quei fasti non capiteranno mai.
Sono uno di quelli che dice «ai miei tempi»; sì, ora ci sono i cosiddetti rapper e loro addirittura salgono sul palco in tuta da ginnastica. Ai miei tempi la indossavo soltanto in palestra, quando andavo a scuola.
My Way va in crescendo, una motosega che riempie il bel salone di Lucio, amico mio, che torce il naso. Questo suono storto e fastidioso, non so perché, però mi piace. E anche quella voce roca e infantile. Energia che non ha forma e sa di libertà, senza codici e cornici.
Alzo il volume. Anche la tv sembra vivere. Tutto diventa frastuono, anche il crepitìo elettrostatico, mentre sfioro con l’avambraccio lo schermo di quel mondo in cui vorrei entrare, cantare e riprendermi i tempi di quand’ero riverito.
Piede a ritmo: in tutti questi anni mi è capitato poche volte. My Way, le urla di quel ragazzo. Ho il sesto senso, li riconosco i kamikaze. Sullo schermo, il suo nome: Sid Vicious.


Qui a Sanremo c’è il sole e fra poco faremo sul serio: è così che parla un capo. Motivazione e perseguimento dell’obiettivo. Sono grato a questi miei amici zombi venuti dall’America e dall’Inghilterra per realizzare il mio sogno, quel fuoco che doveva soprattutto illuminare il mio buio. Perdi i colpi all’improvviso, ti evolvi nella debolezza e nella fragilità delle emozioni. La mia testa è difettosa, come sempre fatica ad elaborare la fine delle cose. Dalila, io ti penso ancora, mentre passeggio per Sanremo con Ian Curtis e Kurt Cobain. Potremmo essere una costola di una nostra nuova band alternativa, i Tre Allegri Ragazzi Suicidati. Tra le righe del nostro malessere, il mistero della coscienza uterina. Voi date la vita e noi guardiamo, senza poter fare nulla, oltre quel seme disperato e liberatorio.
Passeggiamo lungo i viali fioriti dell’urbanistica ruffiana di questa località, scheletro di un’Italia felice per l’agognata Fiat 850. Uno scambio di pareri illustri, l’americano faccia da bambino è favorevole alle armi da fuoco. Si perde nelle questioni tecniche sull’overdose di pillole che l’ha portato alla clinica quella notte a Roma: la sua lei piangeva, lui se ne accorgeva e sembrava affetto, quel calore emanato dalle persone amate e che ti fa sentire il re. Anche lui perseguitato da mille ipotesi del complotto: nessuno ci ha assassinato, siamo stati noi stessi, ma forse quest’idea turba la sensibilità altrui, chiusa a tal punto da percepire e trasformare ogni doloroso fallimento in grandezza e speranza. Questa è la strada per l’Ariston, e ha lo stesso profumo dei fiori.
Ian Curtis giochicchia col suo cappio. Evoca certe nuove albe svanite, i capi degli uomini e una ragazza che perde il controllo. La luce del sole trasforma la cicatrice attorno al collo in ombra.
Siamo anche passati dal Savoy, chiuso da anni. Ricordo bene la stanza 219 e poi lo sparo. Ci sono pure quelli che sostengono che sono stato ucciso altrove, magari dai marsigliesi. Quella notte l’ascensore faceva troppo rumore e allora sono uscito. Cercavo le stelle e constatavo come fosse solo luce distante e riflessa, quella che illumina la notte. Nient’altro. Come la formula segreta che ti tiene incollato a quella canzone melensa ma perfetta sull’amore che non torna più, idealizzato da noi maschi non in grado di uccidere: Unchained Melody dei Righteous Brothers, insuperabili quando supplicano Dio di rimandargli quel calore perduto e lo sai che non ce ne sarà un altro. Resti solo, e tutto ciò che hai sempre pensato ti potesse salvare, perché legato a un respiro unico al mondo, non c’è più, e svanisci nell’oscurità, allora, sei tu la stella, il senso cosmico di ogni dolore. Qualcuno ti vede da lontano e ti accendi in quella combustione senza ritorno che è il senso stesso delle passioni andate. L’amore scomparso ci insegue e ci mostra la nostra fragilità e inadeguatezza alla vita reale. Quando sei debole può sembrare un gioco letale e senza spiegazioni. Avevo già provato a uccidermi, ma solo per provare l’effetto che fa.
Ma ora ho una missione su quel palco.


CHE LIBRO È?


Ritornello al futuro è un romanzo di Gianni Miraglia pubblicato nel 2016 da Baldini Castoldi Dalai. Per saperne di più e acquistarlo online, visita il sito dell’editore.


ABSTRACT


«L’Italia non è un paese per zombie.»
I morti hanno cominciato a risorgere, invadendo le strade d’Italia e del mondo. Per fare in modo che questi zombies non influenzino la vita quotidiana degli uomini sono stati confinati in ghetti, ognuno con in casa un televisore che manda solo le trasmissioni andate in onda fino al giorno della scomparsa del proprietario, cosicché questi non sappia proprio nulla dell’attualità. Ma quando lo zombie di Luigi Tenco si reca ospite a cena dallo zombie di Lucio Dalla e la televisione prende a trasmettere la serata inaugurale del premio Tenco di qualche anno fa diventa chiaro che c’è uno squilibrio: il mondo dei morti rispetta e tutela quello dei vivi, mentre il mondo dei vivi sfrutta la memoria e il nome dei non-morti, molto più capaci e talentuosi dei cantanti che passano sullo schermo. È allora che Tenco decide di vendicarsi fondando un gruppo, i Dead Pertinis, col quale partecipare a Sanremo per potere avvicinare, e quindi mordere e infettare l’intera giuria.

Ritornello al futuro è una commedia rutilante, grazie alla quale scopriremo che i Ramones non erano un gruppo di mariachi messicani, che non basta strillare «Yo la tiengo!» per conquistare il mercato latino e che nel vostro cane potrebbe celarsi l’anima di Adolf Hitler.


RECENSIONE


Vacanze a Sanremo, Vacanze in Italia
Qui a Sanremo è tutto finito, qui in Italia è tutto finito.
Aperitivo, apericena, format tv, virale, Expò, tiramisushi, Pirellone, Colosseo, Renzi, Blatter, Veronesi, Eutanasia, Euro, Cina, Pol Pot…

Se gli zombie esistessero, come se la passerebbero qui in Italia?
Gianni Miraglia risponde per noi immaginando un romanzo pop e profondo, comico e serio, demenziale e geniale, intriso di quell’umorismo introspettivo che ha reso celebri band come gli Skiantos (non a caso Freak Antoni è uno dei protagonisti di questa storia).

Ghettizzati e additati come mostri da individui come Ivano Formaggi, leader dell’organizzazione ginnico-nazionalista Bel Paese, gli zombie vivono in quartieri separati, dentro alle case popolari dopo che i poveri sono stati delocalizzati in Corea. Non possono sposarsi, sono costretti a terapie di gruppo e hanno tv speciali che si fermano alla data della propria morte.

Come vivere in un centro di recupero, ma senza nessuno che ti insegni uno di quei mestieri che ti redimono, a intagliare il legno, a costruire tavoli e cavalli a dondolo e poi ti trovano anche una fidanzata e ti convinci che tutto è di nuovo bello.

Sono zombie i politici ammazzati: Kennedy, Trotsky, Gandhi, Palme e Mattei, che hanno fatto una lobby per riportare in vita il Concorde, l’aereo di Ustica e quelli dell’11 settembre. Ma soprattutto sono i cantanti ad essere zombie, cantanti dalla vita sempre in bilico e dalla morte tragica, personaggi scomodi, controcorrente, fallimenti meravigliosi.

Luigi Tenco è uno zombie. Folgorato da una performance di Sid Vicious vista alla tv del suo amico, lo zombie di Lucio Dalla (che arriva fino al 2012), si scoprirà punk e darà un nuovo obiettivo alla sua esistenza: ripresentarsi a Sanremo per uccidere e zombificare più gente possibile. Si tratta di una vendetta tardiva contro l’industria musicale italiana, identificata col Signore dei Dischi di Freak Antoni (zombie anche lui!), contro l’ipocrisia della stramaledetta gatta di Gino Paoli (dai Gino, era una prostituta, non girarci attorno) e del mito della bella voce, che è come dire che di uno scrittore apprezzi il carattere tipografico.

Al suo fianco, il teschio e le pipe incrociate della superband Dead Pertinis, formata dagli zombie di chi la musica punk l’ha creata e l’ha vissuta fino alle sue conseguenze più estreme: Sid Vicious (Sex Pistols), Johnny Thunders (New York Dolls), GG Allin, uno dei Ramones (non sappiamo quale, sembrano tutti uguali), Joe Strummer (Clash), Ian Curtis (Joy Division), Kurt Cobain (Nirvana).

Un ex covo brigatista a Genova in cui di notte si sentono spari fantasma custodirà i tanti cantanti sequestrati con la forza per farsi ammettere al festival tra cui Nek, Jovanotti, Al Bano e Ligabue, ma non Vasco, che reagisce con testate degne di Bud Spencer e lacrimogeni da esercito israeliano. Non tutto procede secondo il piano, però: verranno morsi e trasformati in zombie personaggi come Laura Pausini, Gino Strada, Maurizio Gasparri, che assumerà una nuova identità punk col nome d’arte Billy Laido, e il pastore tedesco di Emma, che per ragioni misteriose ora parla con uno spiccato accento teutonico e crede di essere Adolf Hitler.

La collaborazione con cantanti vivi come Iggy Pop e Fedez, unita alle machiavelliche strategie musicali di Claudio Cecchetto e del blasonato manager Aragozzini, porterà i Dead Pertinis a una Sanremo satirica e delirante, specchio dell’Italia di oggi, tra baracche prefabbricate per concorrenti sgraditi, pulsanti scatena-votazioni, droni presentatori che si impallano in diretta e security autofinanziate da cui farsi pestare.

Una Sanremo contro gli zombie e in particolare contro Tenco, con un sindaco, il colonnello in pensione Olivio Cordero Orgoglioni che emette leggi anticostituzionali via Whatsapp (al massimo poi pagherà una multa), marsigliesi, cileni e siciliani assetati di sangue, e la terribile Dalida, zombie anche lei, gelosa di Luigi e del suo nuovo amore non corrisposto per Dalila di Lazzaro.

È una Sanremo irriconoscibile e incoerente, con una giuria d’emergenza composta da Cicciolina, Luzzato Fegiz, Jake La Furia dei Club Dogo, Ringo, Red Ronnie, la milf di Report e Roberta Ciotola con sua madre, che squalifica un concorrente perché ha parlato in italiano invece che in inglese sgrammaticato ma accoglie a braccia aperte i Dire Straits di Mark Knopfler, che partecipano al festival perché appoggiati dalla lobby dei dizionari e dall’Accademia della Crusca interessata a rilanciare il verbo “dire”.

E Luigi Tenco è in mezzo a tutto questo caos, a tutto questo casino, a tutto questo schifo. Ripensa alla sua morte tragica, a sua madre, alle sue giacche da esistenzialista francese ora sostituite da un chiodo di pelle, e cerca la pace, cerca l’accettazione, cerca l’amore. Da una parte vuole distruggere tutto, dall’altra vuole che i suoi sentimenti siano ricambiati e aspetta una risposta, non da Dalila di Lazzaro ma dalla pagina Facebook di Gianni Morandi, unico possibile oracolo in un’Italia invecchiata e digitalizzata a dismisura.

Ad uno stile non troppo distante dal miglior Morozzi, in cui rock, dramma e umorismo si fondono in un amalgama indissolubile, Miraglia aggiunge il suo grandissimo talento per la satira, creando scenari esilaranti, profondamente veri nella loro assurdità. Voglia di riscatto, sensibilità in un mondo cinico e superficiale, discriminazione, politica, music business: non manca niente.

E chi legge non può che fare il tifo per Tenco e la sua banda di beautiful losers, ritrovando in loro quelle frasi, quelle osservazioni e quelle riflessioni che fanno del loro autore non “un Gianni qualunque” ma il forzuto Gianni Miraglia, quello dei Monologhi della Fatica, Mandatemi a quel paese, e Provincia Capitale, una grande voce fuori dal coro, una voce vera, graffiante, spontanea e sensibile. Non come quella di Nat King Cole, inseguito dal pubblico di lusso che voleva le canzoni belle e melodie che non infastidissero, ma come quella del solo e unico Louis Armstrong.

Cosa pensate degli estratti? Cosa vi aspettate da questo ritorno dei cantanti zombi? Chi vincerà questo Sanremo postapocalittico? La parola ai commenti!

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