Sei l’unico amico che mi rimane

Nella camera da letto tutto era candido e asettico; luci al neon, tende a pannello, un crocifisso d’acciaio sulla parete sopra la testiera. Il vecchio giaceva su una branda reclinabile di alluminio, il corpo scheletrico, bianchissimo, quasi indistinguibile dalle coperte. Lunghi e intricati tubi di gomma azzurra e bianca collegavano polsi, dita, narici, e gola agli apparecchi medici allineati lungo la parete di fondo. Le macchine respiravano, emettevano suoni e impulsi elettrici, comunicavano attraverso schermi e spie.
«Ciao, papà» disse Barbara.
L’uomo rimase immobile, con gli occhi chiusi.
Un angolo del tavolinetto d’alluminio era libero da flaconi e scatole di medicinali. Barbara vi appoggiò la pizza fumante. Poi preparò una flebo; collegò un flacone al deflussore, e il liquido trasparente iniziò a scendere fino al polso del vecchio; i fasci di tendini e di vene bluastre emergevano dalla pelle incartapecorita. Barbara strinse la mano dell’uomo e non la lasciò fino a quando non riuscì a percepire un flebile accenno di calore.
Quindi sedette al capezzale e scoprì delicatamente il petto del padre. All’altezza del cuore una vasta chiazza di pelle era rasata, desquamata, esangue, percorsa da una lunga cicatrice lucente. La ferita esalava un vago odore di sciroppo alla fragola. Barbara passò delicatamente un fiocco di cotone imbevuto di disinfettante verdognolo sulla cicatrice. Poi asciugò e tornò a coprire il petto del vecchio.
La donna addentò una fetta di pizza. Il boccone era incandescente e gelido allo stesso tempo. Il televisore appeso a un angolo del soffitto era sintonizzato su una rete del digitale terrestre, un canale che Barbara non ricordava di aver mai visto. Barbara alzò il volume fino a quando non riuscì a distinguere la voce del nano – un nano barbuto, su una poltrona di pelle, in uno studio completamente nero.
«…credo che viviamo nella menzogna.»


Non ricordava la via e il numero civico, ma era certo che avrebbe trovato la casa ai bordi della ferrovia. Camminò lungo i binari, la schiena ricurva, lo sguardo a terra, i piedi immersi nell’erba selvaggia. Il sentiero era cosparso di sacchetti di plastica, residui di fazzoletti di carta, frammenti di teleschermi, preservativi usati, scarpe e jeans laceri. Immaginò il proprio cadavere fatto a brandelli, e gettato distrattamente dal finestrino di un regionale notturno, una mano protesa verso il cielo, una scapola insanguinata, alcuni brandelli di fegato, cibo per cornacchie e gabbiani da discarica, schegge di cranio, indistinguibili tra gli altri rifiuti, tibie e peroni, ulne e radi, scarnificati e contesi tra luride masnade di cani randagi. Sibili, come di cicale o di serpenti, riempivano l’aria, già insostenibilmente densa di echi di un traffico invisibile, ma mai troppo lontano. Ermete pensò che avrebbe potuto camminare per giorni lungo quei binari, seguire la doppia linea d’acciaio rugginoso fino a superare il confine del tramonto, senza mai incrociare un altro essere umano.
La casa gli si parò davanti solo pochi minuti dopo, ed Ermete rallentò, come se stesse camminando verso una tomba. Sorgeva a cinque metri dalla ferrovia, arroccata su un terrapieno selvaggio, squadrata come una bara, come un mattone perforato, un solo piano, il tetto piatto, quattro pareti che potevano essere state scarlatte, cinquant’anni prima, ma che ora svanivano nel grigiore della ringhiera che le circondava come un serraglio, tre finestre per lato, dodici tapparelle, tutte perennemente abbassate, e i resti incredibili di zanzariere a brandelli, l’archeologia di un vialetto e di una fontanella in quel palmo di terra di giardino ora divorato da felci di un verde malsano, le orrende foglie ricoperte di polveri sottili, e su tutto, un vago odore di acqua stagnante, di putrefazione.
Ermete aggirò la recinzione, spinse il cancello arrugginito, che cedette subito, e salì i pochi gradini di cemento. Esitò a lungo, sull’uscio; pensò alla vicinanza della stazione. Tornare a Milano, forse prendere un altro treno, a lunga percorrenza stavolta, Berlino, Parigi. E poi? Sarebbe davvero diventato un ricercato? Con tutti gli assassini che c’erano in giro, si sarebbero veramente curati di lui? Pensò ai sedili delle volanti, alle sedie di legno dei tribunali, al materasso sporco su una branda di galera. Era sul punto di accasciarsi contro l’uscio, quando la porta si aprì, senza che Ermete avesse bussato.
Dell’uomo che gli aveva aperto, Ermete riconobbe prima la gamba, la sinistra; dalla carne bianca e cascante emergevano ancora, come gli spigoli di un capitello in rovina, i tratti sicuri del ginocchio. Poi la destra, fasciata con luridi strati di garza, la gamba di una mummia egizia. L’uomo indossava un paio di pantaloncini rossi, sformati, che non erano mai stati alla moda, ma che un tempo erano la norma, per un corridore. Il ventre deformato dalla gravità debordava da una canottiera ingrigita. Similmente cascavano le guance pallide, rasate con cura sorprendente, sotto gli occhi grigi, spenti, e una fila di capelli corti, quasi rasati, completamente bianchi. Si appoggiava a una vecchia stampella marrone.
«Ermete…» mormorò l’uomo, ma senza commozione, senza sorpresa, come se riconoscesse il nome di un conduttore televisivo da seconda serata assente dalle scene da molti anni.
«Ciao, Paolo» disse Ermete, guardandogli oltre le spalle. L’interno della casa, come si era aspettato, era avvolta nell’oscurità.
La voce di Ermete sembrò risvegliare il vecchio. I lineamenti si indurirono, le mani afferrarono lo stipite da una parte e la porta dall’altra, come se volessero scardinare l’uscio più che bloccare l’ingresso.
«Cosa sei venuto a fare?»
Ermete si guardò alle spalle, a destra, a sinistra. Paolo aveva alzato la voce. Gli era sembrato che, nella palazzina di fronte, una mano scostasse una tenda, che un occhio guardasse non visto…
«Possiamo parlarne in casa?»
Paolo scosse la testa.
«Paolo, per favore…»
«Per favore? Per favore un cazzo! Io, a te, te ne ho fatti abbastanza, di favori. Che se non era per me stavi ancora in galera! In galera! E tu cosa mi hai dato in cambio?»
Una stampella bianca, un medagliere vuoto, e una gamba sintetica come regalo d’addio. Rivide la corsa della Mercedes rossa, la sagoma bianca apparsa sul ciglio della strada, il maratoneta già vecchio che si allenava in una notte di nebbia, e che non avrebbe più corso, dopo lo schianto.
«Sei l’unico amico che mi rimane» mormorò Ermete.
Il vecchio lo scrutò dall’alto dello stipite; i suoi occhi si erano fatti terribili. «Scappa via, Ermete. Corri via. Almeno questo lo sai fare. Sparisci!»
Ermete abbassò gli occhi, rassegnato. Un treno a lunga percorrenza, un rapido che attraversa l’Europa in una sola notte. Mosse alcuni passi all’indietro, rischiando di inciampare nell’erba alta. Poi si voltò di scatto e cadde davvero sul vialetto. Sentì il ginocchio grattare a terra e bruciare, e rivide un allenamento nel cortile del carcere. Prima di potersi rialzare sentì il cigolio dei cardini e il tonfo del bastone del vecchio contro il gradino di legno dell’uscio. Pensò che avesse notato le scarpe, le suole consumate delle scarpe da corsa, prima di chiudere definitivamente la porta. E ora gli tendeva la mano, il vecchio corridore zoppo, e lo aiutava a rialzarsi.

(…)

Il vetro sapeva di polvere, il vino di insetticida.
«Pensavo ti eri sistemato. Eri andato via, ti eri sposato» disse Paolo.
«Infatti.»
«Non mi hai mica invitato al matrimonio.»
Ermete posò il bicchiere, abbassò gli occhi. «Non ho potuto. Ci sono cose che non sono riuscito a dire a mia moglie.»
«Tanto io mica ci salivo sull’aereo. Con tutti i terroristi che ci sono.»
Pensò di fargli vedere la polaroid. Solo a quel punto si accorse di averla lasciata alla Human, sul tavolo della mensa.
«E Mara, invece?» chiese Ermete. «Dov’è, lei?»
Il vecchio rimase a fissare il fondo del bicchiere già vuoto. Quando gli occhi si furono abituati all’oscurità, Ermete riuscì a distinguere le orbite vuote delle bottiglie di vetro, scintillanti come teschi, a centinaia, ordinate sulle lunghe e ampie scaffalature che riempivano la parete di fondo, le stesse che avevano ospitato le coppe e i trofei. Venduti? si chiese. Forse bruciati.
«Lo sai, mi domando sempre perché non hai vinto, quella volta» mormorò Paolo.
«Ne abbiamo parlato tante volte, lo sai. Tu mi avevi allenato bene, al meglio delle mie possibilità. Ma non era abbastanza. Non sono mai stato un maratoneta.»
«Secondo me hai avuto paura. Paura di vincere.»
«Cazzate.»
«Ci sono quelli che corrono per arrivare da qualche parte, e quelli che corrono per scappare via. Tu sei della seconda razza. Però ti dico una cosa: se scappi sempre, non arrivi proprio da nessuna parte. Credi di correre diritto, e invece stai andando in cerchio. Ti ritrovi da capo. E infatti eccoti qua, di nuovo.»
Ermete vinse il disgusto, inghiottì il vino amaro. «E dopo di me? Non hai più allenato nessuno, dopo di me?»
«Ah, ci ho provato, sì. Anzi me l’hanno proprio chiesto, dopo che la storia era venuta fuori sui giornali. Ero quasi famoso, per un po’.»
«E com’è andata?»
«Lo vedi da te.»


CHE LIBRO È?


Alla corte del Re Cremisi è un romanzo di Hector Luis Belial ed Elia Gonella pubblicato nel 2011 da Las Vegas Edizioni. Per saperne di più e acquistarlo online, visita il sito dell’editore.

Io ho ricevuto questo ebook come omaggio quando mi sono iscritto alla newsletter di Las Vegas Edizioni. Visto che l’omaggio è a loro scelta, probabilmente ora sarà previsto un libro diverso. Si tratta sinceramente di una delle uniche che apro e leggo sempre volentieri, quindi vale effettivamente la pena seguirla, soprattutto perché spesso le newsletter sono scritte personalmente dagli autori dei libri e il modo in cui si presentano è a dir poco… particolare (provare per credere!) 😉
Ecco un comodo link per iscriversi alla newsletter.


ABSTRACT


Ermete Roma corre; è quello che ha sempre fatto: prima come maratoneta, ora come globetrotter per una compagnia multinazionale, la Human+. Si tratta di un’azienda controversa, ma di successo: produce organi sintetici low-cost, distribuiti in una rete internazionale di ipermercati per famiglie. Ermete vive a Helsinki con la moglie Karin, ha un appartamento con vista sul mare, una carriera avviata. Come “ispettore di qualità”, Ermete visita i negozi Human+, sparsi in una quarantina di paesi del mondo, valutandone i parametri di sicurezza e la qualità della gestione. I giorni del carcere sembrano lontani. Eppure gli incubi continuano; incubi talmente allucinanti da fargli dubitare della propria salute mentale. Ermete non è entusiasta del nuovo incarico che gli è stato assegnato: ispezionare il nuovo negozio di Milano, tornare in Italia dopo cinque anni. Ma Ermete non sa ancora fino a che punto sarà costretto a fare i conti col proprio passato; non immagina che correre, questa volta, non gli servirà a niente.


RECENSIONE


Organi artificiali in supersconto, megastore di protesi self-service di industrie scandinave, un servizio clienti a prova di class action e un ispettore di qualità spinto al limite. Sembrerebbe una classica distopia alla Bruce Sterling, di quelle piene di personaggi eccentrici e riflessioni sociopolitiche sulle derive del consumismo. Non ci sarebbe stato niente di male se fosse stato così, ma questo romanzo ha più anima. Più anime, come i suoi autori Hector Luis Belial ed Elia Gonella, troppe identità nel corpo di un uomo solo. La distopia e la critica al consumismo è sì un tema forte, ma rappresenta solo il punto di partenza. Qui invece assistiamo al dramma esistenziale di un uomo perennemente in fuga da sé stesso, dal suo passato, dai suoi incubi, dai suoi errori, dai suoi terrori. Anche questo a prima vista non sembrerebbe troppo originale: avere un protagonista sofferente e tormentato è ormai quasi la norma. È l’introspezione ciò che lascia a bocca aperta. Riflessioni, pensieri, percezioni soggettive, visioni oniriche. Lo svolgimento della trama non occupa nemmeno la maggior parte dei capitoli, perché non è quello il fulcro della storia. Quello che “Belial” Gonella ci ha preparato è un viaggio all’interno della psiche dello Schizofrenico del 21esimo secolo. Sì, proprio quello dei King Crimson.

«È un poster che ho comprato a Milano. È il poster di un concerto che hanno fatto il giorno della mia nascita.
Lo sai, quando l’ho visto ho pensato che qualcuno poteva essere morto, quella sera. Morto sotto una macchina, con un biglietto del concerto in mano. Ho pensato che quell’anima poteva essersi subito reincarnata in me, e che attraverso di me continua ad ascoltare i dischi che le piacevano, a leggere i libri che le interessavano. Nell’altra vita.»

Seguiremo le ansie esistenziali, le paure e i problemi di Ermete Roma molto da vicino, come se il nostro sguardo leggesse direttamente nel suo cuore (il che ricorda un po’ anche la copertina del libro, no?) e nella sua mente tormentata da sogni sgradevoli che si fondono e confondono con la realtà.

Immagini, parole, odori e colori: tutto è intriso di valori simbolici che non necessitano di spiegazioni esplicite. Ermete Roma ci ricorda Ermes, dio pagano della medicina. I suoi alleati Pietro, uno psicologo nano barbuto, e Paolo, un anziano maratoneta zoppo, sono gli apostoli che lo portano ad una grande esperienza di conversione. La coraggiosa poliziotta Barbara onora pienamente la santa di cui porta il nome, mentre il commesso Dante vivrà una vera e propria discesa agli inferi.

Che dire poi di Olaf Oscorp, il Re Cremisi del titolo, spacciatore di organi e illusioni a buon mercato? Forse non è realmente malvagio. Come gli occhi del Crimson King nell’artwork del disco del ’69, è triste fino alla morte, depresso, disperato. In maniera volutamente anticlimatica compare solo all’inizio del libro e si presenta con queste parole:

«Quando avevo dodici anni» continuò il vecchio, lo sguardo perso nel vuoto «stavo pattinando su un laghetto, non lontano da casa. Era primavera, aprile, credo. Il ghiaccio si spalancò sotto i miei piedi, e assaggiai la temperatura dell’acqua. Fu come essere strangolati. Questo non l’ho sognato, l’ho sentito sulla mia pelle. Anche se, nella mia memoria, i due momenti non sono veramente distinti. Dopo la caduta, mi ricordo il buio. E dopo il buio, mi sono risvegliato su una spiaggia. Il posto mi sembrava familiare, anche se non c’ero mai stato prima. Era una spiaggia di ciottoli bianchi, costeggiata da una pineta nera. Mi rialzai in piedi, stordito e indolenzito. Mi sentivo febbricitante. Camminai attraverso gli alberi, sbucai sopra un’alta scogliera.»
«Mi sporsi a guardare l’abisso: le onde spumeggiavano con violenza. Il cielo stava cadendo a pezzi, schegge grigie e verdi affondavano fragorosamente nel mare; anche l’acqua era diventata verde, infatti. Vidi una chiazza nera che andava espandendosi sopra le onde. Al centro stava una nave mostruosa, arrugginita, lo scafo traforato da oblò nerissimi. C’era un simbolo, dipinto sulla prora: un trifoglio nero su campo giallo. Era forse la stessa nave che mio padre aveva preso, una volta, per venire da Stoccolma a Helsinki? In ogni modo stava affondando, mentre la chiazza nera ricopriva l’intero orizzonte. Le onde riportarono dei brandelli neri fino agli scogli, facendoli schizzare fino ai miei piedi. Indossavo le scarpe bianche, quelle della domenica, scarpe delicate e costose, quelle che non ho mai posseduto. Mi accorsi con orrore che la scogliera si era abbassata sulla superficie del mare fino a diventare una seconda spiaggia.»
«Mi allontanai di scatto, saltai all’indietro, ma inciampai e caddi. Un granchio nero, enorme, orrendo, giaceva rovesciato tra i sassi. Agitava le zampe convulsamente: stava agonizzando. In quel momento uno schizzo d’acqua mi colpì il dorso della mano. La macchia nera sembrava catrame, ma era gommoso, e viveva. Viveva! Si muoveva da sé, risaliva il mio braccio. Terrorizzato, la scacciai e corsi via. Mi sentivo gelare.»
«Dalla foresta uscì un bambino che non conoscevo. Inseguiva un pallone, che era finito poco distante. Corsi a raccoglierlo. Ma non appena la toccai, la palla si dissolse in un milione di frammenti verdi e gommosi, che corsero via rimbalzando, e sparirono. Non era un bel verde, non un colore naturale, ma profondo, tossico, malvagio. Mi voltai verso il bambino. Lo trovai al mio fianco. Non aveva espressione. Forse non aveva volto. La mia mano tremava; la posai sulla sua spalla. Il bambino si dissolse sotto le mie dita, e io seppi che lo avevo ammazzato.»
«Corsi via piangendo; e ricordo che le lacrime erano così calde da bruciarmi le guance. Sbucai in una radura, che era mia madre. “Non abbracciarmi” le dissi “non avvicinarti a me.” Ma le mie labbra erano sigillate, e dalla mia bocca non uscì un suono. Così la vidi morire, e scappai via, di nuovo.»
«Mi ritrovai a scalare una montagna, con grande fatica, e spaventosa velocità. Sentivo che mi stavo lasciando il mondo alle spalle, dietro di me, sotto di me. Ma quando finalmente raggiunsi la cima, riuscivo ancora a distinguere la nave nera, affondata solo per metà. La chiazza verde-nera aveva sostituito l’acqua del mare. La mia testa era tanto vicina al cielo che potevo sentirne il peso contro il cranio. Alcuni sassi si sgretolarono sotto i miei piedi e rotolarono giù per il pendio, che era ripidissimo. Sentii una voce alle mie spalle, un uomo, un urlo. Forse iniziai a precipitare nel vuoto, ma non toccai mai il fondo, né riuscii a vedere il volto dello straniero. Mi risvegliai nel bianco di una camera d’ospedale.»
Il vecchio tornò a sedere.

La giustizia, l’unico valore in cui i personaggi positivi riescono a credere fino a lottare con eroismo, non migliorerà la loro vita quotidiana, non li renderà persone migliori, non li farà dormire bene la notte. Come a dire: non basta vendicarsi per smettere di soffrire. Non basta lottare per un ideale per diventare meglio degli altri. Nel dolore, tutti i personaggi vengono messi sullo stesso piano. Tutti, inclusi quelli più negativi come il sadico commissario Ganci, ci vengono mostrati nudi nella loro debolezza, in tutta la fragilità, diversità e sensibilità che contraddistingue gli esseri umani. E il brand HUMAN+, con le sue uniformi arancioni e le sue protesi al profumo di sciroppo alla fragola, sembra quasi parafrasare Nietzsche: Umano, troppo umano. In fondo siamo tutti uguali, fragili e pieni di difetti, tutti umani. E se Ermete, nonostante tutto, continua a sentirsi più simile agli dèi… allora potrebbe essere pazzo per davvero.

So che è ancora presto, ma Alla Corte del Re Cremisi potrebbe diventare il miglior libro che abbia letto e recensito nel 2017. Continuate a seguirmi per vedere come andrà avanti la mia selezione!

Leggi altre Storie Per Un Piccolo Pianeta su Elia Gonella!

Cosa pensi degli estratti? Siamo davvero ‘umani troppo umani’ in un mondo dominato sempre più dalla tecnologia? Parliamone nei commenti!

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...