Il nonno di Panino aveva previsto tutto

E per tutto intendo davvero tutto: il complotto sovietico, la guerra nucleare, l’imminente fine del mondo. Nessuno di noi ha mai saputo come avesse fatto né come avrebbe reagito il 26 aprile di quel 1986, quando la centrale di Chernobyl esplose e liberò le sue radiazioni sull’Europa intera. Di sicuro avrebbe detto che non era stato un caso, ma un altro passaggio del piano di distruzione escogitato dai comunisti. Non disse nulla soltanto perché un infarto se l’era portato via una settimana prima.
Ma questa non è la storia di Chernobyl, della frutta e della verdura contaminate, del miele da evitare, delle minestre in busta e di tutto quello che seguì quei giorni.
Questa storia comincia tre mesi prima.
(…)
…si cominciò a non parlare d’altro che del passaggio della cometa di Halley. Da noi sarebbe stata visibile la sera del 9 febbraio e naturalmente eravamo tutti eccitatissimi. Anche perché ci sarebbero voluti settantasei anni prima di poterla rivedere e a quell’epoca saremmo stati dei quasi novantenni. Non potevamo perdercela.
Non so come ma nella nostra scuola cominciò a diffondersi la voce che nella stessa sera ci sarebbe stato uno sbarco alieno. Probabilmente eravamo tutti molto condizionati dai film dell’epoca, e non ci sembrava poi così strano fare un incontro del terzo tipo. Prima o poi ci sarebbe capitato e l’unico dubbio riguardava la natura degli extraterrestri: sarebbero stati carini e gentili come e.t. o dei predatori assassini come Alien? E soprattutto: saremmo stati in grado di comunicare e capire le loro intenzioni?
Di giorno in giorno la faccenda della cometa di Halley si arricchiva di dettagli. Non era una vera cometa, ma un’astronave. Sarebbe sbarcata proprio sulla collina torinese. I primi che avrebbero incontrato gli alieni sarebbero diventati i loro ambasciatori. Come premio avrebbero ricevuto una corazza lucente e sarebbero invecchiati col ritmo dell’invecchiamento extraterrestre (cent’anni per farne uno). Ma il compito degli ambasciatori era gravoso: bisognava far capire al resto del mondo che gli alieni erano venuti in pace, e se avevano deciso di atterrare qui era solo per merito della nostra cucina.
(…)
«Nonno! Nonno!»
Ci spaventammo tutti tranne lui. Che con aria maligna disse: «Che c’è? Non sono ancora diventato sordo, sai?»
«Abbiamo un problema, nonno.»
«Voi ragazzini siete sempre pieni di problemi.»
Prima che attaccasse con la solfa «ai miei tempi…», Jabbar disse: «Abbiamo bisogno di qualcuno che ci copra per domenica sera.»
Il suo interesse si risvegliò: «Quindi sapete tutto?»
«Sì» dissi io.
«Non avrei mai immaginato che foste voi, i predestinati.»
I predestinati. Suonava a meraviglia, da film americano.
«Vi aiuto io, certo» proseguì e la sua voce tradiva un certo orgoglio.
«Come possiamo fare con gli alieni?» domandò Giorgia.
«Chi è che ha parlato?» disse il nonno di Panino. Giorgia era rimasta due passi indietro e lui non riusciva a vederla. Quella voce femminile l’aveva fatto sussultare.
«Io» avanzò lei.
«Stammi a sentire, ragazzina.» Pensavamo che le avrebbe detto che erano cose pericolose e non adatte a lei, e invece disse: «Non so chi ti abbia messo in testa questa storia degli alieni, ma è un’immensa stupidata.»
Ci guardammo l’un l’altro, anche se nella penombra non riuscivamo tanto a distinguere le nostre espressioni.
«Ma la cometa di Halley…» disse Jabbar. «Non c’entrano gli alieni?»
«Tra un po’ andate a militare e credete ancora a ’ste sciocchezze?»
«Ma non eravamo i predestinati?» dissi. Ci tenevo particolarmente a quel titolo.
«Forse sì, ma non certo per dare la caccia a quattro mostri sbarcati da Plutone.» Di colpo alzò la testa. «Chi è che ha spento la luce?»
«L’abbiamo trovata così» spiegò Giorgia.
«E allora accendetela, maledizione!»
Panino si lanciò sull’interruttore e la luce fu.
«Così va meglio» disse suo nonno. «Avrò tutta l’eternità per stare al buio. Ma voi dovete fare in modo che l’eternità non inizi domenica.»
«Nonno, spiegaci meglio: cosa succederà domenica?»
«La verità è che la cometa non è una vera cometa.»
«Ma neanche un’astronave» disse Jabbar.
«Già. È una bomba atomica che i sovietici ci lanceranno sulla testa.»
«Sei sicuro?» domandò suo nipote.
«Tuo nonno non è mica ancora rimbambito, sai?»
«Ma come l’hai saputo?»
«Fa parte del complotto bolscevico. Queste cose si sanno.»
«E allora perché nessuno dice niente?»
«Hanno paura della reazione della gente. Ci sarebbe il caos fino a domenica sera. Invece così sarà questione di un attimo, e poi, puf, salteremo in aria.»
«Quindi non c’è modo di fermarli?» domandò Panino.
«Certo che c’è.» Per la prima volta nella giornata, sorrise. «Dobbiamo avvertire il Presidente degli Stati Uniti.»
«Il Presidente degli Stati Uniti?» fece Giorgia.
«Lui. Kennedy.»
«Ma il Presidente non è Ronald Reagan?» dissi, facendo quella che all’epoca non lo sapevo ma era una domanda retorica. Ero più che sicuro, che fosse Reagan.
«Kennedy, Reagan… quello che è!»
«Ma se lo sanno tutti, perché lui non lo sa?» domandò sensatamente Jabbar.
«Perché lo sanno i politici italiani, ma non quelli americani.»
«Perché?» ribadì.
«Certi politici italiani sono in combutta con Mosca, e preferiscono le bombe atomiche sovietiche agli hamburger americani!»
«A me gli hamburger piacciono» disse Panino.
«Ringrazia tuo nonno che ti ha fatto crescere bene.»
«Come facciamo a chiamare Reagan?» domandai, prima che quel quadretto familiare diventasse troppo zuccheroso.
«Eh» disse con aria furba. «Sono anni che preparo un piano. Adesso vi spiego tutto.»


CHE LIBRO È?



Noi che salvammo il mondo da Ivan Drago è un racconto di Andrea Malabaila pubblicato nel 2016 da Intermezzi Editore nella collana Ottantamila. Per saperne di più e acquistarlo online, visita il sito dell’editore.


ABSTRACT


È il 1986 e per Filippo, Jabbar e Panino, il mondo è diviso in due. Da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Da una parte gli americani, con la Disney, Rocky e i fast food, dall’altra i comunisti, con Ivan Drago. Da una parte il nonno di Panino e le sue previsioni, dall’altra i Super Teppisti della scuola.

In una fredda sera d’inverno, mentre nel cielo di Torino sta passando la cometa di Halley, i tre, con l’aiuto di una ragazzina e delle loro BMX, dovranno cercare un tesoro in gettoni telefonici, salvare se stessi dai terribili bulli e il mondo da un attacco atomico. 

Riusciranno i buoni a vincere anche questa volta?


RECENSIONE


Il 1986 visto con gli occhi di un gruppo di ragazzini delle medie, tra bulli e cotte, comete di Halley, sbarchi alieni e complotti sovietici.
La Guerra Fredda può sembrare misteriosa come un duello di spade laser di ghiaccio ma basta andare al cinema per farsi le idee chiare sulla parte da cui stare: gli eroi sono sempre a stelle e strisce, mentre la minaccia rossa è incarnata da individui rozzi e crudeli come Ivan Drago.
Andrea Malabaila ha inserito un’infinità di sfaccettature in quella che a prima vista potrebbe sembrare una tipica kid adventure in stile Goonies, Monster Squad o (è molto più di nicchia ma me l’ha inevitabilmente ricordato) EarthBound. Abbiamo la nostalgia di un’età, di un decennio e di un luogo ben precisi. Questa storia è essenzialmente il racconto di com’era essere un ragazzino delle medie a Torino negli anni Ottanta, con tutti i crismi di riferimento dal punto di vista culturale (il libro riesce a nominare tutti i numi tutelari della cultura pop dell’epoca, c’è addirittura un bullo che si fa chiamare come un nemico di He-Man) e sociopolitico (Chernobyl, il Challenger, l’impalpabile ma terrificante minaccia comunista e lo sguardo carico di sospetti verso certi politici italiani che preferivano le bombe sovietiche agli hamburger americani).
E come il disastro del Challenger porta alla fine l’utopia di una galassia in mano ai terrestri, così l’avventura del narratore e dei suoi amici, con l’inevitabile strascico di Chernobyl e della morte del nonno accennati nel prologo, segna il passaggio da un’infanzia di sogni e fantasie a una realtà molto più dura e amara, in cui non è Superman a salvarti dal bullo della scuola ma piuttosto il tuo coraggio e il tuo ingegno. Come a dire, diventare adulti significa quasi trasformarsi in piccoli MacGyver.


L’AUTORE


Andrea Malabaila
Andrea Malabaila è nato a Torino nel 1977. Ha pubblicato i romanzi Quelli di Goldrake (Di Salvo, 2000), Bambole cattive a Green Park (Marsilio, 2003), L’amore ci farà a pezzi (Azimut, 2009), Revolver (BookSalad, 2013), La parte sbagliata del paradiso (Fernandel, 2014); la raccolta di racconti Chi ha ucciso Bambi (Historica, 2011); i racconti lunghi Torino è un riccio (Historica, 2012) e Latte chimico (Il Foglio, 2013). Nel 2007 ha fondato Las Vegas edizioni. Il suo sito è andreamalabaila.it

Leggi altre Storie Per Un Piccolo Pianeta su Andrea Malabaila!
 

Cosa pensi di quest’estratto? Cosa ti fa tornare in mente quest’incredibile assaggio di anni ’80? La parola ai commenti!

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