Sei sempre stato fuori posto

Fin da bambino facevo un incubo in maniera piuttosto frequente: mi trovavo in una stanza completamente buia e sentivo la presenza di un mostro poco lontano da me, voleva divorarmi ed io cercavo disperatamente di sfuggirgli. La vista di quella vecchia istantanea aveva aggiunto un altro pezzo al mio angoscioso sogno: nel buio fitto riuscivo a scorgere la bimba che tenevo per mano in quel vecchio scatto, mi fissava coi suoi occhi azzurri, erano opachi, smorti, sembravano di vetro, e nella mano sinistra teneva il mini pony, anche lui pareva fissarmi come ridesse di me. Più la guardavo più il nodo intorno alla gola si stringeva soffocandomi.


Quando in gioventù ero andato via di casa, avevo agito d’impulso immergendomi inconsapevolmente in quella pozza scura e appiccicosa di sogni infranti ed esistenze sfibrate, scoprendo un purgatorio sottaciuto traboccante di brutalità e conflitti sempre pronti a deflagrare. La bellezza museale delle piazze e degli antichi vicoli fiorentini strideva totalmente con l’esistenza sporca e violenta condotta dai reietti che li avevano eletti a dimora. Potevi intravederli tra la folla entusiasta e caotica dei turisti, mescolati e contemporaneamente separati, come figli di un’altra madre. Con la luce del sole si scorgevano mendicare due soldi agli ospiti del salotto buono della città, né padroni né attori di un mondo che li respingeva spietatamente. Se avessi voluto sopravvivere non avrei potuto permettermi il minimo ripensamento e sarei dovuto essere duro nel colpire, violento ad agire e veloce a scappare: il freddo e la pioggia che ti entrano nelle ossa tra gli sguardi indignati o indifferenti; la paura che altri disperati ti rubino le poche cose che ancora ti restano a parte la dignità alla quale ti attacchi ostinatamente per ricordarti chi sei; lo stomaco vuoto e contratto e la testa che scoppia nell’attimo in cui devi decidere se attaccare o essere attaccato. I primi tempi mi era parso di essere un leone allevato in cattività abbandonato di colpo nella giungla, sobbalzavo anche per la mia stessa ombra. Poi mi sono accorto che non esiste nulla di paragonabile alla sensazione di essere un piccolo puntino di cui non importa niente a nessuno, che proprio per questo può fare qualsiasi cosa senza timore di ferire o venire ferito, senza vergognarsi di essere ciò che è. Quel modo di vivere era la maniera migliore per me, assieme all’alcol, per liberarmi dai problemi e soffrire il meno possibile o quantomeno provarci. Ero tornato in quella parte di universo visibile ed allo stesso tempo nascosta come un cancro in fase avanzata e mi sembrava di non essermene mai andato.

Vivevo alla giornata raccattando un pasto qua e là, dormendo in stazione e cercando di evitare facce conosciute in vena di prediche, essendo consapevole che in una città delle dimensioni di Firenze sarebbe stata un’impresa pressoché impossibile. Eppure ero riuscito nel mio intento, non avevo visto nemmeno Sara, la quale sicuramente aveva cercato di rintracciarmi. Malgrado tutto me la cavavo abbastanza bene, anche Starsky sembrava sparito, risucchiato indietro dovunque fosse venuto. Ci speravo, ma ne dubitavo fortemente e spesso venivo assalito dal terribile pensiero di Sara alla mercé di quel mattoide, se fosse successo non me lo sarei perdonato. La sera suonavo una vecchia chitarra scordata per gli innamorati che passeggiavano su Ponte Vecchio o in Piazza della Signoria mettendo a frutto il mio “talento” musicale, retaggio degli anni giovanili quando facevo parte di un gruppo punk-rock chiamato i lupi ululanti che, similmente a tutti i miei progetti, ebbe poco fortuna. Non mi sembrava il caso di suonare i Ramones o i Misfits, sarebbe stato come usare una trebbiatrice su un campo da golf, perciò andavo sull’usato garantito, limitandomi alle canzoni di Battisti o Baglioni. Soltanto certe volte mi spingevo oltre con quella che, secondo le mie intenzioni, doveva essere Hallelujah di Leonard Cohen, sperando che un passante mettesse qualche centesimo nella ciotola lasciandomi i pochi guadagnati. Negli sguardi e nei gesti delle coppiette che mi sfilavano davanti abbracciate o con le mani a sfiorarsi leggermente quasi a ribadire la loro reciproca appartenenza, potevo riconoscere quanto io stesso avevo condiviso con Sara fino a poco prima e sorridevo amaramente della mia ingenuità. Ero tornato indietro di vent’anni, mi bastava sentire l’aria fresca del mattino e quella umida della notte sulla pelle, non mi mancava nulla. A parte lei.


Un tipo alto e massiccio mi sovrastava soffocandomi. La ferita al fianco che mi aveva inferto poco prima con un coltello a serramanico pulsava ritmicamente, ma grazie all’adrenalina non avvertivo dolore. Secondo alcuni, a pochi istanti dalla morte i momenti salienti dell’esistenza passano davanti agli occhi, a me andò diversamente. I sensi abbandonavano il mio corpo, i polmoni mendicavano disperatamente aria e, annaspando sotto la pressione di un gigante dalle mani grosse e callose, mi preparavo alla fine. Invece del filmato di commiato, il mio cervello in debito di ossigeno proiettò l’immagine del sedile a reazione che un mio conoscente teneva nel salotto di casa; apparteneva ad un vecchio aereo da guerra e, chissà come, era finito nelle sue mani; risultava talmente anacronistico da spiccare quanto un frate in un bordello. In quell’istante mi resi conto con estrema chiarezza di essere sempre stato costantemente fuori posto, come quel sedile. Poco altro mi passò davanti agli occhi semplicemente perché c’era poco che valesse la pena ricordare. Tranne Sara. Gradualmente i miei pensieri si fermarono dov’era naturale che si fermassero e la vidi ridere a una mia stupida battuta, mordicchiarsi le labbra quand’era nervosa, passai in rassegna tutte le volte in cui l’avevo guardata dormire sorprendendomi a ringraziare il destino per essere stato tanto fortunato. Provai un’immensa nostalgia ripensando al nostro primo incontro, agli approcci imbarazzati, alla paura di essere scoperti e alla gioia del primo bacio. Mi sentii terribilmente colpevole ad abbandonarla, in quel modo poi, non una spiegazione né un addio, solo il vuoto ineluttabile e senza appello della morte. In cuor mio speravo e sapevo che si sarebbe ripresa, seppur con grande dolore, niente le avrebbe impedito di continuare a vivere, tuttavia questa consapevolezza non rendeva certo le cose più semplici.

Ero rassegnato: rassegnato e pronto. Mentre le dita di quell’uomo mi si stringevano sempre di più attorno al collo e la vita defluiva più lentamente di quanto avessi desiderato, pensai alle opportunità dissoltesi davanti a me come miraggi al sole del deserto, alle delusioni date e a quelle ricevute, graffi minuscoli ma indelebili sul mio cuore affaticato.


CHE LIBRO È?

“Senza più paura” è il romanzo d’esordio di Roberto Fancellu, edito nel 2016 da Lettere Animate e aggiornato nel 2017 con la collaborazione dell’editor Sara Gavioli. È in vendita come ebook su Google Libri, Amazon, Ibs e Feltrinelli e in versione cartacea su Amazon, Ibs e Feltrinelli.


ABSTRACT


Lungo le secolari ed affollate vie di Firenze si snoda la vicenda di Massimo, un uomo in perenne lotta con l’alcolismo e con se stesso, alla disperata ricerca di un equilibrio che lo allontani dalla vita brutale e sregolata della strada, l’unica che ha conosciuto fin da ragazzo. Alla soglia dei quarant’anni sembra trovare la tanto agognata stabilità con l’aiuto di Sara, una psicologa incontrata in un centro di recupero, con la quale instaura una travagliata relazione clandestina. Ma un oscuro individuo disposto a tutto in nome di una vendetta che ha radici lontane, metterà a rischio i suoi propositi di riscatto, disvelando un’agghiacciante verità sepolta nel passato che trascinerà Massimo fin negli abissi della disperazione. Una verità capace di spezzare e distruggere delle vite sconvolgendo ogni certezza.


RECENSIONE


Un’infanzia dimenticata, l’impossibilità di sfuggire a sensi di colpa e inadeguateza pesanti e inspiegabili, lo sguardo carico d’odio e risentimento di un padre padrone. Questi motivi, insieme a mille altri, hanno portato Massimo a una vita allo sbando piena solo di alcool e violenza, una vita ‘fuori’ in cui si è pronti a tutto pur di non farsi ingoiare dal nulla bruciante che abita dentro di noi.

E anche se arriva un angelo a salvarti, a portarti a un centro in cui disintossicarti e ricominciare tutto daccapo, certi problemi torneranno a bussare alla tua porta lasciandosi dietro una firma strana: “Con affetto e nostalgia, Starsky”.

Sì, Starsky e Hutch. Il tuo piccolo incubo infantile, mediato attraverso la mitologia televisiva, è tornato. Come farai ad affrontarlo?

Roberto Fancellu ci porta in una Firenze periferica, grigia e priva di punti di riferimento, proprio come il suo protagonista. Pagina dopo pagina, impareremo a conoscere la sua vita, i suoi tormenti, i suoi difetti, in un thriller introspettivo che concilia il poliziesco pulp di film come ‘Una 44 Magnum per l’Ispettore Callaghan’ a un dramma psicologico che riecheggia archetipi da tragedia greca.

Le ingenuità stilistiche e strutturali, più che perdonabili in un romanzo d’esordio, sono state risolte con una nuova edizione, in cui la divisione in capitoli si fa più compatta, svanisce qualche battuta fuori luogo e il tono del protagonista si fa più coerente, serio, meditativo.

Indimenticabili i capitoli finali, ambientati a Firenze sotto la neve, l’epilogo, che sembra la confessione di un ex alcolista di Carveriana memoria, e una scena aggiuntiva, presente solo in questa nuova edizione, in cui il protagonista è allo sbando, vera e propria rappresentazione della “notte oscura dell’anima”.

Senza Più Paura è una storia avvincente e drammatica, che riesce a toccare il cuore e a dare uno spessore allo shock di crimini e violenze degni di un B-movie degli anni ’70.

Il noir di Roberto Fancellu è un’avvincente e rinfrescante lettura da ombrellone. Per questo, tra tutti i libri recensiti nel 2016, ho scelto “Senza Piu Paura” come mio personale Libro dell’Estate!

Cosa pensate degli estratti? Come potrebbe proseguire la trama? La parola ai commenti!

Vi piace questo libro? Share the love!

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. Roberto Fancellu ha detto:

    Grazie per la bella recensione.

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