45.80

Un giorno avevo incrociato un uomo mentre aprivo il portone per rientrare. Era grosso, con la pancia che sporgeva così tanto da poter contenere un’altra persona, un gemello nascosto. Si era avvicinato e mi aveva parlato così, all’improvviso.

«Venti e quarantacinque», aveva detto. Ed io ero rimasta lì ferma a fissarlo, chiedendomi come mai tutti i pazzi scegliessero me.
«Cosa?»
«Venti e quarantacinque.» Aveva respirato a fondo, rendendo visibile la scocciatura causata da quella ragazza che non capiva in fretta e gli faceva perdere tempo.
«Scusi, non capisco.»
«Il condominio.»
Mi voltai a guardare il portone, poi lui. «Ah!» Iniziai a frugare con foga nella borsa.
Lui aspettò un poco, mentre io trovavo carte inutili e gomme da masticare ammuffite.
«Puoi darmeli domani» disse poi. La sua voce era quella di un fumatore accanito.
«Grazie, certo. Domani.»
Gli offrii un sorriso, ma lui si limitò a tirar fuori le chiavi. Salimmo le scale in silenzio e al mio piano lui entrò dalla sua porta. Fu così che conobbi il mio vicino.
Il nostro rapporto si era colorato negli anni di indizi indefiniti che mi davano la certezza di trovarlo simpatico. Chiunque, dalla sua apparenza e dai suoi modi, lo avrebbe giudicato male. Sembrava fosse incapace di salutare, e la maggior parte dei nostri incontri era uno scambio di numeri, cenni del capo e soldi. Sette euro e trentatré, diceva quando aprivo la porta dopo il suono del campanello. Otto e novanta. Trenta e sessantasei. Non avevo mai tenuto il conto di quelle cifre, non ottenevo ricevute, non sapevo nemmeno cosa stavo pagando. Avevo scoperto di non poter suonare il suo campanello, perché il pulsante somigliava troppo a quello per la luce delle scale e quindi lo aveva strappato via con violenza per evitare che tutti suonassero per sbaglio. Bisognava bussare sul metallo della porta. Lui apriva in canottiera e pantaloncini, lo sguardo arrabbiato.
«Buongiorno», dicevo. Porgevo i soldi e lui li prendeva, poi chiudeva la porta. Anni ed anni senza nemmeno un saluto. Mi divertiva.
Una volta avevo deciso di appendere un quadro, e avevo comprato un martello. Con un po’ di paura avevo cercato video su Youtube che mi insegnassero come fare, e avevo fatto la prova producendo un orribile buco sul muro. Il secondo tentativo era andato meglio, e avevo speso un po’ di tempo a martellare sorridendo. Il suono del campanello mi aveva spaventata, non lo sentivo spesso. Era lui.
«Ho sentito dei rumori» disse, e il fatto che avesse parlato mi sorprese.
Sollevai il martello che avevo in mano, per farglielo vedere. «Stavo martellando.»
Mi squadrò. «So che vivi da sola. Ero preoccupato.»
«No, va tutto bene.» Annuii con energia. Senza dire altro, tornò in casa.
Non ho mai saputo quanti anni avesse, o come si chiamasse. Non c’erano mai donne, e anche lui viveva da solo. Avevo iniziato a chiamarlo “l’Uomo Nero”. Sembrava appropriato.
Quando avevano sostituito la serratura del portone di sotto, l’Uomo Nero mi aveva lasciato la nuova chiave. Ovviamente non mi ero curata di aggiungerla subito al portachiavi, lasciandola in giro senza pensarci. L’indomani non riuscivo più a trovarla. Il caos della mia casa l’aveva già inghiottita, come faceva con qualsiasi cosa fosse piccola e utile. La cercai per un giorno intero, disperata, perché dovevo uscire a comprare le sigarette e non sapevo come rientrare. Alla fine mi ero arresa. Avevo bussato sulla porta immersa nel più totale imbarazzo, e lui si era trovato davanti la ragazza strana a cui piaceva martellare, in pigiama e con le guance rosse.
«Buongiorno. Scusi, ho perso la chiave.» Mi guardò confuso. «Del portone. Quella nuova. Mi chiedevo se ne avesse un’altra copia.»
Ricevetti il silenzio, uno sguardo severo e un’altra chiave.
«Grazie mille.» dissi con entusiasmo. «Non si preoccupi, di sicuro è da qualche parte in casa, la troverò.»
Chiuse.
Non so cosa pensasse di me. Sembrava destino: ogni volta che interagivamo per un motivo che non fosse il pagamento facevo la figura della svitata. Una volta mi fermò per le scale mentre scendevo, mi disse che era successo qualcosa di grave.
«La tua porta era aperta.»
Mi allarmai. Raccontò di averlo trovato strano, e quindi di essersi sporto dentro per controllare. C’era un disordine assurdo, chiaramente erano entrati dei ladri. Spaventato, aveva fatto scattare la serratura ed era tornato in casa. Era successo quella mattina, mentre ero a lezione. Io in casa ci ero appena stata, e non avevo trovato niente di sbagliato. Sì, c’era disordine, e dirlo così era riduttivo. Tenevo i soldi che avevo su una mensola nella vetrinetta, accanto all’ingresso, arrotolati e sparsi. Pensai subito che se fosse entrato qualcuno li avrebbe senza dubbio presi, e invece c’erano. Non era stato toccato nulla. Avevo la brutta abitudine di non chiudere mai con le mandate, e mi era già capitato di trovare la porta aperta perché non funzionava proprio bene.
Lui disse che era una cosa seria, che dopo si era chiuso dentro a chiave per la paura. Cercai di spiegargli che ero certa si trattasse solo di un incidente, gli dissi dei soldi.
«Un ladro li avrebbe presi. E… sono uscita di fretta, ho lasciato io in disordine. Quando sono tornata ho trovato tutto come lo avevo lasciato. Non è entrato nessuno, non si preoccupi.»
Mi aveva guardata come se fossi pazza, per niente convinto. Aveva provato un paio di volte a replicare, ed io avevo insistito cercando di tranquillizzarlo. Alla fine la sua bocca si era piegata in una smorfia ed era andato via. Sono sicura che abbia continuato comunque a chiudersi dentro a chiave, per sicurezza.
Un anno prima del mio arrivo in casa di Rachele avevo smesso di incontrarlo. Per un po’ di tempo non ci avevo pensato, poi iniziò a sembrarmi strano. Quando il signore del piano di sopra venne a chiedermi i soldi del condominio seppi che qualcosa non andava. Era scomparso. Forse lo avevo solo immaginato. Non avrei saputo a chi chiedere, quindi non lo feci. Passavo davanti alla sua porta chiedendomi se non fosse ancora lì dentro, in qualche modo. Mi mancavano i suoi numeri, mi mancava la voglia di dimostrargli che in fondo non ero poi così folle. Passavo da lì e lo salutavo nella mia mente. Poi seppi che era morto. Infarto. La porta era la sua lapide, se avessi potuto ci avrei inciso sopra delle cifre. Qui riposa l’Uomo Nero, quarantacinque e ottanta. Lui avrebbe capito.
CHE LIBRO È?
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Un certo tipo di tristezza è un romanzo di Sara Gavioli pubblicato e sviluppato nel 2016 da Inspired Digital Publishing. Può essere acquistato su Amazon, iBooks, Kobo, Google Play, Streetlib Store e su molti altri negozi online.

Leggi il Comunicato Stampa per saperne di più.

 

ABSTRACT


Convinta che il mondo lì fuori la rifiuti, Anna decide di chiudersi in una tana fatta di incertezze e fragilità. Un giorno, però, un’opportunità inaspettata la trascina in quello che impara a considerare il suo ambiente naturale: una casa isolata in montagna, con accanto un paesino in cui ogni persona ha una storia. Sarà in particolare una di queste storie, sigillata fra le pagine di vecchi diari ingialliti, che la porterà ad interrompere la sua staticità, le sue incessanti riflessioni ed i suoi dubbi ed incertezze, spronandola a reagire per cominciare, finalmente, a camminare con le proprie gambe.

Un certo tipo di tristezza è la storia di Anna, una giovane ragazza che fatica a rapportarsi con le persone e la società che la circonda, scegliendo di rifugiarsi in una tana “sicura” fatta di incertezze e fragilità. Un romanzo di formazione che esorta il lettore a riflettere su come affrontare le situazioni, le sfide ed i problemi di tutti i giorni.
Sara Gavioli narra la storia di Anna in maniera molto schietta e coinvolgente, sensibilizzando il lettore alla sua particolare condizione, ai suoi dilemmi ed alle difficoltà che deve affrontare. Durante il corso del romanzo l’autrice, riesce a stimolare il lettore, portandolo a riflettere sui dubbi con cui si interroga la protagonista, spingendolo a porsi le stesse domande che la affliggono e portandolo ad effettuare lui stesso delle scelte precise.
Scopri di più visitando il sito del libro e la pagina Facebook.

L’AUTRICE


Sara Gavioli nasce a Siracusa nel settembre del 1984, in una casa piena di libri e gatti. Figlia unica, coltiva da sempre l’interesse per le scienze umane e la letteratura. Dopo la laurea in Scienze dell’Educazione e della Formazione si trasferisce a Milano in cerca di un lavoro, che a volte serve. Nell’attesa di trovarlo vive in un bilocale sfornito di librerie, circondata da colonne di romanzi ancora da leggere. Come tutti ha scritto poesie, racconti, poemi epici, ha vinto concorsi con pubblicazioni di antologie e anche una coppa del catechismo negli anni ’90, ma “Un certo tipo di tristezza” è il suo primo romanzo e non sarà l’ultimo. Scopri di più visitando il suo blog.

 

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Cosa pensi dell’estratto? Che impressioni hai su questo romanzo? Scrivilo nei commenti.
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