Thule

A volte, nei miei sogni, rivedo le montagne.
Non sono come le vedo durante il giorno. Di giorno sono serene, immutabili, un amabile profilo che va a toccare il cielo. Nei miei sogni sono un mare di picchi innevati, una selva di bocche affamate che vedo scorrere al di sotto, mentre il biplano arranca.
Vorrei sapere qualcosa in più sul biplano, ma ricordo poco e niente. È rosso, è vecchio (sarà del 1905 o giù di lì), è sempre pieno di carburante. Mi ricorda i miei diciott’anni. Ecco. Questo è il problema. Quanti anni sono… che sono qui?
Dovrei chiederlo al Direttore.
Forse non lo ricorda nemmeno lui.

Il massiccio di Zimsterne è uno spettacolo unico al mondo. Una vera e propria città a più di 5000 metri d’altezza. Sul tetto del mondo.
Era una struttura militare, prima. Lo è stata per parecchio tempo.
Poi è successo qualcosa.
Si sono accorti che l’aria di qui non faceva bene ai soldati. O meglio, forse gli faceva troppo bene. Sarebbero rimasti qui a vita, e li hanno portati via a forza. Ricordo ancora le urla.
Grazie a Dio non ho più un reggimento.

Dalla torre di controllo si possono distinguere fino a quindici grandi montagne innevate. I ghiacciai del Blutange sono proprio sul versante sud. Il traffico aereo è quasi inesistente, per cui passo lunghe ore a disegnare bozzetti del panorama, tracciando i cambiamenti di settimane, mesi e anni. Se avessi una tavolozza mi piacerebbe fare come quel pittore, l’Impressionista, che ogni giorno dipingeva la stessa cattedrale per trattenere su tela la luce, il colore di ogni momento dell’anno.
Ma io non ho né tela né tavolozza. Ho a malapena un taccuino e un lapis.

La città diventò un sanatorio militare. Ci portavano i sopravvissuti, gli scampati a tutte le guerre. Uomini segnati. Figli di Caino in lacrime. C’era chi aveva piantato proiettili in testa a decine di persone ma non riusciva ad accettare il compagno di tenda saltato su una mina. Perché? Perché proprio a me? Perché? Ce li portavano all’alba su pesanti elitrasporti, li facevano scendere e poi erano liberi.
Si guardavano attorno senza credere ai loro occhi, gridavano di gioia, sgambettando attorno all’eliporto come bambini in un giorno di festa.
L’eliporto è silenzioso ora.
È un’enorme piattaforma di asfalto e cemento, oltre alla quale non c’è altro che uno strapiombo. La mia torre si trova a un angolo del quadrilatero. Gli hangar sono al lato opposto.
Gli unici passaggi per arrivare in città sono dei camminamenti in acciaio dai molti gradini. Alcuni sono provvisti di tettoia, ma la maggior parte no. Seguendoli si può esplorare buona parte del massiccio senza mettere mai piede sulla neve.
Si possono trovare numerose capanne sui camminamenti, chalet in miniatura. Sembrano casette sull’albero. Mi piacciono molto, e piacevano molto anche ai soldati. Potevano andare ovunque, con la loro grossa sacca sulle spalle, e ovunque trovare una piccola casa. La loro casa. E nessuno poteva portargliela via.

Quand’erano stanchi di essere circondati dalla neve, i veterani venivano portati alla serra, e trasformavano la spada in vanga. Assassini senza cuore s’innamoravano della vita, si prendevano cura di ogni pianta e faticavano col sudore della fronte perché tutto crescesse bene.
Avevamo preso anche un gregge di pecore e due di capre. Il Direttore inizialmente aveva proposto mucche e yak, ma risultarono troppo impegnativi da mantenere.
Le pecore erano un amore.
Erano belle, allegre, affettuose.
Loro le facevano pascolare, le mungevano, le tosavano.
Quando nasceva un agnello era uno spettacolo.
Si inteneriva anche il cecchino più freddo.
Non posso dire che fosse un paradiso, perché i problemi non mancavano, ma era la nostra idea di paradiso.

Non ho mai fraternizzato coi piloti. Mai stati simpatici. In compenso passavo molto tempo con l’infermiera Kowalski. L’infermiera Kowalski arrivò un mese dopo le pecore. Ci sposammo un anno dopo. Era bella, l’infermiera Kowalski. Bella come il primo raggio di sole all’alba che illumina i ghiacciai. Ed era mia. Mia, solo mia.
Era una vita molto ritirata, ma quando avevamo voglia di qualcosa di diverso chiamavamo due amici e andavamo in uno dei capanni a guardare le stelle, a bere, a cantare e a chiacchierare.
I nostri compagni di serate erano l’infermiera Svenson e il marito, il dottor Soren.
L’infermiera Svenson era una delle migliori amiche di mia moglie. Sembravano condividere sensazioni e brividi che comprendevano solo loro. Erano amiche inseparabili. Soren era un tipo a modo. Pare fosse uno dei migliori neurologi d’Europa, ma lui non si montava la testa. Lo ricordo più come un tipo grosso e gioviale, dalla grande barba bionda, sempre pronto a farsi due risate. Amava passare ore intere a suonare la chitarra. Non riesco proprio a ricordare che canzoni cantavamo. Mi pare “Over the rainbow” e “Someday my prince will come”. Avevamo un nostro cinema in città, e tutte le pellicole migliori arrivavano fin quassù. Soren aveva abbastanza orecchio da rivisitare i temi musicali più belli con la chitarra, e quando gli riuscivano bene era sempre una festa. Per il resto, il vero amore di Soren era la classica, per cui, quando poteva, tirava fuori una fuga di Bach o un lieder di Schumann. E per quanto fredda potesse essere una notte sullo Zimsterne, noi avevamo una stufa accesa, una buona scorta di vov e il tepore dell’amicizia a tenerci caldi.

La nostra fu una perfezione provvisoria. Passarono gli anni e i figli non arrivavano. Poi, un mattino d’autunno, mia moglie e la sua amica furono chiamate a scortare un plotone in partenza.
Ci fu un incidente. Non tornarono.
Stavo camminando nervosamente per la torre di controllo quando me lo dissero, con un disegno appena cominciato tra le mani.
Dopo aver sentito quelle parole, lo strappai in due e crollai a terra, in ginocchio. Piangevo. Gridavo.
Non ci sarebbe più stata un’altra notte di baci e caldi abbracci, né un altro mattino in cui guardarla negli occhi e dirle “Ti amo”.
Soren si fece trasferire. Restai solo. Passarono gli anni.
Un giorno passò a trovarmi il Direttore e lo trovai ringiovanito. Non si sa bene come. Mi disse che aveva aperto la città ai civili.
Il mondo aveva molto bisogno di serenità e qui la ritrovava. Sembrava che solo io fossi stato in grado di rovinarmi la vita in quell’angolo di paradiso. Cominciarono gli incubi. A volte mi ritrovai a fare l’alba da solo in una delle capanne, consumandomi gli occhi a furia di guardare le stelle, con un solo desiderio nel cuore: tornare indietro.

“Che cosa guardi?” chiese il ragazzo.
“Sto contando le stelle” risposi quasi in automatico.
Poi mi girai. Un ragazzo dal colorito olivastro era entrato nella capanna. Era uno dei visitatori di quest’anno.
“Perché conti le stelle?”
“Perché il passato è passato.”
“Vuoi fare come nostro padre Abramo? Abramo, esci dalla tua terra, e và nella terra che io t’indicherò… e la tua discendenza sarà più numerosa delle stelle del cielo…”
“Non sono Abramo. Sono il controllore di volo. E tu chi sei?”
“L’arcangelo Raffaele. Mi dai il permesso di decollare?”
“No. veramente chi sei?”
“Mi chiamo Aaron.”
“Piacere, Aaron.”
“Sì, ma tu?”
“… Tommaso.”
“Piacere, Tommaso. È da molto che sei qui?”
“Un paio d’ore.”
“No… qui.”
“Così tanti anni che manco mi ricordo.”
“Dai… fai uno sforzo.”
“…”
“… allora comincio io. Mi hanno spedito qui i miei genitori, contro la mia volontà.”
“I tuoi genitori?”
“Mi hanno preso per matto. Io ho solo fatto ciò che è giusto.”
“Ah sì?”
“All’età di trent’anni sono diventato vicepresidente della società di mio padre. L’idea era di fare una successione graduale per dare a lui una vecchiaia serena.”
“E poi?”
“Ho letto tutti i rapporti, ho visitato gli stabilimenti, ho visto gente in condizione di semischiavitù… ho fatto ciò che era giusto.”
“Ma cosa?”
“Ho cancellato tutti i debiti, ho dato la libertà a chi era obbligato a un contratto iniquo, ho permesso ad ognuno di dire la sua opinione. Non siamo forse tutti uguali agli occhi del Signore?”
“Ma nessuno fa queste cose. Spesso… ecco, non sono pratiche.”
“Ho dato coraggio a un popolo sfiduciato. Ho proclamato l’anno di grazia del Signore!”
“Tuo padre non l’ha presa bene.”
“Te l’ho detto… mi ha preso per matto e mi ha mandato qui. Ma cosa ci andavamo a fare allora in sinagoga ogni shabbat? A cosa dovevano servire quelle rinunce e quei comandamenti se poi non possiamo mettere in pratica il messaggio più puro della Torah?”
“Quindi tu non hai fatto altro che seguire gli insegnamenti della tua famiglia…”
“Buoni ebrei osservanti.”
“Buoni ebrei osservanti. Ve ne sono capitate tante a voi ebrei, da quando sono qui. Alcuni li ho anche conosciuti.”
“Forse hai conosciuto mio padre. Credo sia stato anche lui qui… molti anni fa.”
“Tuo padre… forse sì. Ma … mio padre… invece?”
“… ormai sarà morto…”
“Shh!”
Vi fu un profondo silenzio per più di dieci minuti. Scavai nelle mie sinapsi alla ricerca di un nome, di un volto, di un ricordo sfuggente, impalpabile… Aaron chiuse gli occhi e si avvolse in uno stato meditativo che era probabilmente una preghiera.
Pian piano le memorie cominciarono ad affiorare come acqua che filtra da una  roccia. Era emozionante.
“Non vedo la mia famiglia da quando avevo 18 anni. Era il 1915. Chiamavano alle armi per la guerra. Non ci volevo andare. Avevo paura che mi obbligassero. Mio padre era nell’aeronautica. Tenevamo nel granaio un biplano di una decina d’anni prima. Era rosso.
Senza ragionare su ciò che stavo facendo, misi in moto l’elica e salii a bordo. L’ultima volta che lo vidi… era a terra, mi stava dicendo di scendere. L’aereo decollò, prese il volo e non lo vidi più.”
“Cosa accadde poi?”
“Poca roba. Mi persi tra le montagne. Ero terrorizzato.
Rischiavo di schiantarmi, il vento era forte, era buio, faceva freddo. Per non finire contro i monti andai sempre più in alto… e arrivai qui.
Atterai sulla pedana, misi un piede a terra e i militari m’arrestarono.”
“Ti arrestarono?”
“Sì. E mi portarono dal Direttore.”
“E il Direttore ti ha fatto diventare controllore di volo?”
“Sì… è stato lui.”
“È un uomo buono?”
“Sì, molto. Ma ho l’impressione che non sia in grado d’invecchiare.”
“… senti, ma il biplano è ancora qui?”
“Nell’hangar.”
“Saresti disposto a farmi un grande favore?”
“… perché? È una pazzia! Non lo permetterò… non di nuovo.”
Mi rinchiusi nel mio dolore per una piccola eternità. Quando mi girai di nuovo, il ragazzo se n’era andato.

Il mattino dopo mi svegliò con un terribile presentimento. Mi cambiai al volo e corsi verso l’hangar con un solo pensiero in testa: non avrei trovato il biplano. Né Aaron. Sarebbe stata un’altra stupida morte di cui sentirmi in colpa nelle notti senza luna. Anzi, due stupide morti. Quel biplano era tutto ciò che mi restava della mia vita precedente. Stavo perdendo ogni cosa, ma senza ricavarne alcun insegnamento. Niente di buono in assoluto.
Scese tutte le scale, mi affacciai all’enorme vano dell’hangar. Nell’angolo più lontano, in fondo a destra, c’era una macchia rossa. Il mio biplano. Al suo interno c’era il ragazzo, con un sorriso stampato sul volto.

“Sapevo che saresti venuto.”
“Forse ci speravi…”
“Il Signore è grande e terribile. Misterioso, anche. Come Mosé, tu aprirai il mare in due e mi porterai verso la salvezza.”
“Forse mi credi più importante di quello che sono.”
“Forse ci tieni troppo ad imitare i dubbi del tuo santo patrono.”
“Mah… non dò peso a quelle cose.”
“Inconsciamente.”
“Sono venuto a impedirti di partire. Quel trabiccolo è pericoloso… ti schianteresti. E io non voglio essere responsabile della tua morte.”
“Ma tu lo sai pilotare.”
“Non lo voglio pilotare.”
“Perché? Cos’è rimasto qui per te? Questo non è il Paradiso… Tommaso, l’Eden è caduto! È vero, questo è un luogo mistico, lo percepisco anch’io, che ti credi? Ma la natura umana è quella che è, e se la testa è nelle tenebre, tanto più lo sono le membra! Mi ci hanno rinchiuso come matto, per farmi sparire… il Direttore non è quello che sembra! Non ti pare strano che non riesca ad invecchiare? Voglio dire, guardati! Da quanto lo conosci?”
“Non è sempre stato la stessa persona.”
“È cambiato?”
“No, banalmente… varie persone si sono alternate nell’incarico di Direttore col passare degli anni.”
“E tutta quella manfrina che non invecchia?”
“Credo siano tutti membri della stessa famiglia. L’aspetto fisico, la voce, gli atteggiamenti sono i medesimi. Qui si fa il possibile per dare l’illusione che sia sempre lo stesso uomo. Ci ho quasi creduto persino io.”
“Dove c’è menzogna non c’è amore, Tommaso. Solo la verità rende liberi. Parti con me. Ora.”
Il ragazzo mi tese la mano. Alle mie spalle udii lo scalpiccio concitato delle guardie della sicurezza.

Misi in moto l’elica e m’issai a bordo.
“Tommaso, ma cosa fa? Torni nella torre di controllo!” disse qualcuno.
Il ragazzo si spostò alla postazione posteriore sorridendo.
Azionai i comandi e l’aereo cominciò a rollare.
“Abbiamo bisogno di lei, dove crede di andare?”
“Non può fuggire così, è una pazzia!”
Gli uomini della sicurezza si spostarono dalla traiettoria del biplano. Decollammo.
Il cielo non era mai stato così azzurro.
Il ragazzo scoppiò a ridere.
Io, anche.

Racconto inedito di Boero Terlizzi

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