We Want The Funk

Lo incontrai al piano del garage, il “-1”, nel pianerottolo davanti all’ascensore.

Avevo appena parcheggiato la Camaro e con tranquillità avevo aperto la porta di metallo grigio che dal garage condominiale portava al palazzo.

E me lo trovai lì davanti, che m’aspettava.

Che voleva stavolta?

“Forse” pensai “rompermi il cazzo e basta.”

Invece Matteo mi salutò con un sorriso.

 

Era un tipo alto e secco, con lunghi capelli castani ricci. Benché il sole stesse per tramontare portava degli enormi occhiali scuri a mosca e aveva la barba incolta. Due enormi e lunghi baffi rischiavano quasi di nascondergli le labbra. Al collo aveva una catena d’oro e indosso aveva una camicia vintage in puro stile disco music, gialla fluo. Fissarla nel pianerottolo illuminato al neon faceva male agli occhi. Anche se eravamo ormai a dicembre non portava alcun tipo di giacca o cappotto; in compenso portava dei lunghi pantaloni a zampa d’elefante marroni da cui sbucava la punta di due stivaletti bianchi.

“Non molto adatti per una giornata in cui aveva piovuto almeno tre ore di fila” pensai.

 

Era venuto a parlarmi della sua band.

Voleva che li andassi a vedere, suonavano al Jail Break un paio di giorni dopo.

Rifiutai.

Non volevo avere a che fare né con Matteo né con nessun altro di quel giro. Fuori dalle palle,

 

Matteo mi fulminò con lo sguardo, ma la sua voce era calma e gentile.

“Vabbé, non fa niente, l’invito è sempre valido, e potresti sempre cambiare idea, chissà… nel frattempo, perché non visiti la nostra pagina Facebook, potresti ascoltare qualche brano e farti un’idea migliore… siamo i We Want The Funk…”

“Ok, quando ho tempo lo guardo, va bene? Ti metterò pure un ‘mi piace’!”

“Bravo, bravo… un ‘mi piace’ non si rifiuta a nessuno! Ci vediamo tra 48 ore… e se mi dici che non ci sarai… ti faccio fuori.”

“Cosa!?!”

“La macchina che hai appena parcheggiato… non ricordi? Te l’ho consegnata già da qualche mese, e tu hai avuto a malapena la voglia di farla riverniciare…”

“Embè?”

“Mi devi dei soldi.”

“Oh, hai già avuto i diecimila euro, cos’altra vuoi ancora?”

“Altri diecimila… non mi dire che ti sei dimenticato… quindi, per favore, passa al concerto coi soldi… sennò prendo e t’ammazzo…”

“Cazzate, Matteo, cazzate. Eravamo d’accordo su diecimila. Tu volevi ventimila, ma io non ho mai accettato!”

“Sicuro sicuro? Hai presente quando siamo andati al Boom Master? Quanti cocktail ti ho offerto? Alla fine mi hai dato retta, hai detto che anzi ventimila era troppo poco… sempre che te lo ricordi, ovviamente!”

“Ma non dire stronzate e levati dal cazzo!!!”

“Ricorda, quarantotto ore. Ci rivedremo…”

 

Matteo mi salutò e con passo fiero aprì la porta di metallo grigio che dava sul garage condominiale. Uscì senza voltarsi indietro.

Mi chiesi come avrebbe fatto ad andarsene dal garage, e come aveva fatto a entrarci. Un istante dopo udii il rombo del motore della Ford Mustang di Matteo e il rumore del cancello automatico che si apriva.

Risposta banale: il doppione di una chiave, o di un telecomando.

Bah. Andasse a fanculo lui e la sua Mustang di merda.

Non era la prima volta che quello sbruffone mi minacciava, e ormai non mi faceva più paura. Tanto era tutto chiacchiere e distintivo.

Chissà se veramente mi ero fatto fottere per qualche cocktail di troppo. Sperai di no.

Ma tanto non gli avrei dato manco un centesimo in più per quell’auto rubata.

Chiamai l’ascensore, salii al mio piano, e tornai alla mia vita, dimenticandomi di tutta la faccenda.

 

Passarono due giorni. Erano circa le quattro del pomeriggio, avevo pranzato tardi, e non avevo ancora alzato la serranda di camera mia. Impugnai la corda che tirava su la tapparella e poco alla volta la sollevai del tutto.

Dall’altra parte del vetro c’era un terrazzino, diviso dal terrazzo condominiale solo da una semplice fioriera. Ma oggi non era così.

Dall’altra parte del vetro c’era Matteo, con un revolver a tamburo in mano.

Sembrava una pistola del Far West.

Come mi vide puntò verso di me. Lasciai cadere la tapparella di botto.

Mi sentii avvolto dal terrore, brividi di paura mi schizzarono dalla testa ai piedi.

Il cuore batteva forte.

Ansimavo come un cane dopo una corsa di cinque chilometri.

Forse stavo per farmela sotto.

Ma come…? Ah, la fioriera. Doveva averla scavalcata.

Non potendo uscire con una tuta dell’adidas dei tempi delle medie, mi vestii in fretta e furia. Ero pronto a uscire, a scappare, a nascondermi; tutto pur di non essere assediato in casa mia.

Avevo paura. Così tanta paura che vedevo distorta ogni cosa, ogni luce, ogni colore. Mi sentivo come se avessi appena fatto dieci giri sul “Tagadà”.

Mi chiesi se avrei vomitato.

Aprii la porta di casa e mi ritrovai davanti Matteo.

Era nel pianerottolo, proprio davanti all’ascensore.

Il bastardo sapeva prevedere le mie mosse.

Non che ci volesse molto, in fondo.

Mi conosceva da una vita.

 

“Eccomi, sono venuto a prenderti… hai i soldi con te?”

“Fanculo!” gli urlai in faccia e diedi una sberla alla mano che reggeva la pistola.

L’arma gli scivolò di mano e cadde per le scale.

Corsi giù per le scale anch’io. La paura mi metteva le ali ai piedi. Ogni tanto rischiai di inciampare, e quando feci gli ultimi scalini che mi separavano dal “-1” caddi e rotolai.

Per fortuna non mi feci nulla.

Udii il rumore dell’ascensore che si muoveva, e la mia paura crebbe.

Schizzai verso il portone di metallo grigio e lo spalancai, entrando nel garage.

Vidi la Mustang color verde pisello di Matteo proprio accanto alla mia Chevrolet Camaro.

Cercai in tasca, senza trovare le chiavi della macchina.

Cercai ancora: possibile che fossero rimaste in casa?

La mia mente le ricordò appoggiate là, vicino a una bottiglia di vodka vuota, in cucina. A casa. Cazzo.

Tornare indietro a prendere le chiavi era fuori questione.

Cercai qualcosa disperatamente, e cercando cercando trovai una vite.

Avevo fatto qualche lavoro in casa, e mi era rimasta in tasca. Forse dopotutto la fortuna mi sorrideva.

Presi la vite per la capocchia impugnandola quasi come un coltello e mi avventai sulla ruota anteriore destra della Mustang di Matteo. Se dovevo andare a piedi io, meglio obbligare pure lui.

Riuscii a penetrare nello pneumatico e quando estrassi l’arma sentii un debole fischio.

Il copertone si stava lentamente sgonfiando.

Per scrupolo forai anche l’altra gomma anteriore. La prudenza non è mai troppa.

La chiave del garage forrunatamente era nel mazzo delle chiavi di casa. Inserii e girai.

La porta automatica del garage condominiale cominciò ad aprirsi lentamente, accompagnata da allegri rumori metallici.

In mezzo al frastuono udii a malapena il rumore della porta del palazzo che si chiudeva sbattendo. Non mi girai neanche a vedere: la paura era troppa.

Saltai attraverso lo spiraglio del cancello automatico in apertura e corsi a perdifiato fuori, oltre la rampa di accesso, per strada.

Attraversai la strada e corsi a più non posso. C’era un po’ di gente in giro, e alcuni di loro li conoscevo anche. Davanti a me notai due ragazze che correvano e chiacchieravano. Avevano indosso delle tute adidas color verde pisello. Continuai a correre e le superai. Quella in cui abitavo era una strada piccola e stretta, che sfociava da entrambi i lati su Via Pavese, una delle strade principali del quartiere. Io avevo scelto il lato che andava in discesa.

Una voce dentro di me mi disse: “Vai a casa di Matteo. Se ci arrivi, non potrà più ucciderti.”

L’idea in un primo momento mi sembrò demenziale, ma poi mi venne in mente una cosa.

Matteo abitava ancora coi genitori.

E i suoi genitori erano le uniche persone che temeva.

 

Decisi di dare credito a quel folle piano e giunsi a un incrocio; aspettai qualche secondo per attraversare, e mi raggiunsero le due ragazze con le tute adidas verdi. Mi superarono parlottando allegramente tra di loro. Non le avevo mai viste prima, ma mi erano familiari. Quelle tute mi suggerivano qualcosa.

Entrai in un giardinetto e tirai fuori il blackberry; aprii Facebook e selezionai il profilo di Matteo.

Mentre la connessione dati avanzava a passo di lumaca uscii dal giardinetto e raggiunsi Via Pavese.

La strada era lunga, ripida e ipertrafficata. Gli automobilisti che la percorrevano erano da sempre convinti di trovarsi a Vallelunga. Inoltre era a due carreggiate.

Ma io avevo bisogno di passare dall’altra parte.

Mentre aspettavo il momento buono per attraversare la strada, guardai il profilo di Matteo, e trovai una foto preoccupante. Una foto di Matteo con una di quelle ragazze.

Descrizione foto: “La mia prima cyborg.”

Evitai di chiedere come facesse Matteo a creare delle cyborg.

In compenso ora sapevo che Matteo non era l’unico a darmi la caccia.

Chissà come mai quelle due mi avevano superato, invece di acchiapparmi.

Misi a posto il blackberry e guardando a sinistra vidi le due cyborg correre verso di me, sempre facendo finta di chiacchierare tra loro. Mi fiondai in mezzo alla strada; una Opel Corsa rischiò di mettermi sotto e inchiodò di botto. Il tipo che la guidava abbassò il finestrino e cominciò a bestemmiare contro di me, ma io ero già passato, e ormai stavo risalendo Via Vittorini.

Per raggiungere casa di Matteo volevo passare per un grande parco che si trovava proprio da quelle parti. Mi guardai alle spalle: le cyborg erano scomparse.

 

Con fatica corsi su per la salita di Via Vittorini. Poco dopo fui in vista del vialetto d’ingresso del parco. Al centro di esso c’era una figura umana. Aveva una pistola in mano e mi fissava.

“Eccoti finalmente!!! Allora!?! Dove sono i soldi?”

Puntò l’arma verso di me e il cuore mi balzò in gola; la testa mi girò fin quasi a farmi svenire.

Cercai di contrastare quelle orribili sensazioni e caracollai giù per la discesa.

Tornai indietro sui miei passi, giù verso via Pavese. Alle mie spalle udii il rumore secco di uno sparo. Non mi girai e corsi più in fretta; svoltai a sinistra e mi spinsi su per la ripida salita di Via Pavese.

Correvo, correvo, non riuscivo più a fermarmi, e la paura m’impediva di pensare.

Tanto non capivo nulla di quanto mi stava accadendo. Sembrava tutto inspiegabile.

O finto. Quasi un film.

Quasi. Un. Film.

 

La strada era costeggiata da grandi palazzi di uffici, negozi e appartamenti; occasionalmente vi erano dei vialetti d’accesso a un altro parco che si trovava al di là dei palazzi.

C’erano grandi alberi spogli, e per terra strati e strati di fango. Una fontanella per bere zampillava all’infinito impantanando tutto. Qualcuno che era appena passato di lì mi si parò davanti.

Una figura alta e secca, vestita in modo chiassoso e sgargiante. L’infame.

Mi guardò con cattiveria da dietro le lenti degli occhiali e puntò l’arma verso di me.

“Vaffanculo, pezzodimmerda” mormorò.

Gli diedi un uppercut al mento con tutta la forza che avevo; fu sbalzato all’indietro.

Mi girai e tornai indietro di corsa, ma ad attendermi c’era qualcosa di piccolo, ringhiante e cattivo: il bulldog di Matteo. Un ammasso grigiastro di crudeltà animale, addestrato come una macchina per uccidere.

Il bulldog si preparò a saltarmi addosso, per mordermi là-dove-non-batte-il-sole.

Nel frattempo Matteo si era ripreso dal cazzotto.

C’era poco da fare: saltai giù dal marciapiede e attraversai di nuovo la strada di corsa. Per fortuna stavolta non beccai nessun matto con la Opel. Udii due spari e i latrati ringhianti e cattivi del cagnaccio che mi correva dietro, sempre più vicino.

 

Vidi un discount a due piani accanto a me. Corsi ancora.

Bianco come un cadavere, raggiunsi l’entrata del discount e la porta automatica si aprì.

Notai chiaramente il cartello “Vietato l’ingresso ai cani”

Il bulldog restò a fissarmi dall’altra parte della vetrina, con la bava alla bocca.

“Che cane educato” pensai. “Non cerca nemmeno d’entrare.”

Ma il padrone sarebbe potuto entrare eccome. O avrebbe potuto aspettarmi fuori anche lui.

Dopotutto, il discount aveva solo una porta: quella da cui ero appena entrato.

O forse no.

La gente all’interno del supermercato mi stava fissando in modo strano, per cui decisi di assumere un atteggiamento normale e rilassato per evitare rogne.

Camminai e camminai tra corsie, scaffali, box ed espositori, ma non vidi tracce di una porta di servizio.

“Però” pensai “i fornitori dovranno pur scaricare da qualche parte. Il magazzino sarà di certo nei sotterranei, e sarà collegato alla stradina qui sul retro tramite una rampa per camion.”

Dovevo scappare di lì.

 

Il rumore dell’aria condizionata, della radio, e dell’interfono delle casse copriva qualunque altro suono. Non riuscii a individuare alcun montacarichi. Decisi d’esplorare il piano superiore.

Salii la rampa di un tapis-roulant e arrivai al secondo piano, dove si vendevano elettrodomestici ed articoli per la casa; a occhio sembrava più vasto del primo.

Dietro al reparto dei frigoriferi notai un grosso ascensore.

Tra me e l’ascensore, una recinzione alta un metro e mezzo composta da lucenti tubi argentati.

Unico accesso: una porticina di metallo con un lettore di schede magnetiche.

Era ben visibile il cartello “RISERVATO AL PERSONALE AUTORIZZATO”.

Mi resi conto di non essere in grado di procurarmi una scheda né con il furto né con la violenza.

Non ero Matteo, io.

Scelsi la strategia più ovvia e pericolosa: scavalcare.

Mi guardai attorno. C’era pochissima gente.

Mi preparai, presi la rincorsa e saltai. In qualche modo riuscii ad aggrapparmi e ad arrampicarmi oltre l’ostacolo. I dipendenti mi videro. Subito dopo le sirene dell’antifurto coprirono ogni altro suono.

Ero davanti all’ascensore. Lo chiamai.

I dipendenti, uno per volta, aprirono la porticina con la scheda magnetica per raggiungermi.

La porta dell’ascensore si aprì davanti a me, ed entrai.

“Devo essere diventato matto” commentai.

 

Era un ascensore molto grande, per lo scarico merci; sulla pulsantiera aveva solo i pulsanti SU e GIÙ, niente numeri. Mentre i dipendenti del discount correvano verso di me spinsi il tasto GIÙ: le porte si richiusero a pochi centimetri dal viso di uno di loro.

Tirai un sospiro di sollievo mentre la sirena continuava a suonare all’infinito.

La porta dell’ascensore si aprì e guardai fuori, ma con mia grande sorpresa non vidi un magazzino ma un piccolo corridoio che dava su alcuni uffici; c’erano uomini in giacca e cravatta e donne in tailleur con cartellette piene di documenti e risme di carta.

Ero finito al primo piano, nell’ufficio della direzione.

Una guardia giurata con qualche chilo di troppo mi si parò davanti e con aria violenta cercò di entrare nell’ascensore.

Non feci neanche in tempo a pensare: istintivamente presi la guardia per il bavero della giaccia e la spinsi all’indietro.

Mentre il panzone cadeva con un tonfo, spinsi di nuovo il tasto GIÙ.

Le porte si richiusero ancora. L’allarme non accennava a fermarsi.

“Di questo passo metteranno una taglia sulla mia testa” pensai tra me e me.

 

Dopo qualche secondo interminabile, le porte si aprirono e diedi il mio primo sguardo al magazzino. Era ampio e spazioso, e occupato da grandi scaffali di metallo alti fino al soffitto e pieni di scatoloni. Da qualche parte doveva esserci una cella frigorifera. Non vidi nessuno.

Volevo uscire dall’ascensore, ma avevo paura che i dipendenti lo avrebbero usato per venire a prendermi.

“Quelli ormai mi vorranno morto” pensai.

Schizzai fuori, presi uno scatolone a caso e lo misi all’altezza delle porte per tener bloccata la fotocellula. Gli alti scaffali mi impedivano di vedere il resto del magazzino, per cui potevo solo scegliere se muovermi verso destra o verso sinistra; camminai verso sinistra con discrezione, cercando di non fare rumore. Non sapevo chi ci fosse lì sotto.

Arrivai alla fine dello scaffale. Guardai oltre l’angolo e vidi un’ampia zona di scarico e un grandissimo vano d’ingresso chiuso da una saracinesca. Era da lì che entravano i camion.

Nella zona c’erano due uomini che indossavano delle salopette col logo del discount. Mi videro nello stesso istante in cui li vidi. Intuirono che quello dell’allarme ero io e corsero verso di me.

I loro sguardi erano spenti e inespressivi, i loro movimenti meccanici e privi d’entusiasmo. Non mi sembrarono scossi, spaventati o arrabbiati per l’allarme. Mi inseguirono come se non fosse niente di fuori dall’ordinario, ma puro e semplice lavoro. E non parlavano. Non parlavano mai. Correvano. Correvano e basta.

 

Corsi a perdifiato, tornando sui miei passi; non appena trovai un incrocio svoltai a sinistra, cercando di far perdere le mie tracce nel dedalo di scaffalature del magazzino. Continuavo a sentire il rumore dei passi dei miei due inseguitori, e per quanto il fiato, il cuore e le gambe non ne potessero più non accennai a fermarmi o a rallentare neanche un attimo.

Presi ripetutamente direzioni a caso, finché a un nuovo incrocio non trovai un terzo magazziniere che si unì anche lui alla caccia all’uomo.

Svicolai nella direzione opposta, e a un nuovo incrocio gettai per terra un paio di scatoloni, sperando di tendere una trappola; poco dopo sentii il rumore di qualcuno che inciampava, ma nessun grido.

Riuscii a uscire dal labirinto di scaffalature e mi ritrovai nella zona di scarico; mi avvicinai all’enorme saracinesca e vidi sul muro una leva. Accanto, una scritta sbiadita: “APERTURA SARACINESCA”.

Tirai la leva e la saracinesca cominciò con lentezza esasperante ad alzarsi, un millimetro dopo l’altro. Udii rumori di passi alle mie spalle e mi girai.

Vidi quattro magazzinieri venirmi incontro rapidi, in silenzio e senza emozioni.

Non avevo occasione di scivolare sotto alla saracinesca, per cui scappai di nuovo nel magazzino per guadagnare tempo prezioso.

 

Arrivò un momento in cui le forze mi tradirono.

Mi sentii rallentare, ansimare. Sentivo dolore alle gambe, alla testa, ai polmoni.

Arrivato al secondo o terzo incrocio mi sentii afferrare alle spalle da un magazziniere.

“Ecco” pensai “è finita.”

Il magazziniere mi si avvinghiò in completo silenzio.

Mi divincolai con tutte le forze rimaste e diedi una gomitata alla bocca dello stomaco del mio avversario, che lasciò la presa e si piegò in due per il dolore.

Cercai di riprendere fiato, ma dopo un istante l’uomo mi venne incontro.

Stava di nuovo bene, come se non fosse successo nulla.

Gli sferrai un calcio nei testicoli con tutta la cattiveria di cui ero in grado.

Il magazziniere emise uno strano rumore e cadde al suolo.

Fuggii.

 

Dopo alcuni lunghissimi minuti, in cui sentivo costantemente alle mie spalle lo scalpiccìo inesorabile dei miei nemici, giunsi ancora una volta alla zona di scarico.

La saracinesca era sollevata di circa metà; ci sarebbe potuto passare sotto un uomo alto più di due metri senza sbattere la testa.

Corsi verso l’apertura, mentre alle mie spalle lo scalpiccio si faceva sempre più vicino.

Passai per il varco e mi ritrovai all’esterno, su una grossa e larga rampa che dai sotterranei portava al livello del suolo; la percorsi ansimando e arrivai a vedere un cancello metallico spalancato.

Lo oltrepassai, arrivando nella strada alle spalle del discount.

 

Era una stradina piccola e tranquilla, lasciata in disparte dalle automobili.

Di fronte a me, dall’altra parte della strada, c’era un vasto terreno incolto pieno di alberi secchi e cespugli. Vicino a un palo della luce c’era un muretto sbrecciato su cui erano seduti due barboni ubriachi. Sia in mano a loro, che per terra, vidi molte bottiglie di Johnny Walker.

Alla mia sinistra la stradina girava attorno al supermercato, il che significava verso Matteo e il suo bulldog. Alla mia destra, invece, c’era un ammasso di edifici grigi.

I magazzinieri stavano per raggiungermi, quindi corsi di là, dove la strada terminava contro un muro, e mi nascosi in un vicolo stretto, corto e senza vie d’uscita.

Nutrivo la stupida speranza che non mi avrebbero scoperto.

Seduto per terra, con le spalle contro il muro di mattoni del vicolo, contai i secondi che mancavano alla mia cattura. Ma non arrivò nessuno.

 

Riprendendo fiato, e spinto dalla curiosità, mi sporsi un pochino oltre al muro e diedi un’occhiata. Vidi tutti e quattro i magazzinieri nella stradina; si guardavano intorno grattandosi la testa. Sembravano perfettamente in forma e a differenza di me non avevano il fiatone.

Anche quello che avevo picchiato.

Stettero un po’ così, a guardarsi intorno in silenzio, senza degnare d’uno sguardo i due barboni ubriachi di fronte a loro. Non tentarono di esplorare la stradina né da una parte, né dall’altra. Dopo un po’ di standby, tornarono giù per la rampa, meccanicamente, dimenticando completamente tutta la sporca faccenda.

Dovevano essere dei cyborg.

 

Guardai di nuovo il vicolo cieco in cui mi trovavo.

Prima mi sembrava terminasse lungo il muro di un edificio.

Ora invece scorsi una porta in quel muro.

C’era da prima e non me n’ero accorto?

Non volevo ammettere neanche per un secondo che quella porta fossa comparsa così dal nulla.

Eppure l’impressione era quella.

Paura.

 

Mi avvicinai pian piano, cercando di riprendere fiato. Era una porta di metallo mangiato dalla ruggine sormontata da una plafoniera al neon che proprio in quel momento si stava accendendo, sfrigolando un po’. Eravamo arrivati al tramonto (si sa, a dicembre il sole tramonta presto).

Osservai meglio la porta alla luce del neon: era ricoperta di manifesti pubblicitari, per la maggior parte locandine di eventi.

Non c’erano citofoni, campanelli, feritoie della posta, neanche un’insegna o un cartello.

Dietro quella porta c’era il puro mistero.

 

Provai la maniglia, e il suo rumore secco e improvviso mi annunciò che era chiusa a chiave.

A quanto pare ero costretto a tornare indietro.

Ma io avevo paura a uscire dal vicolo.

Quelli del supermercato volevano prendermi.

Le cyborg con la tuta verde volevano prendermi.

Il bulldog voleva prendermi.

Matteo voleva prendermi.

Sì, per mandarmi all’altro mondo.

 

Tremavo come una foglia. Non me la sentivo di abbandonare quel vicolo. Mi sembrava l’unico posto sicuro, almeno finché qualcuno non mi avrebbe scoperto.

Per vincere la paura e distrarmi un po’ diedi un’occhiata ai manifesti attaccati alla porta mangiata dalla ruggine. Ne scorsi uno che mi fece sentire male.

Uno con la faccia di Matteo.

 

Era la locandina del concerto dei We Want The Funk.

Al Jail Break, con la data di oggi.

Sul poster campeggiava un ritratto in bianco e nero di Matteo con la pistola puntata verso il lettore, circondato da sgargianti e colorati disegni floreal in stile anni ’70; lessi in fretta la locandina e rimasi fulminato da una frase.

 

… i nuovi brani originali di Matteo Russo, tratti dal cd appena pubblicato…”.

“Matteo Russo? Ma se il cognome di Matteo è Zotti!” pensai.

 

Chi era Matteo Russo? Che cosa c’entrava con Matteo Zotti?

Era un nome sconosciuto ma familiare… mi ronzava in testa… ma non riuscivo proprio a metterlo a fuoco… come quando pensi a un sogno che hai dimenticato…

…ma era di certo coinvolto coi We Want The Funk.

 

In fondo al manifesto c’era l’icona di Facebook.

Con mano tremante presi il blackberry dalla tasca e aprii l’app.

Cercai la pagina dei We Want The Funk e la selezionai.

Aspettai il caricamento. La mia fronte sudava come se fosse agosto.

Un agosto particolarmente afoso.

Matteo Russo… chi sei?

 

Il profilo Facebook della band si aprì. Istintivamente cliccai ‘mi piace’.

Ecco di nuovo la foto di Matteo con la pistola, ecco le informazioni sul concerto.

Subito sotto, una foto di gruppo della band.

Erano cinque, tutti vestiti secondo la moda della disco-music di fine anni ’70: batterista, bassista, tastierista, chitarrista… e, al centro, il cantante.

Portava a tracolla una chitarra elettrica Gibson Les Paul color verde pisello, aveva stivaletti marroni scamosciati e pantaloni a zampa d’elefante bianchi. Portava una camicia stile “disco” viola, e una catena d’oro al collo.

Ma non aveva baffoni, barba incolta, occhiali a mosca, e lunghi capelli ricci.

La sua faccia era la mia.

Il suo sguardo era il mio.

Quello lì non era Matteo l’infame, oh no.

Quello lì ero io.

 

… Voce e chitarra – Matteo Russo”

 

Non capivo. Non capivo e non volevo crederci. Tutto era folle, tutto era assurdo.

Continuai a leggere; ecco la tracklist del nuovo album.

 

1 – UN AVVERTIMENTO

2 – GIÙ PER LE SCALE

3 – DUE RAGAZZE IN VERDE

4 – BULLDOG

 

Man mano che scorrevo un titolo dopo l’altro, un terrore indescrivibile mi assalì.

Come. Fate. A. Saperlo?

La mia giornata era stata prevista, predetta?

Matteo Russo e Matteo Zotti vedevano il futuro?

E io ero davvero Matteo Russo?

Tutto quello che oggi era successo era opera mia, forse.

Come capitava in qualche filmazzo di fantascienza anni ’80.

 

5 – PANICO NEL SUPERMERCATO

6 – JOHNNY WALKER

7 – LA PORTA DI RUGGINE

8 – IL …

 

Un suono raggelante mi terrorizzò, facendomi cadere di mano il blackberry.

E quel suono era il latrato del bulldog.

Mentre sentivo ringhi e ancora altri latrati provenire dalla stradina raccolsi il telefono.

Nel frattempo, ecco il rumore secco, cinico di uno sparo e del bossolo che rimbalzava per terra.

Lessi sul display il titolo dell’ultimo brano, poi la voce di Matteo m’interruppe di sorpresa.

“Ehi, hehehe, Matteo, non pensare che potrai nasconderti in quel vicoletto all’infinito! Io so tutto di te… tutto questo era già scritto, tesoruccio mio! Boo-hoo-hoo! E ora sei al capolinea, perché il disco ha solo un’altra canzone… this is the end, beautiful friend. The end. MUORI, BASTARDO!!!”

Matteo e il suo bulldog sbucarono all’entrata del vicolo, minacciosi come due diavoli venuti dall’inferno per divorarmi il cuore. Ma ora conoscevo quel titolo.

 

 8 – IL RITORNO DEL KILLER

 

Un titolo che trasmetteva pericolo, ma non tragedia; lotta epica, ma non elegia.

Non era “the end”. Non sarei morto.

Era una certezza assurda e demenziale, ma pur sempre una certezza.

E questa certezza mi diede la carica anche se ero esausto, ed era come se il testo di quella canzone che non avevo mai sentito prima, se quelle parole che non avevo ancora letto mi risuonassero dentro la testa come se le conoscessi già; sentivo come una voce misteriosa dirmi cosa dovevo fare per salvarmi, e lo feci, mi voltai e corsi verso la porta, inseguito dal bulldog che correva rapido come un levriero e tirai la maniglia.

La porta color ruggine si aprì: all’interno tutto era buio e silenzio.

Ero fermo davanti alla soglia, e il cagnaccio stava per prendermi.

Alle mie spalle, Matteo urlò con tutto il fiato che aveva in gola e sparò, sparò e sparò.

Tutto mi sembrò andare al rallenty.

Prima che il cane mi azzannasse, prima che le pallottole mi raggiungessero, prima che tutto finisse in un bagno di sangue, riuscii chissà come a entrare e a richiudermi la porta alle spalle.

Sentii le 5 pallottole rimbalzare contro la porta antiproiettile, poi tutto fu buio e silenzio.

 

Riflettori.

Un brusio in sottofondo.

Applausi.

“Ladies and gentlemen, il Jail Break è lieto di presentareee… We Want The Funk!”

Il mio nome è Matteo Russo. Ho da poco registrato un disco con la mia band.

Non ho una grande cultura, e i miei testi sono un’accozzaglia di passioni da ragazzo di periferia: auto sportive, gangster, combattimenti tra cani, fantascienza e PlayStation3.

Il tipaccio che ho disegnato come copertina del mio album l’ho chiamato Matteo Zotti.

Sembrava un nome figo.

 

Non credevo d’essere un profeta pop.

 

 We Want The Funk è un racconto inedito di Boero Terlizzi.

Leggi altre Storie Per Un Piccolo Pianeta scritte da Boero Terlizzi!

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