… e i raggi di sole si fecero preziosi

Se cammini distrattamente per le stradine della Garbatella Vecchia in qualche soleggiato pomeriggio di primavera, nei momenti in cui il sole picchia più forte, verso le tre diciamo, e non guardi bene dove vai, allora potresti inciampare, e cadendo scivolare nei sogni antichi e avventurosi di persone vissute secoli prima di te…

Era una casetta molto antica, su un vicoletto in pendenza accessibile da un’arcata. Nel suo giardino crescevano rigogliose le piante del frutto della passione. Le pareti gialline, il tetto a spiovente rosso. In certi tratti erano rimaste conservate lastre grigie con iscrizioni in latino; sembravano medievali. La porta alta e rettangolare era marrone, di un marrone intenso, e tra la piante del pergolato un po’ nascosta riposava una statua romana decapitata, raffigurante una donna con un’ampia tunica e un lungo mantello seduta su una specie di trono. Un alto cancello di ferro battuto impediva l’accesso, e sulla cassetta della posta non era segnato alcun cognome. Mi voltai; dall’altro lato della strada due leoni di pietra nera in cima a due pilastri di granito davano il benvenuto a un grande, grande parco recintato. Secoli fa qualcuno aveva inciso su uno dei pilastri il nome del proprietario di quell’appezzamento, ma lo scorrere del tempo aveva lasciato solo l’iniziale.

B.

Uno scricchiolio metallico mi fece girare all’improvviso; ecco, il cancello della casa era socchiuso. L’edificio sembrava disabitato: dall’interno non proveniva il minimo rumore.

Tutte le finestre erano chiuse da persiane verdi.

Che idea stupida, quella di entrare là, ma alla curiosità è assai difficile resistere; per cui toccai il cancello di ferro battuto e lo spinsi. Si sentì ancora quel suono metallico.

Forse prima era stato il vento.

M’incamminai nel giardino, sotto il pergolato, toccando la fredda pietra della statua decapitata. Passando in mezzo alle piante del frutto della passione, colsi uno dei suoi fiori.

Ecco, un fiore a forma di orologio per un ragazzo che l’orologio non lo porta mai.

Girai attorno alla casa: ecco il lato nascosto del giardino. Protetto da  uno steccato di legno coperto di rampicanti, si ergeva un albero solitario. Un melo, con già delle primizie da cogliere.

Piccole mele acerbe. Poco lontano dall’albero e dallo steccato c’era un angelo con la spada sguainata, scolpito nel legno; il suo sguardo ero fisso sull’albero.

Il frutto proibito, pensai. Ma tanto a me non piacciono le mele.

Sentii un rumore di passi sull’erba, ma non feci in tempo ad andarmene.

Mi si era parato davanti un uomo alto in salopette, con un cappello di paglia sul capo.

Il proprietario del melo, pensai.

“Buongiorno, signore” mi disse.

“…ahem… buongiorno. Ci conosciamo?”

“La stavo aspettando.”

“Sicuro di star aspettando me?”

“Ma certo. Io sono Remigio, il maggiordomo. Entri pure e si accomodi; faccia come se fosse… a casa sua.”

Chissà quali pericolose conseguenze poteva avere accettare un invito del genere; ma la curiosità umana è quello che è, e sta di fatto che accettai.

Posai la mano sulla maniglia d’ottone e la ruotai; l’uscio pian piano s’aprì.

Dentro, tutto era in penombra; la luce filtrava debole dalle persiane chiuse. Ero in un salone.

Un lampadario di cristalli sul soffitto, coperto di ragnatele; tappeti persiani per terra, su un parquet lucido ma graffiato. Tre grandi divani colmi di cuscini d’ogni colore; al centro del triangolo, un tavolino rotondo con diverse tazze e piattini. Sentii un odore intenso, pungente; m’avvicinai.

In tutte le tazze erano rimasti fondi di caffè, ma non erano state dimenticate distrattamente là; questo era assolutamente da escludere.

Si poteva facilmente intuire che qualcuno aveva cercato di leggere il futuro nei fondi di caffè.

Remigio rimase per un po’ accanto a me in silenzio; poi, all’improvviso, la sua attenzione fu catturata da qualcosa che non riuscii a scorgere. Sparì in un corridoio senza dire una parola.

Mi accomodai su uno dei divani, accavallando le gambe e guardandomi attorno.

Dovevo aspettare lì perché qualcosa stava per succedere. Udii dei passi rimbombare sul parquet. Forse Remigio? No, provenivano da un corridoio diverso.

Dalle penombra sbucò fuori un uomo in smoking, e il suo viso… oh, lo conoscevo!

Anche troppo bene.

“Oh, eccoti, finalmente sei arrivato!”

“Ma… Alfredo, ma cosa ci fai qui? In smoking poi…”

Alfredo, il mio migliore amico. Erano più di dieci anni che lo frequentavo.

Eppure, a quanto pare aveva un segreto.

“Benvenuto nella mia casa. Ci tenevo a riceverti con classe. Ti stavo aspettando da tempo…”

“… ma cos…”

“…tutto ciò è molto importante.”

“Scusami tanto, ma, sai, io ti ho visto sabato scorso al pub, e anche il sabato prima… ripeto, ti ho visto, ma forse non eri tu… chi sei veramente?”

“Te l’ho detto, sono Alfredo, il tuo amico! Ti pare strano?”

“Sì!”

“Ma dai, stavo semplicemente aspettando che trovassi quel cancello socchiuso e decidessi di varcarlo, per entrare in questo posto nascosto…”

“Perché?”

“Perché questo posto, proprio qui dove stiamo, ha più di 2000 anni di storia, e tu hai bisogno di qualcuno che te la racconti, dal principio alla fine.”

“Non m’interessa. Vattene via! Tu non sei Alfredo. Sei solo… solo un fantasma elegante.”

“… e dai, non dubitare di me proprio adesso! Guardati: sei ridicolo. E poi, è possibile che una storia come quella che sto per raccontarti non interessi a una persona curiosa come te?”

“Se sveli il trucco il gioco non è più bello… tu che mago sei? Un mistico, un illuminato, uno che parla con gli angeli, oppure un prestigiatore da salotto? Peggio… potresti essere una truffa, un ciarlatano… un imbroglione…”

“Pensi questo perché credi che la mia storia possa darti delle risposte… ha ha ha ha ha! Ci sei proprio lontano, vecchio mio. Il mio racconto è solo un intreccio grossolano, un pasticcio di leggende, miti, sogni, allucinazioni, dubbi e tante, tante domande… e ti avverto: quasi tutte le date che ti dirò sono sbagliate.”

“Va bene, va bene, ti ascolterò… comunque secondo me sei un fantasma. Non sei veramente Alfredo.”

“Basta, ancora con questa storia!? Questo è troppo, mi hai offeso e me ne vado!”

Dette queste parole, l’uomo in smoking mi diede le spalle per tornare da dov’era venuto.

Non ero stato molto educato con lui, e mi sentii un po’ in colpa. Mi alzai e mi avvicinai a lui.

“Scusa, mi spiace, non volevo offenderti. Resta qui e raccontami tutto, dai…”

Gli misi una mano sulla spalla e lo toccai. Forse era proprio lui.

Lo guardai più da vicino: stessa camminata, stesso fisico, stesso viso, stessa voce.

Sì, era proprio lui.

Senza dire una parola, e senza minimamente guardarmi, andò a sedersi su uno dei tre divanetti.

Mi sedetti anch’io e gli dissi: “Non può essere tutto una banale coincidenza. Tu sei Alfredo… lo sei sempre stato.”

“Era ora che ci arrivassi! Ma ora segui le mie parole, ascolta la fiaba lontana che ti attendeva qui…

A Roma era re Tarquinio il Superbo, e questo luogo era campagna, aperta campagna. Una spaccatura nel terreno metteva in comunicazione il suolo con il sottosuolo. C’erano alcune grotte piene di pitture rupestri, pittogrammi di epoche immemorabili. È qui che abitava la Sibilla Lucumonis. Lei era una strega, una maga, una veggente, una profetessa. Aveva poteri eccezionali, e conosceva tutti i misteri ultraterreni degli etruschi. La chiamavano ‘l’ultima dea etrusca’, ma a lei quel nome non piaceva. Penso che a nessuno, in fondo, piaccia essere l’ultimo del suo tipo. Le persone giungevano da ogni dove per ricevere i suoi vaticini oscuri ma evidenti. Quando morì, fu celebrata con una statua; sai, è quella che hai visto nel giardino qua fuori. Quella… ahem…senza testa.

Saltiamo a piè pari qualche secolo. Quando l’imperatore Diocleziano si mise in testa di perseguitare i Cristiani, alcuni di loro si rifugiarono qui e crearono una catacomba. Kata kùmbas; ricordi, no?

Non mi dire che credi a quei revisionisti che dicono che erano cimiteri. Io ti dico: ancora oggi, c’è gente in alto che non vuole che saltino fuori le vere catacombe. Ecco perché abbiamo solo due linee di Metro a Roma.

I cristiani non erano certo contenti di nascondersi in queste grotte pagane. Una donna mortale che veniva venerata come dea? Non andava bene, troppa concorrenza per Gesù, tant’è che un certo Thomasinus decise che la statua della Sibilla doveva essere fatta a pezzi con un piccone. Gli altri non erano molto d’accordo, in particolare un uomo chiamato Modestus. Distruggere la statua, diceva, era un atto di violenza. Violenza contro un altro popolo. Violenza indiretta contro la persona raffigurata, che era anche lei figlia di Dio. Era un comportamento da romani, non da cristiani. Thomasinus fece finta di dargli ragione, ma poi fece del suo peggio durante la notte. Quando riuscirono a fermarlo, aveva già staccato la testa dal collo della statua. Modestus lo sgridò e decise di conservare la testa in una cesta ben chiusa, e di custodirla.

Qualche settimana dopo, Modestus e la cesta sparirono. Thomasinus fu sospettato di omicidio, ma riuscì a discolparsi. Il fatto che nessuno cercò più di danneggiare la statua avvalorò la sua tesi. Che fine aveva fatto allora quell’uomo? Il Signore lo aveva fulminato? Era asceso in cielo? E cosa n’era stato della cesta? Ce n’erano certi, poi, che si divertivano a spararle grosse: “Sapete cosa penso? Che Modestus ha fatto due conti e ha deciso di lasciarci; mentre dormivamo s’è portato via la reliquia pagana ed è andato a venderla a qualche uomo senza Dio. Forse ora è già più ricco di un Creso: chissà in che posto lontano è andato a spassarsela”.

Successive leggende, raccolte poi in forma scritta soltanto nel XV° secolo, vedono Modestus in Sardegna, Elba, Sicilia, isole Eolie, Corfù, Creta, Patmos, Cipro, Santorini, e le sue tracce si perdono a Lesbo.

Riguardo alla testa della dea, l’ultima notizia che si ha è di diversi secoli fa. Pare che si trovasse sopra al sepolcro del vescovo Maximianus nella Basilica di Hagia Sophìa a Bisanzio, ovvero Costantinopoli, ovvero Istanbul. Questo Maximianus aveva una vera e propria marea di seguaci; pregavano, parlavano, scrivevano, facevano di tutto, ma proprio di tutto per farlo proclamare santo, ma non ci riuscirono. Anzi, fu dichiarato eretico. Venne fuori che era un Ariano: credeva che Gesù era vero uomo, ma non vero Dio. Non si sa che fine abbiano fatto il suo sarcofago e la testa della nostra statua.

Ma torniamo a noi. Dopo i cristiani, nelle nostre caverne abitarono alcuni Templari di Francia; anche loro erano perseguitati da qualcuno, il re Filippo IV, detto ‘il Buono’. Ironico, no?

In epoca rinascimentale, la famiglia Borgia costruì questa casa esattamente sul perimetro delle grotte. Credi fosse una coincidenza? Io no. Poi si accorsero che nell’appezzamento c’era un albero che non invecchiava, restando in eterno giovane, fertile e in buona salute. Un melo. L’hai visto anche tu, no?

… insomma, a questo punto arriva Cesare Borgia e commissiona a un abilissimo scultore la statua di un angelo con la spada sguainata, come per difendere l’albero della vita dall’umanità peccatrice.

La casa passò in eredità di Borgia in Borgia per secoli, ospitando nel frattempo assemblee di Cabalisti, Rosacroce, Liberi Massoni, e anche qualche seguace di Swedenborg. La catena della discendenza si è rotta per la prima volta qualche anno fa, proprio con me…”

 

“Con te?”

“Sì. Ricordi Francesca Lazzaroni?”

“Certo. Ora abita in America, no?”

“Esatto. Lei è l’ultima discendente di Lucrezia Borgia. Mi ha regalato questa casa poco prima di partire, lasciandomi istruzioni precise che non posso riferirti.”

“…meglio così, non c’è più molto che io voglia sentire… anche se una cosa ci sarebbe. Com’è che Francesca ha scelto te?”

“Perché sono il tuo migliore amico; qualcuno doveva pur aspettarti per raccontarti tutto.”

“Sì, e ora? Che senso ha tutto ciò? Cosa me ne faccio di tutta questa favola? E poi… perché proprio io?”

“Questo lo ignoro; forse non lo sa nemmeno Francesca. Quello che so, e con questo si conclude il mio discorso, è che questa casa ha un ultimo segreto da mostrarci. Solo tu potrai scoprirlo, ed è questo il favore che ti chiedo: non uscire di qui finché non l’avrai trovato. Una volta che l’avrai trovato, non perder tempo qui dentro, non cercarmi, portalo via con te ed esci subito, senza pensare, senza riflettere, o sarà troppo tardi. Potrai raccontarmi tutto quando ci rivedremo…”

“E se non seguissi le tue istruzioni?”

“Se non le segui, ti accorgerai subito di una cosa: che stai vivendo una fiaba, una stupida favoletta senza una logica e senza un lieto fine. Ascolta bene i miei insegnamenti, fanne tesoro, o ti ritroverai a mani vuote come tutti quelli che ti hanno preceduto. Buona fortuna, amico mio, a presto!”

Detto questo, Alfredo si alzò in piedi e si allontanò a passi molto, molto lenti.

“Ti ringrazio per avermi aspettato tutto questo tempo… e anche per il tuo racconto. Farò tesoro dei tuoi insegnamenti. Buona fortuna anche a te”. Alfredo si girò e mi fissò dritto negli occhi. Il suo sguardo era profondo, riconoscente e sereno. Restò così un attimo, poi si girò e sparì nella penombra.

Mi guardai attorno nel salone, chiedendomi cosa ci si aspettava da me e, soprattutto, chi era a volermi lì. Passai sotto a una porta ad arco, fischiettando sottovoce, e arrivai in un grande studio. C’era uno scrittoio del Settecento, un mappamondo in legno, un telescopio dei primi del Novecento e tutt’intorno torreggiavano alti scaffali colmi di libri antichi.

Accanto a una libreria vidi un orologio a pendolo d’epoca vittoriana. Ticchettava rumorosamente, e quando arrivò una certa ora suonò un’interminabile serie di bizzarri rintocchi metallici.

O, perlomeno, era bizzarro quel rimbombo che emettevano.

Un rimbombo. Come… come se ci fosse una cassa di risonanza.

Mi avvicinai. Tra la pendola e la libreria non c’era assolutamente nulla, solo muro, muro color marrone chiaro. Bussai sul muro. Il rumore rimbombò all’infinito.

C’era decisamente qualcosa là dietro. Qualcosa di vuoto e profondo.

Studiando a fondo i dettagli notai dei piccolissimi cardini; avevano lo stesso colore della parete, ed erano costantemente messi in ombra dalla libreria. Erano quasi invisibili.

Avevo appena scoperto la mia prima porta segreta.

Trovai la maniglia spostando la pendola. Era nascosta lì dietro.

Spinsi la maniglia. Tutto cigolò. Nella parete s’era aperto un grosso rettangolo scuro. Si vedeva solo buio all’interno di quella porta, ma in fondo in fondo si poteva a fatica scorgere un tenue bagliore.

Sapevo che entrare in un passaggio segreto da solo, senza avvisare nessuno e senza nemmeno una torcia era palesemente pericoloso, ma sul momento l’idea non mi sfiorò neppure. Mi tuffai nel buio come una falena. I miei piedi tastarono il terreno: ero su una scalinata diretta verso il basso. Verso il sottosuolo. Scesi un passo alla volta, scalino per scalino, mentre ardeva in me sempre più forte il desiderio di conoscenza. Che cosa emetteva, laggiù, tutta quella luce?

Purtroppo per me, roba da poco: candele e fiaccole. Mica Dio.

Vidi le catacombe. Erano state modificate, restaurate, sistemate. Di certo non erano un posto abbandonato da secoli. Il che era pure strano, a pensarci. Sui ruvidi muri del sotterraneo vidi antichi segni cristiani dell’ ICTUS, il Pesce che rappresenta Cristo Figlio di Dio, la Croce Templare, e iscrizioni in Latino scolorite e indecifrabili. Presi alcune direzioni alla cieca, e trovai cunicoli rischiarati da lampade ad olio appoggiate per terra. Come per tracciare una strada, pensai.

Come per tracciare una strada.

Lungo un muro vidi un’iscrizione recente e perfettamente leggibile:

“ER POZZO DEI DESIDERI”

Sotto all’iscrizione vi era una lunga freccia. La seguii.

Ignorai qualche biforcazione e finii per arrivare in una sorta di chiostro. Dall’altissima volta cadevano di tanto in tanto delle sottili goccioline d’acqua. Doveva essere proprio una grotta importante: c’erano un paio di colonnine e un pozzo medievale, di quelli con la tettoia.

‘Er pozzo dei desideri’. A quanto pare l’avevo trovato.

Non potevo offrire monete recenti a qualcosa del genere; fortuna che tenevo nel portafogli anche una 500 Lire del 1979, comoda per prendere il carrello al supermercato. Gettai la monetina e, con tutta l’ingenuità del mondo, espressi un desiderio dal profondo del cuore:

Non darmi risposte; questa leggenda splendida e pazza non deve avere una risposta. Per cui non farmi trovare alcuna risposta. Sennò il gioco finisce e non è più bello.

Diedi le spalle al pozzo e tornai a percorrere i cunicoli delle catacombe. Chiunque altro si sarebbe chiesto cosa ne sarebbe stato di lui se perdeva l’orientamento; chiunque altro si sarebbe chiesto come avrebbe fatto a tornare indietro o a sopravvivere. Io stesso, in un qualunque altro giorno, sarei stato assalito dal terrore. Ma quel giorno, quel giorno no. Non era un giorno normale.

Avevo la stessa consapevolezza che si ha mentre si fa un qualche sogno bizzarro: il pensiero che avrei potuto avere sete o fame, e che stavo rischiando la vita, non mi sfiorò neppure.

Camminai in quel labirinto, evitando con cura, per mia scelta, le strade battute e luminose per andare a seguire corridoi stretti, umidi, freddi, e man mano sempre più bui.

Dopo qualche ora mi ritrovai in un cunicolo basso e lunghissimo; procedevo carponi, e sembrava che non sarei mai arrivato a destinazione. A metà strada, tutte le lampade ad olio posate al suolo si spensero improvvisamente, come se ci fosse stata una violenta folata di vento.

Ero completamente al buio. Avanzai a tentoni. Fortuna che la strada era sempre dritta.

Dopo un’ora, o due, o sette, giunsi in un’ampia caverna. Ovunque mi giravo, vedevo un mare di fiaccole, lampade e candele accese. Dall’altissima volta al di sopra di me, alcune curiose fenditure lasciavano filtrare la luce del sole. La più grande di esse, una sorta di lucernario, era posta proprio al centro del grottone, per illuminare un’alta colonna corinzia in marmo di Carrara, in cima alla quale c’era la testa di una statua.

La testa della statua.

La testa della Sibilla Lucumonis, lucida, splendente, e perfettamente conservata.

I raggi di sole che penetravano dal lucernario la colpivano secondo una perfetta linea retta.

Vorrei dire d’averla vista scintillare, ma non ne sono poi così sicuro.

 

Ecco il segreto che tutti cercano e nessuno trova mai.

Forse gli altri erano troppo ansiosi di avere risposte, rassicurazioni, certezze, verità…

Sarà per questo che sono il primo a vederlo.

O sono un predestinato del cavolo.

Comunque, non capisco.

Cosa avrei dovuto fare? Arrampicarmi là sopra, prendere la testa e rimetterla sul suo corpo in giardino?  No… che senso avrebbe avuto?

Ero quasi sul punto di tornare nel cunicolo quando vidi qualcosa ai piedi della colonna. Qualcosa di legno, buttato là con noncuranza. Un cofanetto. Era in legno tarlato, e sembrava di fattura rinascimentale. Mi chinai e lo sollevai da terra. Era abbastanza leggero. Lo aprii con la dovuta lentezza. L’interno era foderato di seta rossa.

Il contenuto – beh, assolutamente prezioso.

Una delicata collana d’oro, con un grosso lapislazzulo come pendente. Al centro della fodera era impresso un sigillo che non avevo mai visto prima; ciononostante, riconobbi immediatamente che era quello di Lucrezia Borgia.

Alzai lo sguardo verso la colonna; la testa della Sibilla era stata lasciata lì sicuramente con uno scopo preciso, forse più di uno, ma non mi riguardava. Non mi spettava. Il Tesoro del Cercatore, che era rimasto lì ad attendermi per secoli, era senza ombra di dubbio la collana di Lucrezia Borgia. Per un esploratore che ha solo una bussola folle e una mappa irreale, era di certo la ricompensa più adeguata.

La guardai ancora un po’.

Era un gioiello stupendo. Preziosissimo.

Ed ora era mio.

Per poco.

Le cose più belle vanno sempre regalate.

Notai all’improvviso una scala a chiocciola in granito rosa. Se ne stava là, in un angolo della grande grotta. Avrei giurato che prima non c’era. Per mia fortuna, andava verso l’alto.

La salii, tenendomi stretto il cofanetto nella lunga scalata. Vorticosamente mi spinsi verso l’alto e passai oltre un’apertura circolare, arrivando in cima.

Mi trovai al centro di una piattaforma rotonda, sulla quale vi erano delle grosse costruzioni tondeggianti. C’era un panorama strano ma familiare, che non comprendevo.

C’era penombra. Si era al chiuso.

Mi specchiai nella costruzione tondeggiante più vicina; la toccai. Era fatta di porcellana.

D’un tratto compresi.

Mi trovavo sopra al tavolino da tè.

“Ehi!” dissi ad alta voce prendendomela col nulla che mi circondava. “Fatemi tornare normale! Non mi piace essere così piccolo!”

Nessuno rispose alle mie lamentele; provai a scalare una delle tre tazzine. Per avere entrambe le mani libere, mi ficcai il cofanetto nei pantaloni. Non era un gesto molto educato, ma, in fondo, perché preoccuparsene? Era stato proprio un certo amico della famiglia Borgia a dire che il fine giustifica i mezzi.

Scoprii che le mie mani e le mie scarpe erano appiccicose; la scalata risultò facilissima. Scavalcato il bordo della tazzina, scivolai sgraziatamente al suo interno. Il forte odore di caffè mi fece tossire, mi fece starnutire, mi fece girare la testa. Crollai lungo disteso nei fondi di caffè, sdraiato in una predizione di un futuro mai avverato.

Quando riaprii gli occhi, mi accorsi di essere sdraiato su uno dei tre divani del salone di Casa Borgia, e di essere tornato alle mie dimensioni reali. Il cofanetto era ancora incastrato nei miei pantaloni. Lo aprii; la collana era ancora al suo posto. Nella penombra dell’antica casa appariva ancora più bella.

Ammetto che per un istante indugiai. Avrei voluto raccontare ad Alfredo tutto quello che m’era capitato, mostrargli la collana, e salutare quello strano maggiordomo, ma non potevo.

Sarebbe stato come svelare il trucco, e se sveli il trucco il gioco non è più bello.

 

Camminai verso l’uscio. Fuori mi aspettavano il giardino, l’albero, l’angelo, la statua, i fiori della passione, il pergolato, il cancello…

Fuori mi aspettava il sole di Roma.

E soprattutto, là fuori c’era la possibilità di regalare qualcosa di preziosissimo ad una persona molto importante nella mia vita, una persona che per me aveva fatto tanto e che meritava ancora di più.

Strinsi forte al petto il cofanetto antico, poi, risoluto, spalancai la porta, lasciando che la luce del sole pomeridiano inondasse la casa con il suo splendore.

Lì fuori, infine, trovai il lieto fine di questa assurda, sciocca, meravigliosa favola, che, in fondo, oltre che a me, potrebbe capitare a chiunque cammini distrattamente per le stradine della Garbatella Vecchia, in qualche soleggiato pomeriggio di primavera, quando il sole picchia più forte


…e i raggi di sole si fecero preziosi è un racconto inedito di Boero Terlizzi.

Leggi altre Storie Per Un Piccolo Pianeta scritte da Boero Terlizzi!

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