Lettera d’amore, caffè e nostalgia di un Arcano Minore

Fioca.

La luce è fioca.

La stanza è densa di fumo bigio.

Forse dovrei aprire la finestra.

La finestra, già.

Fuori non si vede nulla.

Fuori si vede troppo.

Piove.

Piove sull’asfalto, sui lampioni, sui neon rossi e sugli alberi maestosi.

Piove su chi passa per strada.

Tergicristalli.

Il suono.

Il suono della pioggia.

Che non si sente.

Si ascolta.

È il suono del tempo che passa.

La pioggia e il tempo sono fatti della medesima cosa.

La pioggia, il tempo. Sono la stessa cosa.

Perché aggiungere altro?

Il mozzicone sta finendo, rosso e luminescente.

Lo getto nel posacenere di vetro, rotondo, pesante, pieno.

Stracolmo.

La poltrona verde mi avvolge.

Fischietto a mezza bocca un motivetto, dopo poco smetto.

La pioggia mi parla di lontano, mi parla di casa.

Mi parla di sole, mi parla di mare, mi parla di onde, mi parla di sabbia.

Mi parla di dolore.

La città dorme.

È notte.

Le gru, silenziose, immobili e imponenti tra gli edifici come l’angelo della morte.

È la torre di Babele.

 

Non mi restano che gli Arcani. È il 31 Ottobre, vigilia d’Ognissanti.

Forse qualcuno sta festeggiando.

Io, no.

Io non ho nulla da festeggiare.

Non so dove sei ora.

Non so dove sei oggi.

Sei lontana, lì sul mare.

Mi sento lontano mille miglia.

Raccolgo dal pavimento una bottiglia di bourbon e me la porto alla bocca.

Mentre bevo penso alle costellazioni della mia isola, alle stelle che contavo col dito quando avevo sette anni, a quelle realmente esistenti e a quelle che inventavo io.

Ho dedicato una costellazione ad ogni cane che ho avuto.

Con la mia ingenuità credevo di far fessa anche la Morte.

Acquistando un pezzo di cielo per ogni fedele compagno, per farlo riposare per l’eternità.

Cani che ti guardano sereni senza uggiolare, scodinzolando tra gli asteroidi.

Lì c’erano le stelle.

Poi, sono cadute.

Sono cadute in questa città, che in cielo non ha niente.

A malapena il sole.

… a malapena il Sole.

Pioggia, ruggine e cobalto, riso e pianto, piovono ricordi nelle grondaie, nelle grate delle fogne.

La pioggia è il tempo.

Il tempo è la pioggia.

Ed è lì tra il freddo e il buio, lo so, può sembrar strano, che mi capita anche di divertirmi.

In fondo sto bene tra la gente, con i miei amici, coi miei compari.

Non c’è angolo dei segreti della notte che non conosciamo; niente ci sfugge inosservato.

Siamo le carte del Grande Poker, i pezzi del Gran Torneo di Scacchi.

I personaggi della Grande Avventura.

Non dico che saremo i protagonisti, sono ben altri quelli che hanno l’onore di essere Alfieri, Principi e Re. Ma noi ci siamo lo stesso.

E siamo vivi.

E ridiamo, piangiamo, sogniamo, speriamo, immaginiamo, rosichiamo, soffriamo ed esultiamo.

E ogni giorno affrontiamo qualcosa di terribile, ogni giorno impariamo qualcosa.

Perché siamo vivi.

Tutto ciò mi riempie e mi svuota, mi entra e mi esce.

Tutto sommato, sì, sono anche felice.

… ma oggi non potevo uscire a festeggiare, e non solo a causa degli Arcani.

Mica facile mettersi là e parlare di una cosa che non so neanche spiegare a me stesso.

Come a dire, beh, anche se sono felice, sapete…

Tch…tutta colpa di questa maledetta pioggia.

Il tempo!

Come posso parlare delle stelle, dei cani, del mare, delle onde, dei compañeros, di te, di te e di tutte le altre, ma soprattutto di te…?

Come faccio a parlare di te?

Non che non lo sappiano.

A saperlo lo sanno.

L’amore e la nostalgia, sui miei occhi, come un paio di Ray-Ban: difficile non notarli.

Lentamente come un pomeriggio, lo sanno.

Ma non potranno mai vedere dentro di me come mi vedo io.

Lo sanno, eppure non potranno vederlo.

Oggi è il tuo compleanno.

Tanti auguri, amore.

Mi sento lontano mille miglia.

In realtà lo sono molto di più, ma che ci vuoi fare?

Nella vita capita anche questo.

Nella vita capita solo questo.

Ovunque.

Non preoccuparti per me.

Non è che sia incapace di reagire.

Ma oggi, oggi…

Lo sai, ci tenevo.

Il fumo riempie la stanza di spettri.

Apro la finestra.

La pioggia m’inonda il volto, le braccia, le mani, il torace.

La pioggia mi lava, ruggine pensante.

Il fiume del tempo mi accoglie.

La pioggia si rovescia su di me.

Flumen fluit.

L’anima del tabacco ascende al cielo, la stanza si riempie di buio, di pioggia, di tempo e di me.

Il cemento saluta.

Sento il suolo della mia isola, il cielo, il sole, il mare, le costellazioni.

I miei cani, i miei amici, le mie donne.

E trovo anche te.

Proprio oggi ho parlato con te.

Ma non è la stessa cosa.

Non è come trovarsi là.

Flumen fluit.

Ciao, amore, ciao.

Vedo solo carta da parati giallastra, verdognola, antica e rovinata.

La poltrona è sempre verde e sempre avvolgente e io sono sempre là.

E il bourbon mi accoglie come un scodinzolante cane d’alcool pronto a leccarmi le ferite.

E sono a casa.

La mia seconda casa.

La mia casa via da casa.

Sul soffitto un geco mi fissa, poi sparisce.

Si nasconde.

Penso al caffè, a quel caffé che mi preparavi ogni mattina.

È la prima cosa che ricordo di ogni giornata passata con te.

E le tue parole dure come le noci di cocco.

“Ma metticelo un po’ di zucchero, no? Sennò fa schifo.”

Il caffè, il tuo caffè, la mia obiezione.

“Il caffè, se lo fai tu, non potrà mai fare schifo.”

Caffè. Ha smesso di piovere.

Il mio cane si sveglia, uggiola, cammina ticchettando verso di me.

Siberian Husky mi fissa.

Glaciale e festoso, scodinzolante e serafico, affettuoso e serio.

Gli accarezzo il mantello e gli gratto il naso, tirando fuori il lato tenero del ghiaccio.

Siberian Husky è felice, mi lecca, si allontana, abbaia.

Meglio andare a mettere la moka sul fuoco.

Mentre il fuoco scalda la polvere, il cielo si fa meno nero.

E il mondo si fa meno scuro.

Siberian Husky vigila al mio fianco.

Il mio caffè, a imitazione del tuo.

Un uccello plana nel crepuscolo mattutino.

Cinguettii.

Siberian Husky canta.

Luci rosa annunciano il messaggio.

Uno spicchio di sole appare tra una gru e un grattacielo.

L’ambiente diventa bianco e arancione.

Sta arrivando.

Mi accendo lento una sigaretta cinese.

Non saranno mai come quelle di casa.

Mai.

È l’alba.

Il sole si alza nel cielo.

È giallo, è bianco, è rosa, arancione, rosso, e azzurro.

Uccelli che cantano sempre di più.

La luce avvolge ogni cosa.

Le gru mi fissano bieche dalle impalcature.

Guardo dall’alto della finestra la città ai miei piedi.

Il caffè è pronto e lo verso in una tazzina bianca.

Una tazza pura, di neve e ghiaccio.

Un caffè nero, denso, bollente, corposo.

Proprio come quello che mi preparavi tu, amore.

Assaggio, gusto, bevo, assaporo il mio, il tuo, il nostro caffè.

Prendo il nero del caffè, il bianco della tazzina.

Bevo il bianco del dolore e il nero della gioia.

Assaporo il nero della vita e il bianco della morte.

Gusto il mio caffè, giù, piano, fino all’ultima goccia.

Siberian Husky abbaia, mi chino, lo fisso, gli metto il guinzaglio, lo accarezzo.

Guardo lo specchio di fronte alla porta.

Vedo un Sopravvissuto.

Mi volto.

Guardo la porta.

L’uscio del mondo, aperto su bivi, incroci, smarrimenti e ricomparse, incontri, perdite, salite e discese, nel labirinto delle nostre domande e delle nostre risposte, giù, nei sotterranei della lingua degli uomini, laddove essa si congiunge al linguaggio di coloro che non sono uomini.

Il labirinto eterno e immutabile delle nostre domande, delle nostre risposte.

La Quarta Porta.

Che poi è la porta più facile…

… anche se tu non ci credi.

Un rettangolo bruno e chiuso.


Ma ho la chiave.

E sì, io ho la mia chiave.

Io vivo la vita, non temo la Morte.

La vita è vicina, la morte è lontana.

E io vivo.

E ci sei tu… penso a te. E ti amo, tanto.

Mille miglia, che pazienza.

Ti ho parlato ma non è la stessa cosa.

Mille miglia, che pazienza.

Quante ne ho passate.


Quante ne abbiamo passate, io e te.

Ma siamo ancora qui, più vecchi, più saggi, più acciaccati.

Ma non ci hanno fermato.

Nessuno ci ha fermato.

Siamo qui e siamo vivi.

Giro la chiave nella toppa.

Apro la porta.

Siberian Husky ansima, scodinzola, abbaia.

Esco, accarezzo il cane.

Chiudo la porta, scendo le scale nella luce dell’alba.

Una nuova Avventura incomincia.

È così bello.

… e ti penso.

Buon compleanno.

Buon compleanno, amore.

Buon compleanno….

… anche laggiù.

Stanotte, dal momento che non ci sarò…

Dal momento che nessuno, neppure io, è in grado di fare mille miglia in un giorno…

ti prego…

ti prego, conta le stelle anche per me!

Enoch

PS – Avevi ragione: senza zucchero fa un po’ schifo, ma solo se non lo prepari tu.


Lettera d’amore, caffè e nostalgia di un Arcano Minore è un racconto inedito di Boero Terlizzi.

Leggi altre Storie Per Un Piccolo Pianeta scritte da Boero Terlizzi!

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